Vocazione di San Matteo – Caravaggio

Serie: Oltre il dipinto


L’ambiente buio e pieno di fumo oscurava la sua vista, riusciva a sentire del chiacchiericcio provenire vicino a lei, erano schiamazzi di ogni genere. Le cicale e i grilli iniziarono a cantare facendole venire i brividi. Il cielo pieno di nuvole presagiva una tempesta appena passata o in cammino, un vento fresco le riempì le braccia di puntini, sfregò ripetutamente i palmi delle mani sui suoi avambracci cercando di riscaldarsi.

Era appena calata la sera, ma la luce del tramonto si poteva ancora scorgere dietro i cipressi che occupavano l’ambiente. La strada non asfaltata proseguiva fino a diventare una linea retta all’orizzonte sormontata da una catena montuosa.

Alcuni uomini gironzolavano portando lanterne per fare luce e poter distinguere qualcosa in strada. Erano pochi, piuttosto diradati, la maggior parte adulti che tornavano a casa dopo una pesante giornata di lavoro, alcuni utilizzavano un bastone altri con passo lento e cadenzato si facevano strada parlando animatamente con i colleghi che al loro fianco seguivano la corrente.

La vista del tramonto, della brezza leggera e dei visi stanchi le fece venire sonno, le palpebre si erano fatte pesanti; chiuse gli occhi per un secondo lasciandosi andare alla sensazione di tranquillità.

Quando la luce aveva smesso di brillare e il suo aspetto si era adeguato all’epoca in cui era stata sbattuta, quello che si ergeva davanti a lei era un’osteria con le porte in legno, mediamente vecchie e scassate. Non era un locale enorme, confinava con casette in legno probabilmente ad un solo piano, le finestre sbarrate non lasciavano a chiunque passasse nessun indizio su quello che potesse succedere all’interno. Solo i rumori: il tintinnare di alcuni bicchieri, alcuni oggetti che sbattevano sul pavimento e le voci sommesse, lasciavano immaginare un po’ di vita all’interno di quel lugubre posto.

Una luce fioca proveniva da dentro il locale insieme ai rumori che rompevano il silenzio della notte.

Uno scricchiolio strozzato dietro di lei le fece venire la pella d’oca, decise di non girarsi e sperò di averlo semplicemente immaginato. Le sue mani toccarono il legno della porta, le venature simili alle sue impronte digitali creavano piccoli sentieri all’interno del compensato. Probabilmente i tarli erano arrivati prima di lei e si erano cibati di quella porta lasciando buchi e venature piuttosto profonde. Spinse la porta che si aprì come in un film Western ed entrò.

L’interno non era così diverso dall’esterno in fatto di luce, tutto veniva illuminato da una candela consumata e quasi del tutto spenta posta sul muro al lato dell’osteria.

Un unico tavolo si trovava al centro della sala, era in legno come quello della porta; in realtà non si riusciva a scorgere più di tanto siccome era attorniato da cinque persone e la sua superficie era colma di diversi oggetti.

Al tavolo sedevano cinque persone di diversa corporatura e vestiario, tre di essi portavano un cappello con la piuma come la ragazza.

Due di essi erano circa della sua età, tutti vestiti similmente a lei: i cappelli con le piume, le maniche a palloncino. L’unica cosa che li differenziava da era la presenza di spade attaccate alle loro cinture.

Briganti pensò

Erano tutti aggregati intorno a un tavolo troppo piccolo per contenerli comodamente, alcuni erano seduti su sgabelli in legno e altri su sedie anch’esse in legno. Parlavano del più e del meno, citando noti personaggi della loro epoca storica: – Avete sentito, Galilei sta lavorando ad un altra fantasticheria -, – Evidentemente la sorte di Giordano Bruno non l’ha ammonito -, – Qualcuno di voi ha letto Shakespeare?-,  – Comunque Don Rodrigo mi ha detto di non farne parola con nessuno –

Una chiara e semplice conversazione da bar.

Uno di loro richiamò la sua attenzione, si trovava agli antipodi della tavola rispetto a lei, non portava il cappello e la sua camicia era rossa con dettagli bianchi; i capelli folti e arruffati coprivano quasi totalmente il volto. A differenza degli altri, la sua testa era china e nessuna parola era ancora uscita dalla sua bocca, anzi pensava di non aver sentito ancora la sua voce, neanche nella mischia. Era intento a contare le monete sparse sul tavolo, sembrava piuttosto concentrato per quanto la quantità di monete non fosse eccessiva.

