Verso il castello

Il crepitio del focolare era avvolgente, in quell’alba gelida.

Bodir teneva le mani protese verso le fiamme fuori la tenda del comandante che dormiva ancora.

Si guardò in giro e, in effetti, nell’accampamento regnava ancora un profondo silenzio. Aveva sempre preso il compito di scudiero molto seriamente ma non potè evitare si sentirsi un novellino in quella circostanza.

Avvertì un rumore di stivali che affondavano nella neve fresca e vide avvicinarsi un soldato coperto da un mantello liso.

“Ti sei alzato presto, eh Bodir?” Gli disse il soldato, mentre si apprestava ad orinare dietro un albero.

“Già…” replicò lo scudiero.

“Avresti dovuto dormire di più.”

“Dobbiamo prepararci alla battaglia.”

“Quale battaglia?” Il soldato sorrise, sistemandosi le braghe e avvicinandosi al fuoco: “Oggi al massimo sarà una marcia, niente di più.”

Qualcosa si mosse all’interno della tenda, catturando l’attenzione di Bodir.

Il soldato lo osservò ghignando: “Non vorrai farlo aspettare.” Gli disse, allontanandosi poi verso il centro del campo.

Quando entrò, lo scudiero vide sollevarsi la spessa coperta di lana e un uomo dalla barba incolta uscì dal suo letargo.

“Ben svegliato signore.” Lo salutò.

Il comandante Gault tossì e ricambiò il saluto con un mugugno impastato dal sonno e dal troppo vino.

“Fatto buon sonno?” Domandò lo scudiero mentre riempiva una piccola tinozza con dell’acqua scaldata sulla brace accesa.

“Abbastanza.”

“Vi preparo l’armatura.”

“Solo elmo e cotta di maglia, Bodir.”

“Come dite signore?” Domandò incredulo lo scudiero.

“Non ho intenzione di camminare con quella dannata armatura addosso.” Rispose il comandante immergendosi nella tinozza.

Bodir ricordò le parole del soldato e chiese: “Davvero si tratta solo di marciare?”

“Ragazzo mio, il nostro esercito conta più di trecento soldati, addestrati e ben equipaggiati. Quel folle è rintanato nel suo bel castello. Sarà un assedio. Resisterà per un po’, forse dei giorni. Ma alla fine cederà, credimi.”

Il comandante concluse con un sorriso soddisfatto.

Dall’esterno, nel mentre, giungeva un intenso vociare.

L’accampamento aveva preso vita, con centinaia di soldati che andavano avanti e indietro. Chi si faceva rifare il filo alla spada dall’armaiolo, chi prendeva una scodella di zuppa, chi indossava la sua armatura, chi si immergeva nelle acque gelide del fiume come rituale abitudinario.

In breve l’esercito era pronto a partire, in attesa del suo comandante.

Gault non si fece attendere e quando uscì dalla tenda andò a posizionarsi direttamente davanti allo schieramento, seguito da Bodir.

“Il nemico è praticamente sconfitto.” Esordì a voce alta: “Abbiamo una lunga marcia davanti a noi, verso il viale del suo castello, dove egli ci attende come un vero impavido.”

Una risata si sollevò fra i ranghi.

“Perciò, mettiamoci in cammino e godiamoci…” Gault fece una pausa indicando il paesaggio brullo e innevato: “Questo bellissimo panorama.”

Ci fu un’altra fragorosa risata e poi, ad un comando, l’esercito partì compatto verso la meta.

Dopo un’ora di cammino giunsero all’inizio di un lungo viale, costeggiato da mura alte circa un metro e mezzo, su cui torreggiavano una serie ordinata di fiaccole accese, la cui fine si perdeva in una fitta coltre di nebbia.

Un odore sgradevole aleggiava intorno a loro.

Gault si chiese incuriosito cosa fosse prima di attribuirlo ad emanazioni tipiche di quelle terre disgraziate.

Non vi badò oltre e assieme ai suoi uomini si inoltrò nella nebbia.

Furono presto costretti ad avanzare lentamente, a causa della scarsa visibilità e all’intensificarsi di quell’odore.

Bodir iniziò ad intravedere qualcosa davanti a lui.

“Signore…”

“Li vedo anche io Bodir.” Replicò Gault guardando verso delle sagome scure apparse nella coltre grigiastra.

Improvvisamente, la nebbia svanì e la luce tremolante delle fiaccole illuminò una scena raccapricciante:

Cadaveri impalati.

Bodir represse la nausea dato che l’odore ora si era trasformato in un miasma nauseabondo,

violento e pungente.

In alcuni casi, parte delle viscere dei corpi infilzati, giacevano in terra in grandi pozze di sangue rappreso e in altri, fuoriuscivano dalle bocche dei morti, penzolando verso il basso.

L’esercito era impietrito.

Nessun suono, neanche un sussurro si sollevava su quella devastazione umana, se non l’ululato del vento freddo.

Vincendo la repulsione, Gault si avvicinò ad uno di quei corpi e notò che indossava un’armatura leggera, con un’effige sul petto. Pur non conoscendone la provenienza, intuì che si trattava di un soldato.

“Un altro esercito signore?” Domandò Bodir.

“Cosi sembra…” rispose Gault, voltandosi indietro.

Osservò gli uomini in prima linea, confusi e certamente spaventati da ciò che avevano davanti agli occhi.

