
24 ore prima
Serie: 24 ore di buio
- Episodio 1: 24 ore di buio
- Episodio 2: 24 ore prima
STAGIONE 1
24 ore prima
Ho indosso un rossetto rosso molto acceso, me lo ha consigliato Marina in profumeria, mettilo ed esci mi ha detto.
Ma dove vuoi che vada? Le avevo risposto mentre riguardavo i turni della settimana.
Una paga da miseria per un full time che superava persino le ore consentite, 45 euro per il Rouge Dior 999 erano decisamente un azzardo per il mio stipendio.
Prendilo, mi aveva ripetuto.
Avevo sfoderato la mia carta punti fedeltà e quella di debito grigio chiaro tra le mani, titubante, mentre il vecchio portafoglio di Cartier in pelle consunto pareva dirmi di non farlo, in tono austero e sfinito.
Lo avevo fatto invece e avevo pagato con una sola strisciata fintamente leggiadra, avevamo buttato giù un prosecco al volo ed ero tornata al lavoro.
Adesso sono qui che guardo Fabio e penso che questo costoso rossetto avrà un tempo di vita stimato fra un’ora e mezzo, massimo due.
Mi bacerà, so che lo farà.
I suoi occhi azzurri mi guardano le labbra con insistenza, sono caramelle che vuole sciogliere nella sua bocca.
-Cosa prendiamo?
Ho voglia di qualcosa di amaro e forte, ma come quasi ogni donna al primo appuntamento, non decido nulla.
-Fai tu.
Quando ordina i due Negroni mi sono già pentita di avergli detto di sì.
-Senti è tardi, domani ho un turno presto.
-Ma hai bevuto solo due sorsate. Resta.
Mi prende la mano convinto di farmi piacere, ma io la ritraggo subito.
Sento una scossa lungo le ossa come quando si percepisce con tutto il proprio istinto che qualcosa è sbagliato.
-No.
Non mi sente.
È buio. Buio per tutti. Poi urla. Confusione. Qualcuno agita le torce dei telefoni, la musica assente e il brusio della gente in silenzio, spaventata.
-Che cazzo succede?
È come se Fabio avesse gettato la sua maschera a terra, come vecchia spazzatura da macero, non cerca di farsi piacere, è assente in lui il ruolo da conquistatore.
Io sento la nausea invadermi, vorrei solo sdraiarmi, assimilare il tempo con l’ossigeno che entra in me lento e orizzontale.
-Sarà andata via la luce.
Qualcuno annuisce alla mia frase, mi sembra un ragazzo biondo ossigenato che ci urta le spalle ed esce dal locale. Avrà vent’anni, a quella età nulla spaventa ancora.
-La città è tutta al buio.
Qualcuno ci urla la notizia dalla porta del bagno, le notifiche dei cellulari si susseguono veloci.
Blackout. Guasti tecnici. Ci dispiace. Servizio informativo. Notizia ultimo minuto.
Quante notizie assimilano durante un’intera giornata?
Alcune ci spaventano come il fuoco, altre ci sembravano vitali come l’acqua, ma tutte e due a grandi dosi sono comunque mortali.
Io sono frastornata, sento il mio corpo lontano da me e quello di Fabio troppo vicino, il suo profumo al muschio bianco, la barba ispida, la camicia in poliestere.
-Saranno 24 ore di buio.
-Cosa?
-Leggi qui, la notizia è di ora. L’elettricità non tornerà prima di domani.
Il panico si è dissolto veloce, il generatore elettrico si è messo in funzione colpendo i tavoli dove siamo seduti, siamo illuminati come luci hollywoodiane su cadaveri futuri.
Siamo pallidi e stanchi, abbiamo quasi tutti i cellulari scarichi e mentre ci invitano a pagare prima che le casse tornino fuori uso, sento il mio rossetto di Dior sgretolarsi tra sudore e avanzi di Negroni.
-Fabio, vado a casa.
-Dove vai, che non ti reggi in piedi.
-Non è vero.
Ma quando mi alzo i miei tacchi sono come gomma piuma instabile, gli cado addosso, la mente offuscata come imbevuta di ovatta e poi nuovamente annegata, a poco a poco.
-Non hai nemmeno bevuto un bicchiere e stai già fuori.
-Non è l’alcool.
-E che cos’è?
Non riesco a rispondergli, sento l’istinto di vomitare e di staccarmi la testa a morsi per non averne più il peso ingombrante sulle spalle.
Quando mi trascina fuori l’aria di gennaio mi investe come le onde di un mare gelido, le vedi arrivare e non le riesci ad evitare, respiro con i polmoni che mi fanno male, lui mi copre con le sue braccia e la sua giacca.
Dov’è il mio cappotto?
-Il mio capp…
-Shh, vieni qui.
Mi ritrovo infagottata tra le sue spalle, senza forza, senza volontà, senza un memoria concreta che mi faccia incanalare un’azione dietro l’altra.
Che ore sono?
Non riesco a raggiungere il mio telefono, ho le mani nei suoi pantaloni, forse per scaldarmi, forse per provarci.
Cosa sto facendo?
Lo stringo più forte, non capisco se per reggermi o se perché ho bisogno di calore.
Da quanto non faccio l’amore?
Che frase stupida, da quanto non scopo dovrei dire.
Non ne sono mai stata capace.
E intanto provo a baciarlo.
-Non così.
Mi allontana e il freddo mi invade nuovamente.
La città senza luci è un quadro vivido sulla natura, le stelle si accendono meglio, gli alberi hanno più spessore e i profili delle case sono ingigantiti.
-Scusa.
Balbetto.
