Vertigine

La prima volta che misi i piedi nell’oceano non sapevo che la morte potesse avere il sapore del sale.

Stavamo in città da pochi giorni, anche se mia madre continuava a dire che non eravamo arrivati da nessuna parte. Diceva che eravamo stati portati lì, come cose morte abbandonate sulla riva.

Venivamo dalla campagna, terra secca e obbediente, dove ogni rumore aveva un nome. In città, invece, tutto sembrava confondersi in un unico respiro salato. Le case odoravano di umido. I muri trasudavano. Le lenzuola non si asciugavano mai del tutto e, la notte, anche quando le finestre erano chiuse, l’oceano entrava lo stesso.

Mio padre diceva che era lavoro e che in campagna non era rimasto niente. Non si può mangiare la nostalgia.

Mia madre non rispondeva e stringeva le labbra. Non lo chiamava mai oceano. Non lo chiamava nemmeno mare. Diceva soltanto: “quella Bestia”.

«Quella Bestia non dorme» mormorava.

Io la sentii la prima notte. Dietro le case, oltre le strade, oltre il buio. Un rumore basso, continuo, di animale enorme. Mi infilai le mani sotto le ascelle e rimasi sveglia ad ascoltare. Ogni tanto il pavimento scricchiolava, le finestre tremavano, e mia madre si alzava dal letto per controllare che la porta fosse chiusa.

«Che paura hai?» mio padre in piedi, dietro di lei.

«Che prima o poi venga a prendersi qualcuno.»

Poi quel giorno arrivò.

Il cielo era azzurro e l’aria sapeva di sale e di ferro. Luis mi seguiva da lontano, scalciando la sabbia, come un cane fedele. Mi faceva venire voglia di morderlo.

Quando mi girai, mi accorsi di averlo perso di vista e fu in quel momento che vidi l’acqua. Era immensa e mi aspettava. Mi tolsi le scarpe, lasciai che la sabbia umida mi entrasse tra le dita e la conobbi: fredda, viva, più forte di qualunque cosa avessi immaginato. Continuai a camminare, finché non mi arrivò alle ginocchia, alla vita, al petto.

Luis cominciò a correre. Si sbracciava, urlava, non capiva. Vidi il suo viso deformato da una smorfia ridicola, grottesca.

«Quando la mamma lo scopre, ti ammazza.»

«Ci ammazza» risposi, e cominciai a schizzarlo. «Torna da dove sei venuto, mezzasega.»

Quando Luis si allontanò abbastanza, mi tolsi i vestiti e li guardai galleggiare attorno a me. La camicia bianca da uomo e quei pantaloni che mi stavano sempre larghi formarono, sul pelo dell’acqua, una figura quasi umana.

Cominciai a girare su me stessa con le braccia spalancate. Sempre più veloce. Il mio corpo aprì un piccolo mulinello e spinse i vestiti lontano da me.

«Adesso esco e vediamo cosa sei capace di fare.»

E ridevo, ridevo. Poi, il buio e l’acqua attorno e dentro di me.

***

Quando riaprii gli occhi vidi che il cielo che non era più azzurro, ma bianco, lattiginoso, scolorito con la candeggina. Sentivo la sabbia attaccata alla schiena, sulle labbra, fra i miei capelli.

Luis era inginocchiato accanto a me e aveva la faccia gonfia di pianto.

«Sei morta» disse.

Mia madre arrivò subito dopo. Camminò verso di me piano, con il vestito nero sollevato appena sopra le caviglie. Quando mi vide respirare, il suo sguardo si incrinò. Mi gettò la mantella sulle spalle, mi afferrò per un braccio e mi trascinò verso casa.

Non disse nulla per tutto il tragitto. Solo quando la porta si chiuse alle nostre spalle mi colpì. Uno schiaffo. Poi un altro.

«Disgraziata.»

Non piangeva. Lei non piangeva mai davanti a noi. Le si induriva soltanto la bocca.

«Vuoi farti vedere da tutti? Vuoi farti portare via dalla Bestia e farmi morire prima del tempo?»

Io tenevo gli occhi bassi. Guardavo i miei piedi sporchi sul pavimento pulito. Mi sembravano i piedi di un’altra persona. Piedi che non avrebbero più saputo stare fermi dentro una casa.

La lasciai sfogare.

Avevo una strana calma dentro il petto. Non mi sentivo colpevole e nemmeno salva. Mi sentivo nata.