Alla sua sinistra un uomo decisamente più anziano con una mano a tener fermi gli occhiali stava ossessivamente controllando le mosse del giovane: poteva vedere la mano del vecchio appoggiata allo schienale della sedia e il suo petto respirare freneticamente, vedeva gli occhi muoversi rapidi cercando di contare i soldi e non farsi, indubbiamente, fregare.

Nessuno sembrava essersi accorto della sua presenza, quindi, non volendo attirare nessuna attenzione strana, si posizionò in un angolo buio dell’osteria. Si sistemò vicino alla porta in modo da avere l’immagine del tavolo in diagonale rispetto al suo punto di vista.

Chiuse gli occhi per un secondo, in un lampo i ricordi la riportarono alla montagna, alla nebbia, alla stanza bianca, ad Aristotele, agli occhi lucidi di Ghiberti e infine alla sua apparizione davanti all’edificio.

E come di un’apparizione si trattasse quando aprì di nuovo gli occhi altre due persone avevano fatto capolino nella stanza, un anziano e un giovane, vestiti con tuniche e mantelli nelle varie sfumature del marrone. Erano scalzi, i piedi si muovevano lentamente sul pavimento sporco dell’osteria ed entrambi avanzavano verso il tavolo, l’aria all’interno del locale cambiò in una manciata di secondi.

Tutto si fermò.

L’uomo con la barba al centro del gruppo insieme ai due giovani, osservava incuriositi i nuovi arrivati, indicando con gesto stupito il ragazzo ancora intento a contare avidamente le monete.

La ragazza si strofinò gli occhi quando pensò di aver visto librare sul capo del più giovane dei pellegrini un’aureola lineare, era sottile ed appena visibile, ma il buio del luogo aiutava a percepire la sua luminosità, una sensazione strana riempì la sala, come se il tempo si fosse congelato in un fermo immagine.

Un quadro.

Le rimasero impresse le smorfie sulle facce di chi sedeva al tavolo, la sensazione di calore e pietà l’avvolse. Un fascio di luce improvviso attraversò l’osteria, proveniva da fuori e illuminava completamente le quattro facce dei presenti seduti al tavolo mostrando chiaramente le loro espressioni e i loro gesti. L’unica faccia rimasta allo scuro era quella del giovane che non si era nemmeno accorto dei nuovi ospiti. Continuava, imperterrito, a contare i soldi.

– Seguimi –

Non fu chiaro a chi fosse rivolta quella parola o quell’ordine, ma tutti si alzarono e seguirono i due pellegrini fuori, l’ultimo della fila, il giovane, si girò verso di lei e come se già sapesse che fosse lì le fece un gesto con la mano e le chiese di avvicinarsi.

Con riluttanza, per la mancata conoscenza della persona, la ragazza si avvicinò lentamente mantenendo una distanza di precauzione tra i due.

– Sono Matteo –

Il ragazzo le prese la mano, un certo calore scaturì da quel tocco insieme a una non ben definita fiducia, le adagiò sulla mano una moneta e gliela richiuse nascondendo nel suo palmo la circonferenza in metallo.

-Fai buon viaggio- le disse e poi uscì dall’osteria.

La ragazza era rimasta perplessa e piuttosto confusa dall’avvenimento e volendo chiedere spiegazione aprì la porta che dava sulla strada.

Un suono sommesso uscì dalle sue labbra quando la stessa luce la avvolse, chiuse le mani a pugno tentando di non far cadere la moneta che il ragazzo le aveva dato. Questa volta prima di rendersi conto del suo nuovo vestiario fu scaraventata a terra da una folla di persone, in lontananza rumori di spari e urla riempivano il panorama. Il fumo di una industria che si vedeva all’orizzonte la fece tossire e così si rese conto che il primo pezzo di vestiario era una camicia morbida bianca già sporca dal terreno e dalla polvere. Un paio di pantaloni verdi militare le fasciavano le gambe.

Era scalza.

Di lì a una manciata di secondi un’altra folla le passò sopra, qualcuno la notò: un bambino, vestito con un cappello marrone, una camicia semi aperta bianca e un paio di pantaloni beige; a contrastare la sua figura innocente erano due pistole che stringeva con gelosia tra le mani. La squadrò e indicandole una donna che era a capo della rivolte le urlò: – la révolution, la révolution!! –

Era il 30 di luglio 1830

Serie: Oltre il dipinto


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Discussioni

  1. Mi piace davvero tantissimo la tua idea di farci “vivere” i quadri dall’interno.
    Dopo aver letto questo racconto sono andato a rivedermi La vocazione di San Matteo, e ho ritrovato gli elementi narrati. Trovo che sia un bellissimo modo per unire pittura e scrittura, un omaggio da parte tua a questi capolavori.