Ma di cosa mi scuso? Che cosa ho fatto?
Non riesco a percepire il collegamento fra il mio corpo e la mia mente, ci sono ancora?
Esisto?
-Dov’è casa tua?
-A circa quattro chilometri da qua, al lato sud della città.
-È più vicina la mia, vieni andiamo.
Mi strattona ancora, come fossi un peso quasi morto, da trascinare via per vergogna.
-No, la mia.
Riesco a farfugliare in modo deciso.
Poi un lampo di luce e un altro ancora ci abbagliano, se ne susseguono altri, le luci si accendono e spengono ad intermittenza, ho più paura del solito.
-Sbalzi di tensione, andiamo Anita, non possiamo stare qui in mezzo alla strada.
Vomito tra le mie ginocchia e le su scarpe, una tosse incontrollabile mi invade, l’odore marcio del cibo, il getto acido dell’alcool.
-Che cosa hai messo nel bicchiere?
-Cosa dici? Nulla. Ma tu sei pazza. Non è colpa mia se non reggi.
-Non mi ubriaco mai, c’era qualcosa nel bicchiere.
-Falla finita, vieni che ti porto a casa, sempre che non pensi che ti voglia pure violentare.
A questo spunto svengo, le sue braccia solide trattengono il colpo e il buio è di nuovo lo sfondo dei miei ricordi.
Credo mi prenda in braccio e il suo passo sull’asfalto si fa più pesante e molle, imbocca una strada stretta e indefinita, apro e chiudo gli occhi in continuazione, ma non vedo nulla di realmente nitido, ho la sensazione chi mi stia portando verso il parco, nelle zone di buio ancora più ampie, con l’umido della terra e le fronde degli alberi a nasconderci, un’aiuola in cui potermi spogliare, forse.
Ma poi qualcosa di morbido mi pare sfiorarmi la guancia, ha un che di grinzoso e profumato, magari è pelle, la pelle della sua macchina forse, sì sono in macchina magari, la sua, la mia dov’è? Come sono arrivata al bar?
Urto qualcosa con il gomito, è duro ma non abbastanza da farmi male, una gru di plastica o forse un semplice camion, anche i colori sono sfuocati.
Fabio ha un bambino? È padre?
Non ci sarei mai uscita se fosse così.
-È di mio nipote.
Da dove arriva la sua voce?
La macchina parte, vedo le sue mani sul cambio, sta guidando.
Non andiamo nel parco, allora dove mi porta?
Ma vomito ancora, adesso schiuma bianca più acre di un limone immaturo e gli occhi calano ancora a lungo sulla mia coscienza, potrebbe andare avanti e indietro dalla città che non lo saprei, ho sonno e la sensazione di non riuscire più a manovrare nessuna parte di me, c’è la radio accesa e non ho idea di che musica sia, so solo che nella testa è come un chiodo arrugginito nel sangue, gira su quelle note e mi sale in gola e vomito ancora.
Ci sono dossi lungo il sentiero, la mia schiena si contorce sul sedile, Fabio non dice nulla, come fosse completamente impazzito o totalmente lucido, forse è solo spaventato.
-Ma chi me lo ho fatto fare?
-Cosa?
Ma lui non risponde più ed io nemmeno capisco, c’è una striscia lucente sotto il sedile, come un lama sottile e affilata che si specchia nel finestrino di sopra, è la sola luce che vedo al momento, taglia in due il momento, l’attesa, la confusione.
Fabio mi dice ancora qualcosa, è vicino al mio orecchio, afferro quella lama lucente e poi non sento più niente, deve avermi sollevato ancora di peso, sono come piombo liquido fra le sue braccia, cerco di andare a terra, di scivolare, ma qualcosa mi trattiene sempre, ed è lui.
-Forza Anita, è quasi finita.
Ma cosa è finita?
La vita? La nostra storia? La notte?
Una porta si apre, ne sento il cigolio profondo.
Istintivamente cerco l’interruttore della luce sulla destra, il mio tocco va nel vuoto, ancora buio.
-Non c’è luce, non ricordi?
-Lasciami.
-Ora ti accontento, ma prima di metto a letto. Che hai nelle mani?
Fabio prova a togliermi quella luce, la sola che ho, dalle mani.
Gliela scaravento contro, come accecata da un bisogno improvviso di riappropriarmi di me.
-Ma che cazzo fai?
Sento un tonfo morbido, lenzuola pulite ad accogliermi, il suo urlo di dolore, qualcosa di rosso e scuro prendere il posto del buio.
-Vattene.
Mentre lo dico gli occhi si aprono solo leggermente, mi pare si appoggi alla poltrona, barcollante e incredulo, non ho tempo di chiedergli scusa, ho bisogno di dormire, ho bisogno che sia buio, anche dentro di me.
-Hai almeno dei cerotti?
Ma non lo ascolto, lascio andare la luce, cade dalle mie mani, che faccia di me quello che vuole, ormai ho perso coscienza di ciò che accade.
Serie: 24 ore di buio
- Episodio 1: 24 ore di buio
- Episodio 2: 24 ore prima
In questo capitolo ci regali uno scorcio di Anita, sono molte le domande che il lettore si pone. Di chiaro c’è solo la sua situazione economica, non delle più felici. Concedi un breve scorcio del suo universo interiore, quello di una donna che ha bisogno di un abbraccio ma al tempo stesso ne ha paura. C’è anche la curiosità di capire se davvero le è stata versata qualche tipo di droga nel bicchiere (sono portata ad escluderlo dal comportamento tenuto dalla vittima nel tragitto in macchina). Non mi rimane che attendere il prossimo episodio.
Molto bello questo racconto!