Vivrai qui, con me

Serie: L'incubo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cercando sua figlia, insieme a lei, devi aver aperto una porta spirituale. E poi non sei del tutto estraneo alla faccenda: anche tua mamma è stata testimone della sua opera di distruzione.

Senza che i due se ne rendessero conto, tanto erano assorti nei loro discorsi, le lancette dell’orologio superarono la mezzanotte. Solo la fioca luce delle candele, ormai consumate per metà, illuminava la stanza.

«Adesso basta», esclamò Jenni. «Lo chiamiamo, gli chiediamo esplicitamente cosa vuole da te e perché si trova qui, e poi lo mandiamo via».

«L’hai già fatto prima? Voglio dire… hai mai cacciato uno spirito?»

«Ma certo, bruciando la salvia.»

«Bruciando la salvia!» ripeté lui, sferzante.

«Io non ti capisco. Sei un medium anche tu! Hai visto gli spiriti, ci hai parlato. Perché continui a essere così scettico?»

«Perché non credo che bruciare un po’ d’erba possa convincere uno spirito ad andarsene, specialmente se si tratta di un demone.»

«Ah, non credi? Bene, allora te lo dimostrerò. Mani sul tavolo!»

Akseli sbuffò, poi eseguì, sentendo le mani di lei posarsi sulle sue.

«Ora chiudi gli occhi, concentrati e seguimi.»

«Sì, signora!»

Lei gli lanciò un’ultima occhiata rassegnata, poi chiuse gli occhi e inspirò profondamente.

La sensazione che Jenni aveva già avvertito prima che Mimi la distraesse, come se qualcosa scattasse da un angolo all’altro della stanza, tornò all’improvviso.

Entrambi riaprirono gli occhi, scambiandosi lo stesso sguardo smarrito.

«L’hai sentito anche tu?»

«Sì», sussurrò lui, guardandosi intorno.

«Bene, deve essere qui. Continuiamo.»

D’un tratto, una voce baritonale giunse dall’oscurità: «Mi stavate cercando?»

Akseli sussultò, sentendo il cuore martellargli nel petto. Jenni lanciò un urlo, poi afferrò in fretta il rametto di salvia, ma le tremavano le mani e non riusciva ad accenderlo.

«Signora, la prego, si rilassi», continuò la voce misteriosa, avvicinandosi al tavolo. La luce delle candele rivelò gradualmente la sua figura: un uomo di circa cinquant’anni che indossava un elegante completo scuro.

«Che c’è? Vi aspettavate di vedere i tentacoli?» aggiunse, per poi esplodere in una risata scrosciante che fece venire loro i brividi.

«È un piacere rivederti, Akseli. Volevi chiedermi qualcosa?» domandò, poggiando le mani sul tavolo e sporgendosi verso di lui.

In quel momento Akseli, osservandolo attentamente, si stupì della sua concretezza: le dita leggermente annerite, come se avessero appena toccato della cenere, la piega trasversale sulla giacca nera, le rughe e la piccola cicatrice sul viso. Adesso che era più vicino, ne percepiva anche l’odore: una di quelle vecchie acque di colonia con una distinta nota di alghe marine. Era reale, proprio lì davanti a lui.

«Io volevo solo… mi chiedevo… se avessi fatto qualcosa…» balbettò, sforzandosi di rimanere calmo e rispondere alla sua domanda.

Nel frattempo, Jenni era riuscita ad accendere la salvia accostando il rametto alla candela; quel profumo dolce ma pungente distrasse Iku-Turso, che si voltò a guardarla infastidito.

«Signora, lei mi sta stancando», sbuffò.

«Allora hai capito con chi hai a che fare, vero? Fuori di qui, mostro!» urlò, puntandogli contro il rametto fumante.

«Ma come fai a sopportarla?» domandò lui, rivolgendosi ad Akseli. Poi, alzando la mano con un gesto disinvolto, senza nemmeno guardare nella sua direzione, scaraventò Jenni giù dalla sedia, facendole battere con violenza la testa sul pavimento.

«Jenni!» esclamò Akseli, pietrificato.

«Non preoccuparti, una simile testa dura non si rompe così facilmente», disse Iku-Turso, scoppiando nuovamente a ridere.

Poi, tornando serio, incrociò le braccia, fissando Akseli negli occhi: «Dunque, veniamo a noi».

