VINILI
Serie: LA DIAGONALE
- Episodio 1: VINILI
- Episodio 2: LUNGO I BORDI
STAGIONE 1
«Se metti Jim Morrison ti limono.»
Andrea lo ripete, ridacchiando.
È seduto sul muretto basso che separa il parcheggio dal campo sportivo, le gambe che penzolano nel vuoto come sull’orlo di un burrone.
Tiene una sigaretta spenta tra le dita: la rigira, la morde.
Fa sempre così prima di accenderla, come se dovesse corteggiarla.
«E tu?» mi domanda. «Cos’hai fatto?»
«Avevo solo una cassetta dei Nirvana…»
Andrea ride col naso.
Una risata breve, che sembra un colpo d’aria.
«A quanto pare le andava benissimo», conclude.
«Già.»
«Quindi ti sei fatto un cesso», scoppia a ridere lui.
«Era… normale», balbetto io, come per giustificarmi.
«Normale è peggio. Soprattutto la prima volta.»
Tengo la mano appoggiata al fianco, schiacciata contro la cintura dei jeans.
Se la muovo troppo sento tirare sotto, come se il gesso non fosse rigido ma vivo, e stesse provando a ricordarmi cos’ho fatto.
È già sporco, giallo ai bordi, con una crepa sottile vicino al pollice.
Odora di piedi sudati e di disinfettante ospedaliero.
Una puzza che non va via.
«Mi ha baciato lei,» dico.
Andrea mi guarda serio.
«Ah.»
«Io non sapevo dove mettere la lingua.»
«Regolare.»
«Lei sì.»
Finalmente si accende la sigaretta.
Il bagliore arancione dura un secondo, poi si spegne.
Per un attimo il pezzo d’asfalto davanti a noi s’illumina, e anche la diagonale, ma solo per un istante, prima di tornare nel blu della notte.
Il parcheggio è vuoto.
Tre lampioni funzionano, sei no.
Quelli spenti sono sempre gli stessi, da anni.
Nessuno li aggiusta più.
Il supermercato ha chiuso da ore: le vetrine riflettono solo buio e qualche cartaccia che rotola spinta dal vento.
L’asfalto trattiene ancora la canicola del giorno, che sbuffa su dalle suole come un fiatone.
La diagonale è lì.
Non la indico.
Non serve.
È impossibile non vederla, una volta che sai che c’è.
Taglia il parcheggio da un lato all’altro come una cicatrice, una riga nera e netta che non segue nessuna logica: non è parallela alle strisce, non è perpendicolare ai lampioni, non va verso niente di riconoscibile.
È storta nel modo sbagliato.
Andrea la fissa, poi distoglie gli occhi.
Fa sempre così.
Come se guardarla troppo potesse essere contagioso.
«E quindi?» dice, soffiando il fumo di lato.
«E quindi niente.»
«Niente?»
«Niente.»
È una bugia.
Ma non ho voglia di dare spiegazioni.
Resto in silenzio.
Ascolto i rumori lontani: una macchina che passa sulla provinciale, un cane che abbaia da qualche parte dietro le case, il ronzio intermittente di un lampione agonizzante che non muore mai.
L’estate ha questo suono di fondo, come una tv lasciata accesa per sbaglio.
«Com’era?» chiede Andrea.
«Cosa? Il bacio?»
«No. Sapere che era la prima volta.»
Ci penso su.
Potrei dire tante cose.
Potrei dire che mi tremavano le gambe, che avevo la bocca secca, che ho sentito qualcosa spostarsi dentro, come un terremoto nella pancia.
Ma non lo dico.
Perché non è vero.
«Bagnato,» rispondo.
«Che schifo.»
«Sì.»
Ridiamo.
Ridiamo davvero, per un secondo.
È una risata che fa bene, ma dura poco, come tutte le cose buone.
Lei si chiama Veronica.
Non lo dico ad Andrea.
Il nome resta nella mia testa, come una parola che non si vuol pronunciare perché non perda forza.
Veronica non è bella.
Ha i denti storti e i capelli fini e unti, sempre legati male.
Però quando mi ha guardato la prima volta non distoglieva mai gli occhi.
E io non ero abituato.
Quando mi ha detto di sì – non al bacio, a uscire – ho creduto che stesse scherzando.
Quando ha sorriso, poi, ho capito che faceva sul serio.
Quel sorriso mi ha fatto più paura di tutto il resto.
«Te lo dico io,» dice Andrea, buttando la cicca a terra e schiacciandola con la punta della scarpa, «ora mi sembri strano.»
«No.»
«Sì.»
