4° piano-stanza23.

E’ venuta giù tanta di quell’acqua che i tombini hanno iniziato a rigurgitarla. Aprile ha lo stesso odore di Novembre, odora di pioggia.

«Un altro po’ e nuotiamo», ha detto Folco tirandosi su il bavero della giacca impermeabile, l’ha detto cercando il mio consenso. Lui usciva dal bar di Lara, io entravo. Faccio una breve sosta qui per il caffè, di solito. Ho risposto a Folco con un sorriso che voleva dire buongiorno, del resto non siamo in confidenza. Lara alza la mano per salutarmi e lancia un’occhiata ai miei capelli che grondano, poi dice: «Oh ma te non lo usi l’ombrello?»

La gente ha paura di tutto, anche della pioggia che scende sui campi e sui tetti.

A me piace la pioggia e se non ho da incontrare nessuno, preferisco bagnarmi.

Lara muove la testa, da destra a sinistra, le gote traballano.

Mi sono resa conto che i piedi dentro le scarpe da ginnastica stanno sguazzando. Colpa della camminata che ho preso a fare ogni mattina, bello o cattivo tempo. Niente a che fare col discorso sul moto o il perdere peso, la mia è una ginnastica mentale, mi fermo tra gli alberi nel punto in cui i rovi tentano di avvinghiare i tronchi, nel sentiero che da via delle Sodera corre verso il campo di vitigni. Lì mi riposo, allargo le braccia e respiro, e sento il sudore che si fonde con la pelle, fa uno strano scricchiolio come di vetro che s’incrina. 

Blocco tutti i pensieri, tranne uno: voglio capire come mai l’uomo della stanza 23 si è svegliato.

4° piano-stanza23.

Dormiva da sedici anni.

Mentre ero nell’ascensore del Beato Angelico, reparto lungo degenza, qualcuno ha premuto il tasto 4 prima che io facessi in tempo a selezionare il 2. Casualità, direi, com’è del tutto casuale che quest’Aprile somigli a Novembre. La porta dell’ascensore si è spalancata e mi sono trovata nel corridoio. Davanti a una stanza c’era un capannello di gente che parlava di come la vita sia ingrata, qualcuno dava pacche sulle spalle a un uomo anziano che andava ripetendo: «E’ come se dormisse mio figlio, io gli parlo e lui non mi sente…»

L’uomo aveva due sacche gonfie sotto gli occhi.

Mi sono bloccata. Sono rimasta lì, a due passi da loro e dalla stanza23, c’era scritto così sulla targhetta in metallo. Un’infermiera è passata col carrello delle terapie, mi sono dovuta spostare di lato.

«Scusi, ma di chi parlano?» ho chiesto.

La donna si è voltata in direzione della stanza, poi ha cercato il mio sguardo e ha tirato un sospiro. 

«Parlano di Vito, sta qui da sedici anni, io l’ho visto crescere, si fa per dire. E’ in coma. Un giorno, un’auto, pioveva forte»

L’odore di disinfettante proveniente dal carrello mi è entrato nel naso andando a cercare il mio cervello, tutto girava, un’enorme giostra che non ti fa più divertire. Ho camminato all’indietro fino all’ascensore e ho premuto 0. La hall bianca coi pavimenti tirati a lucido i divani in similpelle, una minuscola zona ristoro e la vetrata scorrevole, mi sembra una gabbia per topi da laboratorio.

Tutto quel bianco mi è parso esagerato, privo di qualsiasi guizzo.

Il mio turno di pulizie, tra quindici minuti. Il tempo di uscire fuori, respirare e tornare al piano 2 perché di solito mi piace essere in anticipo. Ho trascorso il resto della mattina da una stanza a un’altra a raccogliere cotone idrofilo da sotto i letti e briciole di biscotti, svuotare i cestini, spolverare il pavimento. Nei letti c’erano fili ingarbugliati, suoni intermittenti emessi da macchinari, odore di succo d’arancia sopra i comodini. Un silenzio che non era silenzio, come quando guardi il mare piatto e sale l’inquietudine.

L’ultimo visitatore se n’è andato via con una sporta colorata sotto il braccio. L’orario delle visite è terminato. Anche il mio turno.

