Visioni.
Maledizione, ma se Dio è il Totalmente Altro e l’essere umano una singolare combinazione di spirito e materia, coscienza e carne, intelligenza e istinto e se, ciò che lo stesso intelletto umano spinge a cercare nel buio dell’ignoto, l’istinto sempre lo negherà, non è tutto quindi un miraggio? Il miraggio prima appare, poi illude e infine svanisce. Quanti specifici eppur numerosi elementi della vita si propongono inizialmente meravigliandoci, per poi deluderci e addirittura scomparire. È dunque l’esistenza o ciò che noi riteniamo essa sia, un miraggio?
Quattro pareti, un soffitto, un pavimento, nessuna porta, nessuna finestra, nessuna apertura. Era un cubo perfetto ed io ero esattamente nel suo centro. Ero seduto con le gambe incrociate, le mani appoggiate alle ginocchia, il capo chino e gli occhi chiusi. Era ormai diventata insopportabile la luce bianca che emanava ciascuna delle pareti di quell’assurdo ambiente sconosciuto. Anch’io ero vestito con un unico indumento lungo, tipo tunica, bianco, completamente bianco. Sapevo per certo che stavo in un cubo perché prima di cedere alla disperazione, cercando, camminando, sbraitando, colpendo, disperandomi, usando i passi e parti varie del mio corpo, avevo quasi intuitivamente scoperto che le dimensioni, la lunghezza, era tutto uguale e le pareti erano lunghe precisamente tre volte la mia statura. Non sapevo dove ero, perché ero lì e come ci ero finito dentro, non ricordavo assolutamente nulla del mio passato, non avevo nessuna speranza di uscire, anche la sensazione di essere osservato da qualcuno mi aveva abbandonato. Mi ero allora, quasi follemente preso il vezzo di calcolare, sempre usando il mio corpo come unità di misura, il centro del pavimento e quindi, accovacciato su me stesso, aspettare. Sentivo l’esigenza di stare al centro del cubo. Non avendo nessuna percezione del tempo, non riuscivo più a pensare a niente, non sapevo chi o che cosa stavo attendendo. C’era soltanto il presente da vivere con il massimo dell’angoscia e dello sgomento e del dolore, che incominciava a proporsi prepotentemente anche a livello fisico. Avevo fame, sete, avrei voluto addormentarmi e perdere così i sensi, ma non riuscivo, mi faceva male la schiena e le articolazioni. Da quanto tempo stavo seduto in quella posizione? Doveva pur accadere qualcosa prima o poi! L’ultimo pensiero prima di perdermi, di non esserci più, prima di morire, fu che niente potesse essere peggio di trovarsi nella indefinibile situazione in cui ero e quello fu il mio ultimo errore.
Quando aprii gli occhi, infatti, mi trovai in una landa desolata, il terreno era sterile, nero e fangoso perché il cielo era interamente oscurato da enormi ammassi nuvolosi che scaricavano a terra pioggia incessante e sporca. Io ero in piedi, con il corpo protetto quasi completamente da una pesante armatura metallica. Impugnavo un’enorme alabarda che maneggiavo con sicurezza ed ero in attesa. Attendevo il nemico che stava avanzando da tutte le direzioni e puntava verso di me. Il nemico procedeva velocemente a orde, orde di incalcolabili moltitudini di esseri mostruosi, deformi, rivoltanti e tutti apparentemente simili.
Io ero solo e dovevo affrontarli tutti e insieme. L’impari mortale combattimento ebbe inizio. La mia rabbia e l’orrore producevano forza, energia che mi proteggeva, mi faceva da scudo. Volteggiavo la mia arma con abilità e violenza, compiendo gesti veloci, movimenti ritmici. Amputavo arti, staccavo teste, squartavo quei maledetti orchi, subendo anch’io colpi, ma mai mortali. Ero concentrato, consapevole che il primo ed unico errore mi sarebbe stato fatale. Reggevo l’urto, combattevo, loro erano tanti, troppi, ovunque, ma erano stupidi, lenti e prevedibili. La mia armatura così come il mio viso, ben presto divennero pregni di fango misto a sangue e chissà cos’altro. Ero io, proprio io, in quel posto infernale, a fare cosa? Continuai a combattere, a vibrare colpi, a subire, a muovermi non pensando a niente, a provare il dolore in tutte le sue forme, ancora e ancora all’infinito, fino a quando mi ritrovai esanime appoggiato sulla mia alabarda ad osservare la miriade di cadaveri e melma che stava intorno a me a perdita d’occhio. Fu solo allora, quando mi fermai e mi guardai intorno, che realizzai che non c’era niente, nessuno, tutto ciò che mi rimaneva ero io, niente altro che me stesso.
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Racconto particolare, filosofico e introspettivo. Il lettore si perde nelle due scene, completamente diverse ma angoscianti in egual misura. Le parole sono calcolate, taglienti come l’alabarda che taglia teste e mozza arti mentre il bianco candido della prima scena crea un contrasto ammirabile fra il senso di angoscia e perdizione del protagonista ed il senso di pulito e sicuro che quel colore conferisce alla scena.
Bravo.. Un racconto riuscito.
Alla prossima lettura.
Grazie Raffaele, sono davvero lieto di avere suscitato il tuo interesse e avere ottenuto la tua preferenza. In effetti, l’intento era appunto quello di raccontare due scene distanti tra loro ma con un unico motivo di lettura, il tutto ovviamente in poche righe. Grazie ancora saluti
Qualche anno fa conobbi un ragazzo che, durante una passeggiata, mi descrisse esattamente la stessa scena che c’è all’inizio del tuo racconto: un uomo, chiuso in una “scatola” buia, senza nessuna via di fuga. Provai per anni a farmi dire come finisse il suo racconto, senza mai ricevere risposta. Leggendo questo tuo scritto, mi hai colta di sorpresa, come se avessi già vissuto tutto questo. La tua scrittura è lineare e scorrevole, per questo motivo è stato un piacere leggere il tuo racconto. Mentre leggevo, si sviluppava in me il desiderio di saperne sempre di più, cosa che di solito non succede leggendo testi noiosi. Sei davvero bravo, ti faccio i miei complimenti 🙂
Mi piacerebbe molto leggere il racconto a cui fai riferimento. Sai, in passato mi era già capitata una situazione analoga. Ho scritto un racconto che poi ho scoperto casualmente essere molto simile a una novella di Pirandello. Mi sono molto compoaciuto del fatto, ma il brano poi ho scelto di modificarlo. Grazie per aver dedicato tempo a leggere e commentare questo brano.
Grazie Ely per aver dedicato il tuo tempo per leggere, masticare e commentare questo brano. Ho provato, in qualche centinaia di parole, a raccontare una visione , tu l’ hai spiegata, srotolata, imbacchettata. Grazie ancora ciao.
Che dire … molta filosofia e psicologia in questo tuo racconto.La prima parte si può ritenere sulla scia della scommessa di Pascal sull’ esistenza di Dio, trasferendola sul piano esistenziale, ovvero se noi siamo vita o miraggio.Poi affronti quello che ognuno di noi vive quotidianamente.Siamo molto attenti a capire, soppesar,e quello che è intorno in noi a a tal punto, che perdiamo il senso della realtà.Quante volte combattiamo dimenticandoci il motivo, solo perchè ci sentiamo in dovere di continuare…Mi è piaciuto davvero molto, porti il lettore a riflettere sulle scelte quotidiane.Intenso e pregno di significato.