Voci dal vuoto

Serie: Il buco nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lungo il confronto tra Ottavio e Arianna, emergono aspetti difficili e controversi dei loro mondi. Amicizie, distanze, ritardi, incomprensioni. Addirittura l'idea di combinare un fidanzamento tra la sorella di Elvira e un ragazzo disadattato. Arianna, all'oscuro di tutto, ne è profondamente ferita.

«Non ricordo da chi fosse partita l’idea. Sarà stato Simone a farmi pensare a te, o forse sarai stata tu che mi avrai fatto pensare a Simone. È passato troppo tempo, non è facile ricostruire. In ogni caso era un tentativo che avrei voluto fare» dissi ad Arianna.

«Non mi sembra vero, sai?»

«Che cosa?»

«Il tuo interessamento per presentarmi un tuo amico disadattato, come se tu dovessi raccattare gli avanzi del tuo gruppo del mare perché io non fossi capace di cavarmela da sola. Da non crederci.»

«Mi ero mosso per suggestioni, in ottima fede. E poi conosco bene Simone. Ero sicuro che sarebbe stato simpatico presentartelo.»

«È strano il fatto che Elvira non mi abbia mai detto niente.»

«Eppure lo sapeva. Ne abbiamo parlato più volte ed era d’accordo. Mi meraviglia che non te lo abbia riferito.»

«Da come me ne parli, questo tuo interesse mi sa di beneficenza, di pietà. Non so lui, il tuo amico, come l’abbia presa. Dal momento che tu lo conosci bene, come mi hai detto, avevi già previsto una sua reazione; a quanto pare ha accettato la tua proposta senza troppe storie» mi fece lei, risentita.

«Ne avevo parlato con Elvira. Non mi sarei mai azzardato a prendere iniziative senza il suo consenso. Nel caso lei mi avesse accennato alla possibilità che tu potessi prenderla a male, la cosa sarebbe subito rientrata. Avrei detto al mio amico che non se ne faceva più niente. Lui avrebbe capito, in fondo non era che un’ipotesi, per Elvira poteva andare bene provarci, anche se non ricordo con precisione le sue parole…»

«Non importano le sue parole. Contano le mie, perdonami. Elvira non sono io. Il fatto che tu le avessi parlato, non doveva giustificare l’autorizzazione a entrare in un lato della mia intimità senza che ne sapessi nulla. Avete fatto tutto alle mie spalle.»

«Mi dispiace che tu l’abbia presa così. Non avrei mai immaginato che la mia intenzione potesse ferirti così tanto. Ti chiedo perdono.»

«Non devi chiedermi perdono. Così è peggio, Ottavio» mentre gli occhi si velarono di lacrime.

«Posso comprendere che cosa provi. Non succederà più.»

«E come mi hai descritta al tuo amico? Come una disadattata?»

«Non ricordo di averti descritta. Sono rimasto sul vago. Lui non sapeva di venire per te. Lo sapevamo solo in due, perciò. Doveva accadere tutto in modo naturale.»

«Perché non lo hai più portato, allora? Che cosa ti ha fermato? La paura di deluderlo, forse?» abbassando di peso gli occhi.

«La domenica in cui lo avevo invitato pioveva a dirotto e avevo un forte mal di capo. Ho preferito rimandare.»

«E le altre domeniche?»

«Non se ne è più parlato. Lui non mi ha più chiesto nulla, la cosa è sfumata.»

«Non sarà mica uno storpio? Non mi stupirebbe più di tanto, ormai» e con un gesto sprezzante raccolse il piatto con gli avanzi del nostro spuntino, lasciando di furia la stanza del camino, senza darmi il tempo di replicare o difendermi.

Rimasi per un po’ frastornato, pensando a Simone, che in quel periodo stava uscendo con una ragazza molto carina, che studiava farmacia. Era dello stesso livello estetico di Ivonne, snella, corteggiatissima, attraente. Quando Simone mi raccontava delle prime uscite con lei – si chiamava Melissa, – io immaginavo di uscire con Ivonne e con loro due, senza dirlo a Elvira. Elvira era il noto, la persona che avevo raggiunto, ottenuto, senza troppi sforzi e incantesimi. Ivonne rappresentava il mistero, come Melissa lo era per Simone. Ma adesso i piani si invertivano nuovamente.

Nella casa si respirava una grande calma, quando dal corridoio sopraggiunsero dei passi. Mi accorsi che sapevano di fuoco, di quel fuoco lento e materno, che si usa per cucinare dal giorno prima e che deve decantare e sublimare i sapori, le sostanze, gli infusi pregiati e i sospiri d’ansia e d’insonnia in attesa di una nuova festività. Quante fiamme, nella casa in cui mi trovavo, avevano scoppiettato sotto pentole e tegami nella mia attesa vana, quando per svariate ragioni non ero più salito, avvertendoli solo all’ultimo momento. 

Era sua madre a essersi alzata. Riconobbi la sua voce assonnata, dialettale, parlare con sua figlia, ma non captavo le parole.  “Meglio lasciarle sole”, pensai, avvicinandomi con prudenza alla finestra, poi ritornando di fronte al camino. Ascoltavo le fiamme, l’impasto della loro tensione, poi uno sguardo fugace all’attizzatoio e ancora il vociare segreto dalla cucina, col pensiero alla tempesta e alla possibilità dell’isolamento perpetuo. Temevo che la famiglia di Elvira mi avrebbe imposto delle regole ferree, tracciando dei confini ai quali non ero più abituato. La voce della madre mi riportò a Elvira. Riconobbi il castigo di alcune sue inflessioni, mentre pareva che discutesse con Arianna del mio arrivo, ma erano voci confuse, di chi teme di essere ascoltato e si fa più in dentro, nell’angolo più stregato della casa, al confine con l’inesistenza, con i luoghi di espiazione, di esilio.