Le candele si spensero e, nel buio quasi totale, Akseli avvertì un leggero movimento ondulatorio del pavimento, che diventava sempre più forte. Scattò in piedi, ansimando, poi puntò alla porta: gli tornò in mente che anche anni prima, al suo primo incontro con Iku-Turso, le luci si erano spente e la casa aveva iniziato a vibrare. In quella circostanza si era salvato fuggendo fuori; dunque, anche in quel momento, la mossa più saggia sarebbe stata uscire all’esterno.

Corse verso l’ingresso, ma poco prima di raggiungerlo la porta svanì, come assorbita dalla parete. Si voltò e una luce intermittente, che sembrava provenire dall’alto, gli rivelò ciò che stava accadendo: l’intera casa stava cambiando aspetto.

Sotto i suoi piedi si materializzò una moquette marrone in pessime condizioni, viscida e impregnata d’acqua; al posto dei suoi mobili apparvero tavoli fissati al pavimento e sedie dal tessuto marcio, sparse ovunque. Pannelli di legno si staccarono dalle pareti, rivelando strutture metalliche corrose dalla ruggine. Era la sala ristoro di una nave. Ma non una nave qualsiasi: era la Viking Sally.

«Rassegnati, non puoi andartene. Da oggi vivrai qui, con me», gli disse Iku-Turso, compiaciuto nel vederlo sconvolto.

Akseli raggiunse di corsa le scale, che adesso non portavano più di sopra, ma scendevano verso il ponte inferiore. Mancavano alcuni scalini e il corrimano era marcio, ma arrivò comunque in un attimo al piano di sotto.

Si ritrovò in un lungo corridoio e decise di svoltare a destra. Da lontano scorse qualcuno: sembrava una donna in camicia da notte.

«Aiutami, ti prego!» urlò, disperato. Quella persona non rispose, ma rimase immobile, come se lo stesse aspettando.

Akseli si avvicinò a lei, cercando di non spaventarla. Quando finalmente riuscì a distinguere i tratti del suo viso sotto la luce intermittente, rimase sbigottito: «Mamma?»

«Akseli, tesoro mio, come sei cresciuto», esclamò lei commossa, stringendolo a sé.

«Mi riconosci?»

«Certo, che domande?» rispose lei. Poi lo fissò, preoccupata: «Ma che ci fai qui? E dov’è tua sorella?»

«Lei sta bene, non devi preoccuparti. Ma ora dobbiamo andarcene.»

«È impossibile. Saranno anni ormai che cerco di scappare. Non c’è niente da fare, lui non lo permetterà mai.»

I suoi occhi si riempirono di lacrime: «Non dovresti essere qui, perché ha preso anche te?»

Continua...

Serie: L'incubo


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Arianna, la nave che appare dentro la casa è un colpo di genio. Il terrore sale perché il posto sicuro diventa la trappola. E quando Akseli trova la madre nel corridoio, quella frase “perché ha preso anche te?” ti gela. Tiene insieme l’horror e il cuore senza perdere né l’uno né l’altro.

  2. “Sotto i suoi piedi si materializzò una moquette marrone in pessime condizioni, viscida e impregnata d’acqua; al posto dei suoi mobili apparvero tavoli fissati al pavimento e sedie dal tessuto marcio, sparse ovunque. Pannelli di legno si staccarono dalle pareti, rivelando strutture metalliche corrose dalla ruggine. Era la sala ristoro di una nave. Ma non una nave qualsiasi: era la Viking Sally.” Queste descrizione mi fanno impazzire. Sono il punto di forza di ogni storia, perché ti trasportano al suo interno. Brava 👏👏

  3. Allora, il demone mi è stato quasi simpatico alla sua entrata in scena e non mi è neanche dispiaciuto per Jenni. Poi, però, è andato un po’ oltre.
    Estremamente vivida la scena della nave, oltre che inquietante. L’incontro con la madre mi ha messo in testa un dubbio: se la sua malattia fosse soltanto un modo per il mostro di tenerla prigioniera?
    Questa storia continua a stupirmi e piacermi tantissimo, complimenti Arianna!

  4. Sembra un incubo; spero che Akseli possa risvegliarsi nel suo letto, spaventato ma libero. E comunque sono d’ accordo con Corrado sulla tua fantasia. Ogni volta che descrivi situazioni surreali o mondi paralleli (?) riesci a stupirmi e a impressionarmi ogni volta.

    1. In realtà sto cercando di attenermi scrupolosamente alla reale struttura della nave (man mano che scrivo il racconto, cerco informazioni dettagliate sui vari ambienti, come la zona ristoro). Mi fa molto piacere che tu abbia gradito l’episodio🥰