24 dicembre

Era la sera della Vigilia di Natale. La famiglia, rimasta fuori dallo sfratto, si mosse nel tentativo di trovare un posto presso qualche centro di beneficenza. Si rivolsero al primo ma l’esito fu negativo. “Mi dispiace ma non ci sono più posti. Provate quello più avanti” disse l’usciere dell’istituto. Nevicava copiosamente. Il vento gelido tagliava le facce. Il bambino incappucciato chiese alla mamma “Quando arriviamo?” “Fra poco. Poi ci riscaldiamo” rispose la mamma. Le luci festose fra il manto bianco creava pensieri positivi, di speranza. Giunsero all’altro istituto. Suonarono. Si aprì il portone e apparve una ragazza. Non li guardò neanche. Aveva un telefono fra le mani a cui dar retta. La famiglia chiese asilo ma la ragazza, distogliendo la vista dall’apparecchio e rivolgendogli uno sguardo inespressivo e vuoto disse: “Mi dispiace ma non ci sono più posti provate quello più avanti”. Sembrava che si fossero messi d’accordo a dire tutti la stessa frase. La ragazza tornò sul suo telefono e chiuse il portone. “Papà, non entriamo?” disse il bimbo. “Fra poco. Non ti preoccupare.”. I fiocchi di neve non accennavano a rallentare ma le luci di Natale regalavano quel calore che viene dal cuore. Per strada non si sentiva altro che il profumo dei lauti pasti appositamente preparati per quella sera speciale. Più avanti la famiglia incontrò l’ultima struttura di assistenza e suonarono. Dall’interno una signora si avviò verso il cancello e dalle sbarre dello stesso chiese: “In cosa posso essere utile?” Nell’udire queste parole, alla famiglia si illuminò il cuore. “Abbiamo bisogno di asilo” disse il padre. La faccia della signora acquistò un’espressione seria e dopo rispose: “Purtroppo i posti sono terminati. Sa com’è. È Natale. Provate agli altri due.”. la famiglia rappresentò che c’erano già stati e anche agli altri non c’era posto e insistettero per far entrare almeno la mamma e il bimbo. La signora, per motivi burocratici e legali, fu irremovibile, si allontanò dal cancello e tornò dentro. La neve si appoggiava dolce sui loro corpicini infreddoliti. Presero l’infausta decisione di appoggiarsi fuori solo per questa notte e cercarono un angolo riparato. Trovarono una rientranza in prossimità della chiesa almeno per non stare sotto la neve. Si sedettero a terra uno attaccato all’altro per soffrire meno il freddo. Da quel punto si stagliava un paesaggio stupendo. Davanti ai loro occhi avevano tutta la strada illuminata a festa e la chiesa pronta a dir messa con tutte le stupende musiche natalizie. Il bimbo rimase stregato e quasi tornò a credere alla magia del Natale e a Santa Claus ma poi ripensò alle parole del papà in un momento d’ira: “Tuo padre è stato licenziato e fra un po’ saremo sfrattati! Babbo Natale non esiste! Ero io Babbo Natale e quest’anno non ci saranno regali per nessuno!”

Il bimbo tornò alla realtà e quella sensazione magica svanì totalmente. Per strada ormai non circolava più nessuno. Erano tutti attorno alla tavola. Si sentivano le risate e i suoni delle stoviglie e dei televisori accesi che trasmettevano di continuo pubblicità di carità e solidarietà che nessuno ascoltava. Iniziava a farsi tarda sera e le temperature calarono. La famiglia crollò in un sonno disturbato. A una certa ora, prima della nascita del Signore, si sentirono dei passi avvicinarsi alla famiglia. Si svegliò solo il bimbo e davanti vide dei grossi stivali scuri. Alzò lo sguardo e chiese “Chi sei?” ma, dopo essersi strofinato gli occhi, guardò meglio la figura che gli stava avanti e, pur essendo in controluce, ne riconobbe l’abito, i colori e l’ombra del viso. La luce alle spalle dello sconosciuto lo accecava e l’unica cosa che riuscì a vedere bene erano soltanto quei grossi stivaloni scuri ma nonostante tutto lo identificò.

