Vinland

Il drakkar si arenò sulla spiaggia oceanica.

Olof strinse l’ascia, si premurò che lo scudo fosse sistemato bene, scivolò giù dal drakkar.

L’acqua del mare lo accolse con il suo freddo guanto, ma Olof sapeva che era quello il benvenuto, dopo ci sarebbe stata una temperatura più mite.

La truppa si mise in ordine.

«Ho remato fin qua, adesso voglio del buon vino» commentò il capitano del drakkar, il suo elmo metallico che brillava alla luce del sole.

Olof pensò che forse, in futuro, tutti avrebbero pensato che quelli del suo popolo portavano in battaglia elmi con corna di vacca, al contrario l’unico con l’elmo in metallo con tanto di maschera era il comandante, tutti gli altri indossavano soltanto berretti di pelo.

Erano pronti, lasciarono alcuni uomini a guardia dell’imbarcazione e si misero in marcia.

La prima cosa che Olof vide fu uno strano animale simile a un gallo cedrone, ma con delle strane pappagorge.

«Si chiama tacchino. Buffo, non è vero?». Il comandante si era accorto della meraviglia di Olof.

«Capo, sei già stato da queste parti, o sbaglio?».

«Non sbagli. Vinland è una strana terra…». Stava per proseguire che si udirono delle urla di guerra.

Dalla boscaglia erano usciti uomini dalla pelle rossa oltre ai colori di guerra – ma forse tutto si confondeva – e piume che adornavano i loro capelli corvini. Lanciavano frecce.

I vichinghi si radunarono a riccio, proteggendosi con gli scudi, e gli indigeni di Vinland continuarono a tirare frecce.

Olof vide che il punto debole dello schieramento nemico era nella direzione opposta da cui erano arrivati. Lo fece notare al comandante che annuì. «Allora ritorniamo sui nostri passi».

Si mossero da quella parte e gli indigeni provarono a bloccarli con lance fatte soltanto di legno e asce in pietra – tutto molto strano.

I vichinghi sfondarono lo schieramento nemico e tornarono al drakkar dove gli indigeni stavano combattendo gli uomini di guardia.

Olof lanciò un urlo esasperato. Rincorse gli indigeni, a uno spaccò il cranio ma solo perché l’aveva colto di sorpresa, altri fuggirono: erano bravi nella fuga, però nel combattimento ancora di più.

Rimase la spiaggia con il sangue che si allungava in delle scie.

Il comandante era ottimista. «Gliela faremo vedere, noi».

Olof era già stanco di Vinland.

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Discussioni

  1. Viaggiando con la fantasia, mi chiedo cosa sarebbe accaduto se i vichinghi avessero fondato una colonia in quelle terre: forse, oggi, l’America come la conosciamo sarebbe completamente diversa

  2. Un racconto che ci ricorda che i vichinghi sono arrivati in America secoli prima di Colombo e che terre oggi molto fredde una volta non lo erano cosi’ tanto, visto che gli cresceva la vite. Giusta l’osservazione sull’elmo, simpaticamente forzata la faccenda che i vichinghi chiamassero il tacchino “tacchino” 🙂

  3. Beh, ma questa Vinland è la terra del vino? Se così fosse gli indigeni hanno un’arma in più: far finta di arrendersi e poi far ubriacare Olof e il suo comandante… tanto col buon vino ci cascano tutti!