«È solo che…»
«Che?»
Guardo la diagonale.
La seguo con gli occhi, da dove passa vicino a noi fino a dove si perde nella parte più buia del parcheggio, quella in cui le coppiette di maggiorenni s’appartano nelle loro auto.
È là che sfuma, ingoiata da altra ombra.
«È solo che non cambia,» dico.
Andrea sospira.
«Ancora con ’sta storia.»
«Non faccio niente.»
«La guardi.»
«È lì!»
«Appunto.»
Si alza, fa due passi avanti, poi si ferma.
Non calpesta mai quella riga, anche se non lo ammette.
S’infila le mani in tasca.
«Non è normale,» dico.
«Nemmeno noi,» taglia corto lui.
Verso mezzanotte arrivano.
Prima li sento, poi li vedo.
Una radio a batterie, con mangiacassette, gracchia qualcosa che sembra il suono di un frigorifero guasto. Un rumore basso, disturbato, aritmico: è il cattivo gusto che mi stupra le orecchie, mi violenta e mi viene dentro, irrorandomi i timpani col succo caldo della sua musica di merda.
Sembra fatto apposta per dare fastidio.
Marco e Salvo spuntano dal lato del supermercato, uno dietro l’altro, come due fuggiaschi.
Marco ha lo zaino militare, il parka sfoderato con le toppe e le cuciture rotte. Salvo ha i capelli del colore di un pennarello d’asilo; regge una busta di tela dell’Esselunga, zeppa di vinili, che gli sbatte sugli stinchi a ogni passo.
Il parcheggio sembra casa loro, come se fosse fatto di stanze e tetti.
«Questa roba è veramente malata,» esordisce Marco, alzando la cassa come un trofeo.
«Il chitarrista s’è ammazzato a sedici anni.»
Si mettono per terra, vicino alle nostre bici. Aprono gli zaini. I dischi passano di mano come reliquie: CD masterizzati con le scritte a pennarello, vinili graffiati, cassette in custodie riciclate.
Le copertine sono brutte, volutamente oscene.
Disegni di parti anatomiche e collage infantili, di una mordacia grossolana ed elementare.
«Questi sono norvegesi,» dice Salvo.
«Lo hanno registrato in un obitorio.»
«A me non sembra manco musica,» lo sfotte Andrea.
«Appunto!» Sorride lui, compiaciuto.
Io resto un po’ in disparte.
La diagonale mi passa vicino ai piedi.
Non la calpesto.
Non per superstizione.
Solo perché mi dà fastidio l’idea di attraversarla senza motivo.
«Che hai fatto alla mano?» chiede Salvo, indicando il gesso.
«Niente.»
«Un match con un cartello.» Risponde Andrea.
«Un cartello?»
«Stradale,» aggiungo.
«Hai vinto?»
«Pareggio.»
Ridono.
Ridono forte.
Per poco torno a sentirmi leggero.
Poi passa.
Il cartello è all’angolo della piazza, quello che dice DIVIETO DI SOSTA anche se lì parcheggiano tutti.
Veronica mi aveva detto di no con voce educata.
Nessuna scusa, nessuna cattiveria.
Solo educazione.
«Sei carino,» aveva detto, «ma non sei il mio tipo.»
Carino è una parola che non serve a niente.
E poi lei era brutta.
Il bacio l’avevo solo pensato.
Il pugno no.
Era partito.
Il metallo aveva risposto.
Il rumore era stato secco, preciso.
Come la diagonale.
All’ospedale avevo pensato alla bugia da raccontare ad Andrea per non sfigurare.
Per non dire in giro di aver fatto schifo a una che faceva schifo.
Serie: LA DIAGONALE
- Episodio 1: VINILI
- Episodio 2: LUNGO I BORDI
Non mi é ben chiaro l’ effetto diagonale, come se all’ origine ci fosse un mistero, o forse potrebbe essere la tipica situazione di un gruppo di adolescenti che ammazza il tempo fissando l’ attenzione e ingigantendo qualcosa che, in realtâ, non ha ha niente di speciale.
Sono curiosa di saperne di piú.
Ciao Maria Luisa! È proprio quello il punto: un mistero da niente. Il nulla della provincia (nell’età della transizione) che viene combattuto con una suggestione quasi infantile (forse). Grazie mille per la lettura🙏🏻
Grazie a te, Nicholas, ora posso andare avanti con le idee piú chiare.😊
Ciao Nicholas. Mi colpisce molto questa scrittura che hai pulito da tutto. Mi piace anche quando non la pulisci, questo è chiaro, ma in questo realismo ti muovi bene, e risulti molto coinvolgente per chi ti legge.
