Visioni da poltrona
Serie: Sopra il naturale
- Episodio 1: Visioni da poltrona
STAGIONE 1
Appena seduto sulla poltrona del cinema noto che qualcosa non va. È una strana sensazione che scuote la lentezza che oggi ti classifica rammollito con cui tipicamente affronto la domenica. La vista di quell’uomo che salendo la scalinata è in cerca del proprio posto mi agita, avverto subito familiarità nei suoi lineamenti. Devo averlo già visto ma non ricordo dove. Quel che è peggio è che più mi sforzo a pensarci e più sento di inoltrarmi in una nebbia di possibilità, solitamente preludio all’andare fuori strada per poi lasciar perdere. Ma questa volta no.
Vengo assalito da un’insolita angoscia. Non è certo una novità l’imbattersi in persone che sembrano a noi note o che davvero conosciamo e volontariamente scegliamo di ignorare per evitare imbarazzo, o rotture di scatole.
Il pensiero di come la conversazione potrebbe svolgersi si fa più pesante perché pressato dal vuoto incommensurabile che il tempo trascorso dall’ultimo incontro ha generato. Si palesa la prospettiva di dover riallacciare anni di vita e esperienze in pochi scambi di battute sofferti, nei quali fingere di essere a proprio agio prevale sulla sincerità, in cui si aspetta di rispondere più che ascoltare.
Ma ho il bisogno di scusarmi con lui. Più lo osservo più mi ricorda la versione cresciuta di un compagno ai tempi della scuola elementare. Forse lo shock viene anche da quello. Il cervello non è immediatamente pronto ad accettare versione rinnovata di qualcuno ormai cristallizzato in una forma nella memoria da tempo.
Tutto è ancor più alienante in quanto sembra essere la copia esatta di quel bambino solo più alta e con la definizione dei tratti che giunge insieme alla pubertà.
Prego di sbagliarmi, del resto mi capita spesso. Non ha un volto che risveglia buoni ricordi. Lo avevo spinto dalle giù dalle scale dopo l’ennesima infantile litigata sfociata in istinti di rabbia incontrollata. In quegli anni ero molto irascibile, caratteristica che ora ritengo di avere alle spalle. Non abbiamo più avuto occasione di parlarne. Venni sospeso per qualche giorno e in quel lasso di tempo lui cambiò scuola. Non volevo dilungarmi prima di tutto con me stesso, tendo a seppellire negli anni i brutti ricordi attendendo che il tempo alleggerisca gli eventi riempiendoli di inesattezze a mio favore.
Mentre lentamente si fa largo fra la sfilza di gambe semi-stese delle altre persone, da lontano inizio a osservarlo meglio. Capelli biondi, ma di un biondo decisamente non luminoso; mi ricordava il giallo ocra delle matite a basso prezzo che utilizzavo a scuola, la sabbia ormai all’ombra del tramonto imminente. Indossava una lunga giacca, una di quelle che si legano con la cinghia intorno alla vita e che va a rivestire l’esile corporatura. Sotto intravedo dei classici jeans blu stretti che detesto. Forse anche per questo gli occhi proseguono perché pronti a screditare ulteriormente sulle scarpe. Eleganti, noto però un fatto curioso: sono stranamente sporche, le suole ricoperte da uno strato non esattamente lieve di terra, come se fossero state utilizzate per fare qualcosa di imprevisto preparandosi all’uscita. Che cosa stava facendo prima? Magari ha involontariamente calpestato qualcosa. Eppure saranno passati due giorni dall’ultima pioggia qui.
Non solo: noto ora con stupore e nitidezza la folta barba palesare i segni dell’età nelle tonalità grigie. Anche i capelli adesso paiono conformarsi alla descrizione. Sto peggiorando.
Cosa vado a pensare? Non siamo stati compagni di classe, quell’uomo potrebbe essere mio padre.
Sono così preso da non accorgermi che si trova ormai quasi di fianco al mio posto, quando la mia attenzione si sposta d’improvviso su un dettaglio della giacca. Un simbolo, non cucito sul tessuto bensì una spilla, di forma circolare con piccoli dettagli e una sigla che però non riesco a decifrare. Pendeva dal tessuto grigiastro seguendo il moto del corpo intento ad un goffo slittamento orizzontale, non potevo non farci caso.
Ma perché mi interessa? Dove diavolo l’ho già visto. Deve esserci qualcosa sotto. Ero spesso solito spulciare di tanto in tanto l’album di foto di famiglia, prestando particolare attenzione in modo del tutto egocentrico alla sezione che mi riguarda. Ho sempre fatto uso delle fotografie come modo per rientrare nei momenti racchiusi al loro interno e lavorare d’immaginazione visualizzando la situazione in cui era stata scattata pensando ai più improbabili svolgimenti di eventi da quell’istantanea. Si trattava di una costante. Ho odiato l’infanzia per quanto mia madre rivoltasse dinnanzi alla mia posizione e fosse sempre pronta a ricordare le mie fortune rispetto agli altri.
Per una volta questa passione sembra mi torni utile. Ricordo benissimo di aver visto la stessa spilla in una delle foto che mi immortalavano nei primi mesi di vita. Forse era parte dell’arredamento? O che si trovasse forse sull’abbigliamento di qualcuno come in questo caso?
Sto per pronunciare un timido saluto di presentazione quando sento qualcuno chiamarlo alle mie spalle. Non per nome, un semplice e squillante “Ehi!”. Lui deve aver sbagliato fila e lato d’ingresso, o non aveva idea di dove fosse questa voce femminile prima di entrare. Istintivamente la associo alla compagna, o moglie.
Esito, anche perché in quell’istante le luci in sala si spengono a segnalare l’imminente inizio del film. La pellicola promette bene, su consiglio di alcuni pareri fidati mi sono convinto di venire da solo in sala pur di vederlo.
Indecisione e qualcos’altro che sopraggiunge ad attirare l’attenzione mi spingono a rimandare il mio intento originale.
L’intervallo arriva presto, finora le aspettative erano state ripagate. Fingendo di riposizionarmi in una seduta più comoda giro la testa nella sua direzione, o meglio, la loro, sforzandomi di renderlo un movimento involontario. Due posti vuoti. Com’è possibile? La pausa è appena cominciata, non possono essersene già andati. Anche ammettendo l’improbabile rapidità non posso non averli visti. Le uscite sono frontali.
Nello sporco generale creatosi dal miscuglio di cartacce e semi di mais inesplosi uno strano biglietto a terra si palesa come fosse evidenziato ai miei occhi. Su scritti trovo il nome di un locale all’apparenza sconosciuto, una data e un nome.
Nulla di tutto ciò mi dice qualche, cosa se non che forse questa serata sta per prendere una piega inaspettata.
Serie: Sopra il naturale
- Episodio 1: Visioni da poltrona
Hai costruito un’ansia credibile e l’hai fatta diventare trama, non solo atmosfera. Mi piace molto come l’ossessione scivola nei dettagli concreti e poi si ribalta nel colpo secco dell’intervallo.
Un racconto che desta grande curiosità, difficile resistere alla tentazione di leggere i prossimi episodi. A presto.