Più tardi, mia madre bruciò i vestiti che avevo lasciato galleggiare nell’oceano. Qualcuno doveva averli raccolti sulla riva e riportati fino a casa. Lei li prese con due dita, come una cosa sporca, e li gettò nel fuoco del cortile.

La camicia bianca da uomo si accartocciò per prima. Poi vennero i pantaloni, pesanti d’acqua e di sale. Le fiamme salirono lente, mordendo il tessuto fino a farlo annerire.

«Una ragazza perbene non si spoglia davanti alla Bestia» disse. «Non davanti agli uomini. Non davanti a Dio.»

Io non risposi.

Luis rimase fuori. Lo vidi dalla finestra, seduto sul muretto, con la schiena curva e la testa tra le mani. Nessuno gli chiese cosa fosse successo. O forse glielo chiesero, ma non rispose. Non mi perdonò mai di averlo costretto ad avere paura.

Da quel giorno smise di corrermi dietro. Smise di chiamarmi pazza. Smise perfino di litigare con me.

Quando stavamo ancora in campagna, mi inseguiva ovunque: lungo i cortili e dietro i muretti dove le donne stendevano lenzuola e gli uomini fumavano all’ombra. Mi insultava, mi chiamava selvaggia, disgrazia di sua madre. Io gli rispondevo con sputi, sassi e parolacce. Eravamo cresciuti così, facendoci male per gioco.

Dopo l’oceano, invece, Luis cominciò a camminarmi accanto con una distanza nuova. Qualcosa di più sottile del rancore, un rispetto ferito. Avevo superato un confine che lui non poteva capire.

Non mi perdonò. Restò sulla riva.

Anche quando sedevamo alla nostra tavola, anche quando fingevamo di ascoltare le storie degli uomini o le preghiere delle donne, lo sentivo fermo là, con i piedi piantati nella sabbia e gli occhi pieni di quella paura che gli avevo messo addosso.

Io, invece, non riuscii più a tornare indietro.

Di notte, quando la casa taceva e mio padre respirava pesante nella stanza accanto, mi sembrava di sentire ancora l’acqua nelle orecchie. Era qualcosa di più profondo e ostinato del rumore delle onde. Era un richiamo.

Allungavo le dita dei piedi sotto le lenzuola. Mi cercavo e cercavo la sabbia umida, il freddo dell’oceano, quella vertigine esatta in cui il corpo aveva smesso di obbedire alla paura.

***

Una notte l’oceano entrò davvero.

La casa si riempì di sale, lentamente. Mia madre si svegliò urlando, Luis perse la voce. Mio padre correva per casa, ma non c’era più nulla che potesse fare.

Io rimasi ferma perché finalmente riconobbi quel rumore che non veniva dall’acqua.

Veniva da me.

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Discussioni

  1. “Venivamo dalla campagna, terra secca e obbediente, dove ogni rumore aveva un nome.”
    Non c’è tuo racconto in cui non sia presente una poesia come questa ❤️ 👏
    Realizzo solo ora di non aver mai visto l’oceano, ma sempre e solo mare e mari diversi.

  2. Bello, molto intenso. Trasmette bene la paura che il mare puó evocare, la sua potenza e il suo fascino, nonostante le insidie. Il mare o lo ami o lo odi; raramente lascia le persone indifferenti.

  3. La reazione della madre mi ha fatto ricordare una tipica frase che sentivo spesso da bambina: “Se ti fai male, ti do anche il resto!”😅
    Complimenti per questo racconto poetico e per le descrizioni evocative dell’oceano.

  4. “Avevo superato un confine che lui non poteva capire.”
    Un confine che spaventa e attrae. Un richiamo forte. L’ho visto solo due volte, in Portogallo e in Irlanda. In Irlanda era inverno, ero con un amico, di fronte all’imbarco per l’Islanda. La nave partiva solo d’estate, altrimenti non sarei riuscito a resistere alla tentazione. Immagino che, come racconti così poeticamente, passando quel confine si vada incontro ad un grande cambiamento.

  5. Un testo criptico, scritto molto bene, come sempre. Forse una dedica alla forza della Natura, quella che entra nelle persone e le cambia, le trasforma.

  6. Bel testo, l’ho letto un paio di volte e me lo sono goduto. Non è di facile comprensione, anzi, sarebbe necessaria qualche precisazione dell’autrice così da non travisarne significato e intenzioni. Inconsciamente, ma non troppo, mi fa pensare a “Dolcenera” la bella canzone di De Andrè che mescola alluvione a Genova con sentimenti torbidi. Comunque sia, le tue storie turbano e affascinano. Brava! 🌹🌹🌹