Vero come il male che ho fatto

Serie: Vero come il male


Alex conduce una vita ordinaria e scrive racconti tecnicamente perfetti ma freddi. Dopo un confronto, capisce che la sua scrittura manca di autenticità. Decide allora di cercare emozioni reali, addentrandosi in zone oscure dell’esperienza umana, dove la verità si vive, non si immagina.

Non si muove più.

Sono sopra di lei. Continua a fissarmi, ma i suoi occhi scuri non mi vedono. Non vedono più niente. Le palpebre non sbattono a intermittenza come poco fa. I respiri corti e rapidi sono spariti. Quei rantoli disumani non si sentono più. Ripenso al suo torace che si svuota sotto il mio peso, nell’ultimo respiro. Stacco le mani dal suo collo e le dita lasciano macchie violacee sulla pelle. Piccoli punti rossi intorno agli occhi colorano il suo viso sporco e smagrito.

C’è silenzio tutt’intorno.

Sento solo il mio respiro e il battito del cuore.

C’è silenzio e puzza.

Sangue, vomito, urina, feci e disinfettante. Ho pulito, ma non abbastanza. Ora che è tutto finito dovrò ripulire meglio, per non lasciare tracce.

Non è più bella come prima. In pochi giorni sembra invecchiata di vent’anni. I capelli corti, tagliati male. I lividi sul viso e sul corpo. I segni rossi sui polsi e sulle caviglie. I tagli medicati male, ricoperti di sangue incrostato. È magra, sporca. Puzza. Emana un odore acre, animale. Anche il piccolo fiore tatuato sul seno sinistro pare appassito. Si chiama Lule. Nella sua lingua significa fiore.

Rivedo il momento in cui le salgo addosso per bloccarle il movimento con il mio peso. Non reagisce. Capisce che la fine è vicina e la accetta come una condanna. Non so se per rassegnazione o per sfinimento. Quanto tempo ci vuole per spegnere una vita? Il tempo perde consistenza.

Mi alzo e osservo il corpo inerme della ragazza. Lo sposto con un piede: è un oggetto inanimato. La sollevo facilmente, poi la lascio cadere. Un tonfo sordo riempie la stanza. Rimane immobile, muta.

Ecco la morte.

Ecco cosa diventiamo con la morte: un fantoccio senza vita.

Mi siedo accanto a quel corpo e sfioro la pelle della gamba: è liscia e tiepida.

Osservo la stanza vuota, illuminata dalla sola lampada a LED appoggiata a terra. Nell’angolo a sinistra, ammucchiati, ci sono le cinghie, le fascette stringicavo e i due rotoli di nastro adesivo marrone. Nell’angolo opposto, dove prima c’era lei, i cartoni stesi a terra sono macchiati e umidi.

Registro tutto nella mia memoria: immagini, odori, suoni.

Mi concentro su quello che provo. Analizzo le mie emozioni.

Non provo rimorso. Non c’è timore. Non ho paura delle conseguenze di quello che ho fatto. Dovevo farlo. Il mio fine è più importante di tutto il resto. È l’unica cosa che conta.

Ora il cuore rallenta. Respiro più lentamente.

Ecco cosa si prova a spegnere una vita. Il controllo. Il piacere. Il potere. È tutto vero.

Vero come il male che ho fatto.


Il monitor LCD emanava una fioca luce bianca che contrastava a fatica quella calda e vigorosa della lampada al suo fianco. Il silenzio nella stanza veniva interrotto, ad intervalli quasi regolari, solo dal ticchettio della tastiera. L’uomo seduto rileggeva le parole del suo protagonista, filtrando ogni frase con attenzione, lasciando filtrare fievoli sussurri. Dopo l’ennesima correzione, sostituzione, revisione; decise che non c’era più nulla da sistemare. Si appoggiò pesantemente allo schienale della sedia e respirò a fondo. Si prese il suo tempo per godere della soddisfazione che lentamente cresceva in lui. Ora si sentiva solo il ronzio monotono della ventola del notebook. Alex sorrise appena, con la gratificazione di chi sa di aver dato vita a qualcosa di intenso.

Finalmente era riuscito a trasportare la sua trasformazione personale al suo protagonista.

Era stanco, in tutti i sensi, ma era contento. Aprì il menu e cliccò su Salva con nome. Il file VeroComeIlMaleCheHoFatto_20260330.docx venne salvato sulla chiavetta USB. La sua opera era conclusa.

Nell’angolo in basso a destra il monitor riportava 04:39. Tra poco la sveglia avrebbe suonato e una nuova giornata l’avrebbe riportato alla sua quotidianità. Si alzò in piedi per allungare lentamente la schiena e distendere le vertebre. Nella stanza intorno a sé tutto era in ordine: i libri sulle mensole, le penne e le matite in una vecchia tazza colorata, gli appunti sulla scrivania. In piedi, stanco ma col petto gonfio di orgoglio, non c’era spazio per altri sentimenti.

Ora il suo protagonista sarebbe uscito dal foglio. Il suo racconto aveva un sapore vero.

Provava una calma lucida, come se avesse adempiuto a un compito inevitabile. Si versò un bicchiere d’acqua, lo sollevò per un piccolo brindisi silenzioso a sé stesso e con un gesto definitivo chiuse il monitor LCD del suo notebook.

Continua...

Serie: Vero come il male


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Oggi é mercoledì, poco, fa su Rai 3 é iniziato “Chi l’ ha visto”, con l’ annuncio dell’ennesimo femminicidio. Federica Sciarelli, la conduttrice, ha detto che ormai é una vera mattanza. Queste storie fanno parte della nostra attualità e quotidianitá. Non possiamo ignorarle, ma che strazio. I braccialetti elettronici – hanno detto anche ieri al telegiornale – spesso mancano, oppure non funzionano. E meno male che la sicurezza é una delle priorità di chi ci governa. Anche questo tuo racconto é realistico, credibile, ben costruito intorno a un personaggio che sembra uno dei tanti privi-d-anima in circolazione.

  2. Ti prende alla gola e non ti molla. E quando arriva il ribaltamento, lo scrittore, la sedia, il file salvato, il sollievo è enorme, ma ti resta addosso il disturbo di aver provato tutto quello come se fosse vero. È esattamente lì che sta la forza del pezzo. Davvero complimenti.

    1. Grazie Lino.
      Ero molto dubbioso su come strutturare l’incipit, non ero sicuro di riuscire a riportare un estratto di un racconto dentro un racconto senza svelare troppo.
      La cara @Concetta mi ha fatto notare un paio di dettagli che spero di essere riuscito a correggere. È un grande esperimento per me, ci sto provando 😉
      Grazie
      Ciao
      P.