Mi avvicinai ancora al caminetto. La tentazione di spostarmi alla finestra per guardare la neve era forte, ma riuscivo a resistervi, a non muovermi. Il bianco della tempesta poteva ottundere, accecare, specie quando era così eterno e feroce nella sua vessazione. Arianna mi raggiunse per dirmi che sua madre voleva salutarmi. Mi servivano pochi minuti, le dissi, non ero ancora pronto. Lei non mi rispose, ma nemmeno si allontanò. Pur senza guardarla, e continuando a fissare le fiamme, avvertivo l’ombra della sua presenza, oltre a quella incombente della madre, che forse era seduta in cucina, con le mani incrociate e il capo chino, senza gli occhiali, nella mia attesa. 

Erano mesi che non passavo a trovarli. Guardando le fiamme vacillare nel camino, i miei pensieri erano trafitti unicamente dall’idea della neve e della stasi dei sentimenti e dei luoghi. Arianna lasciò nuovamente la stanza, chiudendo la porta, forse per parlare a sua madre della mia situazione, sperando che non sentissi – quel pomeriggio non trovava pace. Con la porta chiusa le loro voci non esistevano più, ormai. Erano parte di un unico vuoto che le risucchiava, come una caramella sotto la lingua nel buco nero di una galassia inesplorata.

Serie: Il buco nero


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Discussioni

    1. Ciao, Giuseppe. È vero: ci troviamo in un interspazio statico tra gli episodi, dove qualcosa è accaduto e continua ad accadere, ma nella sostanza tutto sembrerebbe ancora bastare e funzionare, mantenendo un suo ordine, una sua coerenza ipnotica, la tranquillità del crepitio del caminetto. Dobbiamo capire quanto sia affidabile questa regione dello spirito, che anche i luoghi della storia riflettono, così le voci della casa che si spargono come fiamme, l’ascolto religioso del fuoco. Grazie delle tue preziose suggestioni.

  1. Riprendendo il commento di Cristiana, anche io ho avvertito una sorta di solitudine, o addirittura “dimensione altra” che avvolge e accompagna il protagonista. Come se osservasse gli altri personaggi da un luogo tutto suo, quasi distaccato. Descrive le loro relazioni, i loro legami, come avesse di fronte una scena in cui lui però non è completamente presente.

    1. La solitudine della storia è intrisa di soffocamenti e di vuoti d’aria, quasi mai di spazi, di libertà. Così la tempesta di neve del “Buco nero” non conduce agli incanti delle fiabe, ma agli argini, alla muratura dei confini, che decretano l’impossibilità di un contatto, dello snodo di un ritorno, di un ultimo sfioramento. Tutto è determinato dalla perfezione di una clausura estatica e monastica, l’unica possibile. L’unico luogo abitabile prima dell’abisso, preferendovi il vuoto palpabile dell’assenza, che è anticipata e delineata nell’episodio 3 “La partenza”:
      “Nelle strade non c’era nessuno. I lampioni erano già accesi. Lungo l’ultimo tratto pensavo ai visi delle persone che mi avrebbero visto arrivare da solo, ma alle finestre neanche un’anima. Nessun viso di donna, uomo, vecchio o bambino ad aspettare come un bacio l’arrivo di un uccello sulla ringhiera, prima della tempesta di neve […]
      Alla prossima.

  2. Sai cosa noto solamente adesso? Che ogni singola stanza è come il palcoscenico di un teatro su cui salgono non più di due personaggi alla volta. Uno entra e l’altro esce. Mi impressiona molto questo particolare perché, dal mio punto di vista, è come se tu fossi riuscito ancora di più a trasmettermi una sensazione di ‘vuoto’ che fa mancare il respiro. Forse lui è sempre solo? E in quale dimensione si trova? E ancora: ne è consapevole?

    1. Ho avvertito anche io questa costante apnea, come se ogni dimensione che si succede si avveri sotto una tenda a ossigeno, in più comparti e livelli scenici, con una luce crepata, frammentaria, non definita, che non proviene da una sola fonte. Il lavoro è imperniato sul vuoto, sia dei luoghi che delle anime, e sulle varie gradazioni che si accompagnano a un sentimento di isolamento dilagante, che accompagna la narrazione (“isolamento perenne”) come la grande tempesta di neve del primo pomeriggio, su cui sto cercando di organizzare e delineare al massimo il tessuto nella sua materia discorsiva e descrittiva. Mi è piaciuto molto il tuo quadro interpretativo di questa fase della serie.

    1. Sono molto contento che ti sia piaciuto. Siamo in una zona ancora molto magmatica, caotica, propulsiva, ma dove ogni elemento ha il suo piccolo peso, la sua funzione, il suo valore relativo. Per ogni sguardo di lettura la storia diventa altro; si illumina, si flette o si contorce nel suo maelstrom. Credo che dentro l’incontro simultaneo di più sguardi di lettura le sue tracce si definiscono, oltre le mie fragili pianificazioni, come le voci astratte che Ottavio percepisce dalla cucina, senza individuarne le parole, ma solo i sibili, i suoni, i respiri. È questo il mio piccolo grazie per il tuo tempo e il tuo ascolto. A presto.