I dialoghi sono credibili, quella maniera che hanno i ragazzini di non finire mai una frase. Spesso mi chiedo se sia forse mancanza di lessico o forse gli piace lasciare le cose sospese, farle terminare agli altri, per vedere davvero come va a finire.
In ogni caso, è come se ti fossi messo le loro scarpe sporche di fango e i loro jeans, per raccontarcela dall’interno.
La riga del parcheggio mi affascina e sento che è una metafora, ma non ho ancora trovato quella giusta per me. Dico ‘per me’ perchè credo che in essa ciascuno possa trovare un significato quasi salvifico. Conosco bene la tua scrittura e spesso ho sentito che, per metafore, parlavi a me, ossia al lettore. Inutile nasconderlo; i tuoi racconti sono labirinti in cui perdersi e poi ritrovarsi. Non importa se sono storie surreali e complesse oppure ben piantate con i piedi (apparentemente) per terra.
Sempre il mio best read.
Ciao Cristiana! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento!🙏🏻 In questi ultimi racconti ho cercato tanto di pulire la scrittura (l’esercizio qui su EO mi sta aiutando parecchio). La metafora racchiusa nel racconto è il vero dilemma: il titolo è già una dichiarazione d’intenti (ossia la presenza invadente di una metafora) eppure mi piace l’idea che questa sia inafferrabile. Lungo la serie lascerò spazio ad alcune interpretazioni. Credo che la chiave, ancora una volta, stia sospesa fra il contenuto del testo e la sua natura stessa di racconto.🤗
Una bella sfida 😏
Esatto😂
Ciao Nicholas. Molto bello il modo in cui la storia cresce e crea aspettative che poi si infrangono contro un cartello stradale. Poi aggiungi quel tocco di comportamento ossessivo… L’ultima frase è tanto cruda quanto geniale.
Ciao Antonio! Grazie mille per la lettura!🙏🏻😊
Bravo Nicholas. Ben descritto lo stato d’animo del ragazzo, quell’amarezza giovanile che deriva da un rifiuto, quelle piccole mistificazioni che servono a dare una visione diversa, ad Andrea, di quanto accaduto. E quella diagonale che ci attraversa tutti, ragazzi e adulti.
Ciao Giuseppe! Grazie mille per la lettura 🙏🏻🤗
Ciao Nicholas, che bello 😊
Questo è lo stile che di te preferisco, senza nulla togliere agli altri. Semplicemente è un mio gusto personale. È secco, taglia, respira corto e suona giusto. Ho sentito tanta rabbia, in sottofondo, ma mi è parsa figlia della paura, di quell’essere fragili (sicuramente molto più dei cartelli stradali contro i quali ci spacchiamo le mani). L’immagine della diagonale, la cicatrice, potrebbe avere mille interpretazioni. Potrebbe uscire, esserci cucito dentro di tutto. Mi è venuto da paragonarla alla ferita del protagonista, non il gesso, quella dentro. Quella che gli fa pensare di non meritarsi di meglio, se non un tipa che non gli piace. Non è tanto il fare schifo a una che ti fa schifo, è la molla che lo ha spinto lì e non in un posto migliore. Sono curiosa. Chissà se ce la mostri presto.
Ciao Irene! Questo racconto vuole entrare in punta di piedi nella giornata di un adolescente. Vuole entrare senza pretese di realismo, come una telecamera piantata nel centro emozionale del ragazzo. Mi piace che sia un filtro onirico attraverso cui ciascuno rilegge il proprio passato con la consapevolezza di ciò che è diventato e che ha abbandonato. Grazie mille per la lettura 🙏🏻🤗
Ohhh una nuova serie! Interessante questo anonimo (non mi pare di aver letto il suo nome🤔) protagonista che spara balle agli amici e prende a pugni i cartelli. Sono curiosa di vederlo in azione nei prossimi episodi.
Ciao Arianna! C’è dell’autobiografia latente in questa storia😅 Grazie mille per la lettura! 🤗
Descrivi con forza evocativa e realismo le paturnie giovanili espresse nel nulla di una qualsiasi notte estiva.
Bravissimo
Ciao Gabriele! Grazie mille per la lettura 🙏🏻
Grazie a te
Molto suggestivo il modo in cui descrivi questa lontana notte d’estate: con i suoi suoni, le luci e gli odori. La riga del parcheggio sembra segnare il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, con tutte le sue paure. Bravo, Nicholas!🙂👏👏
Ciao Concetta! È proprio così! Grazie mille per la lettura🙏🏻🤗