“Non può essere, tu non esisti!” disse il bimbo. “Babbo Natale non esiste!”

“Perché non ho scritto la letterina? Ovvio! Perché non esisti!” rispose il bimbo.

“Sì, volevo quel giocattolo. Come fai a saperlo?” ribatté il bimbo.

“Se sei veramente tu allora perché non hai nessun regalo?” replicò il bimbo.

“No, non voglio più quel giocattolo!” contestò il bimbo.

“Cosa voglio? Vorrei andare dal mio fratellino con mamma e papà e tornare a giocare insieme come facevamo quando eravamo a casa prima di partire su quella bruttissima nave piena di gente. L’ultima volta che siamo stati insieme era proprio su quell’imbarcazione. Mi sono addormentato e al mio risveglio non c’era più. Mamma dice che è andato in un posto bellissimo dove non si soffre il freddo e non manca mai da mangiare. Si, vorrei proprio andare lì anch’io insieme a mamma e papà e tornare a giocare tutti insieme.” rispose il bimbo.

“Chiudere gli occhi? Perché?” replicò il bimbo.

“Ah! Devi fare l’incantesimo!” disse il bimbo.

La messa di Natale finì e la gente si avviò verso le proprie case a festeggiare la nascita del Signore. Due coetanei del bimbo lo riconobbero nella nicchia a terra insieme ai genitori. Pensarono di fargli uno scherzo e presero una manciata di neve. La appallottolarono e la lanciarono contro di lui che, dopo averlo colpito, cadde di lato come un sacco senza che nessun componente della famiglia desse alcun segno. Gli astanti che assistettero alla scena e che poco prima avevano partecipato alla messa di Natale richiamarono i figli per allontanarli dalla famiglia giacente immobile a terra e recarsi a festeggiare la nascita di Gesù ognuno nelle proprie case. Una volta che tutti furono a casa una coetanea e compagna di scuola del bimbo (che aveva assistito mentre suo fratello, per scherno, aveva lanciato la palla di neve contro quel corpicino inerte) durante lo scarto dei regali riconobbe, nelle mani di suo fratello, il giocattolo che il “bimbo fuori dalla chiesa” avrebbe voluto per Natale e la portò a ricordare quando, all’uscita da scuola, si fermarono a osservare la luminosa vetrina del negozio di giocattoli di fronte dove il bimbo, guardandola, le disse: ”Quello sarà il mio regalo di Natale!”. Istintivamente andò dal fratello a dirgli: “Quello era il regalo che voleva…”. La bimba non ebbe il coraggio di concludere la frase in quanto l’ultima parola, che corrispondeva al nome del bimbo che poco prima con la palla di neve era caduto inerte davanti agli occhi di tutti, gli rimase in gola.

Giornale locale del 25 dicembre: “Trovata famiglia, madre padre e figlio minorenne, priva di vita nei pressi della chiesa. Probabile assideramento.”

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Discussioni

  1. Ciao Medusa. Il tuo racconto è un vero colpo allo stomaco, di quelli che fanno bene. A Natale tendiamo a dimenticare, vestire tutto di festa, ma la sofferenza non conosce tregua e molti sono abituati a guardare dall’altra parte non appena l’incontrano. Per non dare consistenza alla propria

  2. Ciao Medusa, e benvenuta! 🙂
    Mi è piacito questo tuo racconto, forte, decisamente un bel “pugno nello stomaco”. Una rappresentazione nemmeno troppo lontana dalla realtà del clima di indifferenza ed insensibilità in cui viviamo.
    Stilisticamente, mi è piaciuto come hai costruito il dialogo tra il bambino e babbo natale, omettendo intenzionalmente le risposte del secondo.
    Ciao