Verso la deflagrazione

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: L’insegnante si lancia in una dissertazione sul corretto metodo di studio, facendoci accedere alla sala temporalesca dei pianoforti, dove i suoi ventisei allievi si esercitavano in contemporanea sullo stesso brano, in attesa del compimento di ottavo e del traguardo della lode.

«Che cosa non si sarebbe mai aspettata dalla volpe? Che fosse una grande pianista o che avesse rinunciato ad esserlo?» le chiesi, ma la mia era stata una domanda stupida, ingenua, che non mi spiegai.

«Ma che fosse una grande pianista, naturalmente! Come potevo essere sorpresa da una persona e da una sua situazione di mutamento che non conoscevo, avvocato? Si è sorpresi dalle cose che già si sanno, nel momento esatto in cui si svelano, allora ci si sorprende, ma nemmeno potevo essere sorpresa dal fatto che lei fosse una pianista fallita, dal momento che la conoscevo come una bella donna in maschera che preparava, nel tempo libero, i caffè nell’albergo dei poeti ermetici. La volpe non è affatto una pianista fallita, avvocato Gustav. Non fraintenda che mi fa indiavolare. Ma dov’è finito il mio allievo, adesso? Non lo vedo più. Da quanto tempo è andato via?»

«Credo che sia andato ad aprire la porta. Starà facendo entrare l’uomo che batteva i pugni. Eccoli che arrivano. Lo sta portando a braccia. Povero cartolaio, come si è ridotto. Riesce a vederlo? Non mi sarei mai aspettato una simile fine. È il papà di Greta, signora insegnante. È ritornato. Le sta riportando la sua bacchetta di cristallo.»

Il cartolaio arrivò trafelato al tavolo dell’insegnante di pianoforte. Era zuppo d’acqua. Il suo viso, i suoi occhi e la sua bocca erano grondanti del temporale che si era appena spostato sul bosco, per governare il sonno dei musicisti morti.

«Si metta in ginocchio, per favore, e stia lontano dal mio vestito» ordinò l’insegnante al cartolaio, che subito si accasciò, cercandole una mano per baciarla – quella mano bisunta, ma poco pianistica, dalle dita grassocce, della stessa natura dello stinco di porco, che era a pezzi nel piatto della donna, accanto ai salsicciotti piccanti che il cartolaio cercava di afferrare.

«La bacchetta, per favore. Prima la bacchetta e poi valuteremo il resto» gli diceva lei.

«La prego di perdonarle, signora insegnante. Io non ho nessuna colpa. Sono due streghine, rovinate dalla follia di mia moglie.»

«Lo dica, lo dica forte, ma mi dia la bacchetta, per favore. La bacchetta di cristallo per tenere il tempo» e intanto il suo allievo che le era accanto si mangiucchiava le unghie e ridacchiava. «Che cosa fai? Ancora a mangiarti le unghie?» tuonò l’insegnante al suo allievo, e lui subito si staccò le dita dalla bocca, dita diverse, di certo assai più pianistiche delle dita e delle mani dell’insegnante.

«E adesso la bacchetta. Sto aspettando la mia bacchetta da deflagrazione.»

«Gliela darò subito, signora insegnante, se però lei mi promette di perdonarci tutti. Le garantisco che le mie bambine da ora in poi adotteranno un comportamento diverso. Utilizzerò un metodo rigoroso, facendo del mio meglio per essere più severo e più vigile. Le accompagnerò personalmente alle lezioni pomeridiane. Non lascerò più che mia moglie si occupi del loro accompagnamento, per cominciare. Tutto ciò che è accaduto di brutto, riguardo all’educazione musicale di Greta e di sua sorella, è dovuto in primo luogo all’accompagnamento scriteriato di mia moglie alle lezioni, come agli orrori della sua natura impoetica e antimusicale» disse il cartolaio – la sua voce adesso era più definita.

«Adesso la bacchetta. Mi sto spazientendo!»

«Vorrei che lei mi promettesse…»

«Basta a dettare condizioni, signor cartolaio. La smetta, una buona volta!» gridò l’insegnante, mentre le vene le fiorivano in gola, verdastre come alghe marine.

«Adesso pretendo che posi la bacchetta sul tavolo, poche storie» quando l’allievo prese il cartolaio per i capelli e lo scagliò con la faccia contro il tavolo. Ottenne un suono sordo, terrificante, che fece sobbalzare la testa della piccola Greta, sprofondata nelle braccia tremanti della vecchia balia, che sollevò il capo e mi guardò come una gatta cieca. I suoi occhi erano lucidi, come se intrisi di sputo, forse dipendeva dalla qualità delle lampade della locanda, o dall’atmosfera stregonesca che ci stava annientando.

«Credo che la piccola abbia la febbre alta. Dovrebbe distendersi» mormorò la balia, con voce ninnante, continuando a guardarmi, forse sperando in una mediazione da avvocato o da direttore di rivista – in realtà erano ruoli che mi si addicevano, dandomi un tono di autorevolezza, pur non essendo necessariamente autoritari, specie il secondo. La bacchetta di cristallo era stata posata sul tavolo dell’insegnante, che aveva occupato di nuovo lo scettro infernale del suo dominio:

«Domani grande lezione musicale davanti all’orchestra dei morti. Con la mia bacchetta, signori, illustrerò i misteri più insondabili del legato. Nessuno ha mai conosciuto questi misteri. Sarà una lezione fondamentale per gli equilibri estetici degli orchestrali».

«La prego, signora, ci consenta di partecipare alla sua lezione. Ci dica a che ora, per favore» le chiese il cartolaio, agonizzante.

«Assolutamente no. Domani non voglio interferenze di alcun tipo, come è invece già accaduto con l’esecuzione dei miei Notturni in sala Picasso. La serata devastata dalla vostra profonda insensibilità ha rappresentato un precedente pericoloso, come ho già spiegato nei dettagli all’avvocato Gustav. Mi dispiace ma non voglio intrusi domani, alla lezione nel bosco. E adesso mi porti subito la sua bambina! Lei intanto afferri questo, cartolaio, che deve riprendere le forze, avanti» e gli lanciò un pezzo di stinco di porco, mentre il suo allievo sghignazzava come un ossesso, riprendendo a mangiarsi le unghie, mentre il pezzo di stinco rotolava a terra in un angolo lercio della locanda, dove il cartolaio si slanciò a prenderlo a quattro zampe, per poi ingurgitarselo tutto in un sol boccone.

«Credo che avrà più di 38. La sento che scotta tanto, la piccina. Venga a sentire, avvocato» mi fece la vecchia balia, mentre io le chiedevo dove fosse finita Sveva, che poco tempo fa era lì, nella locanda, con i suoi sussurri e fruscii da convento. Non l’avevo mai vista in viso. Il suo viso era di nebbia o di ceramica, lo stesso la sua voce che avevo sentito, ma il viso non lo avevo visto, erano entrambi sfatti di quella nebbiolina chiarissima da camposanto, che rendeva tutto più sepolcrale e perenne. 

Continua...

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