YALAN

Elazig, Turchia – 1995

Alloggiavo in questo hotel da dieci giorni; il lavoro era ormai terminato e l’indomani sarei ritornato in Italia, dopo uno scalo a Istanbul. Dalla mia stanza all’ottavo piano potevo vedere un’ampia panoramica della città, dove risaltava una vecchia moschea con due minareti molto alti.

La sala ristorante si trovava al primo piano, satura tutte le sere di fumo e odore di cucina. I camerieri giravano discreti fra i tavoli, a prendere ordinazioni con vistosi sorrisi.

Alle dieci comparivano tre suonatori assieme a una cantante; il repertorio iniziava sempre con una canzone: “Yalan”, che in turco significa “bugia”, e aveva una melodia sinuosa e ipnotica; il ritornello diceva: “bugia, bugia, bugia – non le tue parole, i tuoi occhi sono bugie”. O, almeno, così mi aveva tradotto l’unico cameriere che parlava un poco d’inglese.

Dopo questo avvio i clienti in sala scrivevano sui tovaglioli di carta i brani che volevano sentire; lei ringraziava, con un piccolo inchino, e poi li eseguiva. Loro applaudivano e le gettavano in testa petali di garofano: era il loro modo di possederla per tre o quattro minuti, il tempo di una canzone.

Questa volta però la serata era partita con un pezzo che non conoscevo; poi cominciarono le solite richieste, così scrissi sul tovagliolo il titolo della mia preferita e sotto, per gioco, il numero della mia stanza.

La cantante si chiamava Nazan e portava sempre un abito lungo, molto attillato, di colore bianco perla con ricami dorati. Aveva brillanti occhi neri; pure i capelli erano neri, raccolti dietro a scendere sulla schiena. Lesse la mia richiesta, e mi guardò per un attimo sorridendo.

Alle dieci e mezza ci fu una breve pausa, la cantante uscì dal salone assieme al chitarrista, e dopo qualche minuto rientrò da sola, riprendendo l’esibizione. Raccolse altre richieste, ma la mia “Yalan” la cantò per ultima, fissandomi verso la fine del brano con occhi ammiccanti.

Erano ormai le undici passate quando i due accompagnatori chiusero gli strumenti nelle custodie e uscirono, con la donna, dal salone, tra qualche sincero applauso dei presenti.

Pagai il conto al solito cameriere e gli dissi che era la mia ultima cena a Elazig. Mi rispose: “buon viaggio”, prima in turco e poi in inglese.

Salii con l’ascensore all’ottavo piano e mi diressi verso la mia stanza. Appena entrato mi accorsi di aver lasciato accesa la piccola lampada sul comodino. Aprii lo sportello basso dell’armadio. Al posto della mia valigia c’era soltanto un biglietto di carta; lo annusai, era profumato; lo girai, c’era scritto: “yalan”.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi lego, questa volta, al commento di Giancarlo perché l’immagine degli occhi ‘imbroglioni’ e bellissimi (questo lo aggiungo io) mi piace tanto. Davvero un affresco ben riuscito, un pezzo di vita sinceramente narrata. Quando ti leggo ho l’impressione di sbirciare da dietro una finestra. Di questo racconto mi sono particolarmente piaciute le descrizioni della sala avvolta in fumi e odori che modificano a nostro piacimento la realtà, così che possiamo provare a giocare un po’. Quel vestito, poi…

    1. Sei sempre troppo generosa, con me.. ma mi fa così tanto piacere.. scivoli dietro le mie parole, eludi il leggero schermo che a volte uso nel metterle giù..