“Nervi saldi ragazzo.” Disse, tornando a rivolgersi al suo scudiero.

Si misero nuovamente in marcia.

L’intero pomeriggio trascorse tra file interminabili di corpi smembrati e infilzati come carne allo spiedo, sotto gli occhi estatici di grossi corvi gracchianti che banchettavano con gli organi sparsi a terra. Non vi era alcuna traccia del castello, tanto che Bodir iniziò persino a dubitare della sua esistenza e in preda all’inquietudine, si scoprì a voltarsi spesso per controllare l’esercito. Aveva la sensazione che ci fossero meno soldati rispetto alla partenza e, sebbene non volesse alimentare ulteriori preoccupazioni, sentiva il dovere di dirlo al suo comandante.

Quando si decise però, si accorse di qualcosa ancora più angosciante che lo costrinse a tacere.

Notò chiaramente che i cadaveri impalati aumentavano, rispetto alle fiaccole accese.

La puzza era al limite della sopportazione e dal momento che il terreno fangoso si mescolava al sangue rancido e agli escrementi, più di un uomo perse l’equilibrio, rovinando in terra e quasi tutti furono colti da violente convulsioni e vertigini per l’orrore di quello scempio.

Il dubbio che alcuni di loro disertarono, divenne una certezza quando Bodir si voltò l’ennesima volta e stupito richiamò l’attenzione del comandante:

“Signore…” disse timoroso.

“Cosa c’è?”

“Guardate voi stesso.” Lo esortò lo scudiero indicando le retrovie.

Il comandante si voltò a sua volta e l’ira lo assalì alla vista del suo esercito decimato: “Codardi!” Urlò inveendo contro il suo esercito: “Se qualcun altro di voi si azzarda a tornare indietro, andrà a fare compagnia ai corpi su queste mura! E ora coraggio avanziamo!”

Gli uomini non fecero un fiato riprendendo a camminare, ma sempre più lentamente.

Il castello apparve in lontananza, al calar del sole, illuminato dagli ultimi raggi ambrati che precedevano l’azzurro della sera.

Gault provò un moto di euforia: “Ci siamo uomini!” Disse, senza voltarsi.

Bodir di fianco a lui, iniziò a tossire in preda ai conati che lo costringevano a chiudere gli occhi e serrare i denti, quando si affacciavano dalla bocca dello stomaco.

“Dobbiamo resistere Bodir.” Disse il comandante, in seria difficoltà anche lui, tappandosi la bocca con la mano per cercare di limitare il più possibile l’effetto dell’aria tossica: “Ci siamo quasi, non possiamo tirarci indietro.”

“Si…S-signore.”

“Forza!” Incitò Gault. Il respiro gli mancava e avvertiva di non essere più così lucido.

Aveva ancora un esercito alle spalle? Si domandava, riconoscendo di non avere più il coraggio di voltarsi. Non potè scorgere neanche ulteriori indicazioni negli occhi del suo scudiero il quale sebbene si voltasse ancora, aveva perso ogni barlume di raziocinio.

Quando giunsero alle porte del castello Gault aveva la vista appannata e la testa pesante, ma gli parve di non avvertire più quell’odore.

Bodir, al suo fianco, cadde in ginocchio, vomitando senza sosta.

Lo scudiero poi si rialzò a fatica, sorretto da Gault, mentre davanti a loro il grande portale si aprì.

Dall’oscurità emerse una figura che si mostrò gradualmente alla luce delle fiaccole.

Bodir non potè esserne certo, data la vista appannata e la confusione, ma sembrava trattarsi di un uomo possente, che indossava una vistosa armatura, di un rosso intenso.

La figura avanzò ancora di qualche passo e poi disse: “Comandante Gault. Che onore accoglierti davanti al mio palazzo.”

Aveva una voce profonda, ma potente: “Mi aspettavo di vederti alla guida di un grande esercito.”

A quelle parole Gault e Bodir si voltarono.

Fatta eccezione per i morti, il viale era deserto.

“Non è saggio camminare da soli da queste parti, Comandante.”

Proseguì l’essere, avanzando verso di loro.

Per quanto Bodir si sforzava di scrutare il suo volto, iniziò rapidamente a scivolare verso l’incoscienza e le forze lo abbandonarono.

Negli ultimi istanti di delirio, si sentì sollevare da terra con movimenti rapidi.

I suoi occhi costretti da una forza misteriosa a guardare verso l’alto.

La notte.

Le stelle.

Il buio.

Prima di rientrare nel suo castello, l’essere dalla rossa armatura, rimase per un pò a rimirare il suo viale.

Poi la nebbia celò tutto di nuovo e il grande portale si richiuse, in attesa di nuovi eserciti. 

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ah! Bello, mi è piaciuto come hai mischiato fantasia e storia, il Vlad Tepes l’impalatore con il Dracula dai poteri soprannaturali. E come l’ascesa verso il castello sia stata per i protagonosti piuttosto una discesa verso l’orrore. La ricchezza dei dettagli – che ricordo avevi detto di apprezzare, così come me – rende il tutto ancor più vivido davanti agli occhi del lettore.

  2. Ciao Daniele, anche questa volta il tuo horror non ha tradito le mie aspettative. Ora non mi resta che fantasticare e dare un’aspetto all’oscuro cavaliere dall’armatura rosso sangue 😀