ZIA AMERICA

Zia America aveva molto da fare fin dalle prime ore del mattino. La cosa più importante era il bucato. Appena sveglia e alzatasi dal letto, sulle gambe incerte cotte dal dolore, zia America andava verso il cesto dei panni sporchi e li smistava: i panni scuri da un lato, i panni chiari dall’altro. La lavatrice strideva e tossiva, allora zia America realizzava che era arrivato un nuovo giorno, la vita continuava.

Fuori dalla finestra i gabbiani gridavano disperati e le persiane della casa accanto sbattevano forte, qualcuno dal piano di sotto gridava:

«Cosa state facendo, parassiti!»

Poi, occorreva spolverare tutte le statue. Erano molte, accumulate nel corso degli anni, che custodivano dei ricordi… questa ballerina con un piede scheggiato fu un regalo del suo primo marito, che era un uomo imponente, il quale aveva l’abitudine di bere un bicchiere di cognac ogni sera prima di cena.

Il secondo marito le regalò un cavallo di gesso bianco con una lunga criniera, sembrava un cavallo anche lui con i suoi denti, ma tutto sommato era intelligente, solo che beveva troppo e da ubriaco chiamava la sua ex moglie e si lamentava di lei. Nell’armadio dietro il vetro c’era una collezione di ricci: erano tanti e diversi, di vetro, di plastica, di rame, dei ricci con dei funghi sugli aghi, con dei fiori nelle zampe… uno, il più grande, era solo e triste, sembrava stesse aspettando qualcuno… ma fu così che la gente se ne andava, mentre le statue restavano.

Tocca prendersi cura di tutti, soprattutto di queste ultime.

Quella mattina fu triste, perché scomparì senza lasciar traccia la sua gatta Principessa.

Zia America era molto affezionata alla gatta, ma la gatta a dirla tutta fu lontana dall’essere davvero Principessa, era selvaggia, strana e imprecava continuamente; nonostante ciò, la zia America le voleva bene, perché Principessa ascoltava tutto quello che lei diceva; difatti, non le obbediva, ma la ascoltava.

Invece, sua figlia non ascoltava nemmeno, ma si lamentava e si lamentava, senza fine né ritegno.

Zia America non riusciva a capire perché fosse così sfortunata nella vita, perché lasciò gli studi, non ebbe mai figli e ormai non ne avrebbe più potuti avere, credeva di essere regolarmente sposata, ma il presunto marito non aveva mai divorziato dalla prima moglie.

La sua vita volgeva praticamente al termine e cosa le era rimasto, a parte la casa? Le sue gambe erano sempre gonfie e doloranti, non dormiva la notte… perché? «Sarà il mio destino» pensava Zia America mentre sospirava.

Persino la gatta l’aveva abbondata.

A chi avrebbe detto detto Zia America che ieri sera le facevano di nuovo male le ginocchia? A chi avrebbe detto che, per quanti calzini si mettesse, aveva sempre freddo? Con chi si confronterà su cosa preparare per cena? Con chi condividerà i pensieri su quanto la città fosse diventata vuota. Prima si usciva per strada e si incontravano subito dei conoscenti, ma ora, per quanto si vagasse, non c’era più nessuno. Dove erano finiti tutti quanti, si può sapere?

Oggi il caffè non era buono. I ricci guardavano Zia America da dietro il vetro e le sembrava che parlassero.

Così chiese loro:

«Avete visto la mia Principessa? Sapete dov’è andata?»

Si rispose ridendo: «Beh, ora sto parlando con i ricci» . «Ma perché no? Se un gatto può essere un discreto interlocutore, allora pure i ricci.»

«Perché gridate così forte, uccelli schifosi!» disse zia America ai gabbiani. «Casino dopo casino! Dovreste vivere tranquillamente, come tutte le persone normali.»

Zia America aprì la porta del balcone. Le porte erano interessanti, sembrava che cantassero. Non solo questa: tutte le porte della casa cantavano, forse perché i cardini erano arrugginiti, forse per qualche altro problema. La porta della camera da letto cantava in modo stridulo e sottile, la porta del balcone sembrava si lamentasse e la porta d’ingresso sospirava e ansimava in modo pietoso. Certo, le porte avrebbero dovuto essere oliate, ma a Zia America piaceva il loro canto, le ricordavano la sua infanzia, il villaggio, gli spruzzi dell’acqua del fiume, le voci allegre e le storie spaventose di succhiasangue e statue parlanti.

Si avvicinava l’ora di pranzo e il pane era quasi finito. Zia America uscì per andare al negozio degli alimentari sotto casa e decise di approfittarne per fare il giro dell’isolato nel caso qualcuno avesse trovato la sua Principessa.

«Principessa! Principessa!» gridava. «Forza, gattina, dai! Micio-micio-micio-micio! Vieni! vieni!»

La città dormiva tranquillamente, come una marmotta. Il vento soffiava dal mare. Vide una bambina lungo la strada, che le chiese:

«Stai cercando qualcuno?»

«Una gatta. Si chiama Principessa.»

«È scappata?»

«Sì. Ho aperto la porta e lei è saltata fuori.»

«Perché è saltata fuori? Forse l’hanno chiamata i gatti selvatici?»

Non avendo trovato la Principessa, Zia America tornò a casa. C’era silenzio e faceva freddo. I ricci la guardavano da dietro il vetro con tristezza e devozione, come su un palcoscenico teatrale. Si sdraiò per riposare e si addormentò. Nel sonno la Principessa si avvicinò a lei e bestemmiò con una voce maschile roca, in dialetto. E le fecero eco le porte che cantavano con le loro voci metalliche e dure.

Si svegliò alle tre e mezza del mattino, ancora nel buio. Da fuori udì graffiare, agitarsi e miagolare. Zia America aprì la porta e lì dietro trovò la sua Principessa, terribilmente spaventata e magra, come se non mangiasse da giorni. Zia America la chiamò:

«Micio-micio-micio-micio!» ma la gatta stava ferma davanti, miagolando e guardando da qualche parte. Così rimasero l’una di fronte all’altra. Poi la gatta entrò nella stanza e Zia America si affrettò a versarle del latte nella sua ciotola e a darle un po’ di pollo. La gatta cominciò a mangiare avidamente e Zia America la guardava e le parlava dolcemente:

«Sei arrivata… finalmente… Come puoi stare senza di me? Come posso stare senza di te? Come possiamo stare l’una senza l’altra?»

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Discussioni

  1. Ciao Elina, ci sono dei passaggi bellissimi in questo tuo racconto, molto particolare l’accostamento delle statue di cui si prende cura. In momenti è quasi commovente e chi legge sta a guardare questo personaggio che hai creato, la sua fragilità e la sua forza. Brava.

  2. Questo tuo racconto mi rimanda a giornate in cui le nuvole fanno a gara col sole per rubargli la scena, ed il vento porta fra i palazzi odore di pioggia e di mare. Molto bello.

  3. non so se l’italiano sia la tua lingua nativa ma non ha importanza. Hai scritto un racconto bello, molto bello, dove compaiono frasi perfette come questa: “La porta della camera da letto cantava in modo stridulo e sottile, la porta del balcone sembrava si lamentasse e la porta d’ingresso sospirava e ansimava in modo pietoso.”
    Davvero notevole, non sbaglia affatto chi ha citato la letteratura russa classica.

    1. Sono davvero arrivata dall’Ucraina, in Italia per due anni. Ho dovuto partire a causa della guerra. Grazie mille per aver ricordato Gogol in relazione alla mia storia! È uno dei miei autori preferiti.