Non so che pensare delle casualità. Non posso crederci fino in fondo dato che, per quanto mi riguarda, il medico disse con rassegnazione professionale che non avrei superato il quarto giorno, venuta al mondo in anticipo, prematura, insufficienza polmonare, strappata via dalla pancia troppo presto, così aveva voluto il caso. Lo disse come se io non fossi lì, come se non parlasse di me e in un colpo solo mi consegnò il buio.

Eppure per lo stesso caso di cui parlava lui, il buio lo percorsi fino in fondo, tanto da sentirmi a casa.

Lara mi ha appena servito il caffè.

Sento il bisogno di farle una domanda. 

«Lara tu che penseresti se uno si risvegliasse dal coma dopo sedici anni?»

Mi guarda. «Ma che sei seria?»

«Certo che sì. Una curiosità… tu che pensi?»

Si fa il segno della croce. 

«Penso che le vie del signore sono infinite», poi aggiunge «ma perché non porti mai l’ombrello?»

Vorrei spiegarle che la pioggia è tutto ciò che serve. Ti falcia la vita un giorno come un altro per strada, un’auto ti attraversa il corpo come l’uomo della stanza23. Potrei dirle che stamani i vitigni hanno cambiato colore sotto l’acqua, sono diventati di un verde intenso come se respirassero. Li ho visti, parevano scheletri rimpolpati di carne. Le vorrei raccontare che a fine turno sono di nuovo salita al 4. Non c’era più nessuno davanti alla stanza, solo una chiazza più scura sul pavimento dove per sedici anni le suole di tanti hanno fatto avanti e indietro. Sono entrata nella stanza23 perché volevo guardare in faccia non so nemmeno io che cosa, forse il mio stesso buio.

Ho visto il diaframma alzarsi e abbassarsi, aria che usciva come da un mantice di gomma per poi rientrare da un tubo trasparente e lucido. Gli occhi più che chiusi parevano confusi nel resto del viso, in una qualche forma camaleontica. Sono rimasta in piedi, vicino a quello che era solo un corpo e ho chiesto: Vito, ti ricordi la pioggia?

Fuori c’era eccome e batteva sui vetri.

A Lara rispondo la cosa più banale, che non porto l’ombrello sperando che venga il sole. Lei sorride.

Sono trascorsi sette giorni. Le voci di corridoio hanno girato per il Beato Angelico, amplificandosi di piano in piano fino a che alla zona ristoro hanno raccontato di come l’uomo della stanza23 continuasse ad emettere un’unica sillaba tac tac tac.

Pago il caffè e mi preparo di nuovo ad attraversare il muro d’acqua.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Una delle prime storie che ho letto mesi fa quando ho incontrato questa comunità. Non sapevo ancora se fosse il caso di commentare. Però decisi di unirmi. Perché questa storia mi piaceva tanto…
    Grazie. Tanto.

  2. Non è una cosa che dico spesso, perchè si tratta di una sensazione che raramente uno scritto riesce a regalarmi: il potente brivido finale. No, non parlo di pensieri nè di parole, ma di quella scarica fisica, reale, che parte dalla schiena e in un attimo ti arriva in pancia.
    Ebbene, questo piccolo testo, per il mio modestissimo parere, di “piccolo” ha solo la lunghezza.
    Per quanto io sia appena approdato su questa piattaforma e non possieda ancora una conoscenza approfondita delle autrici e degli autori presenti, qui rilevo tutti gli elementi di una scrittura professionale. A partire dal titolo, assolutamente riuscito. Continuando con il contrappunto ritmico tra il “dentro” e il “fuori”. Tra il caso e la realtà. Ma non soltanto.
    La capacità di materializzare un sentimento non è cosa da tutti: la speranza si è fatta pioggia e la nostra protagonista non smetterà ma di farsi inondare da quel “tac tac tac”. Oltre alla scrittura perfetta, scopriamo così un prezioso baule pieno di emozioni. Di quelle che contano.
    Che dire: un pizzico d’invidia ma di quella buona, fatta di ammirata ammirazione.

  3. “il medico disse con rassegnazione professionale che non avrei superato il quarto giorno, venuta al mondo in anticipo, prematura, insufficienza polmonare, strappata via dalla pancia troppo presto, così aveva voluto il caso. Lo disse come se io non fossi lì, come se non parlasse di me e in un colpo solo mi consegnò il buio.”
    Purtroppo non mi fa commentare la frase direttamente perchè troppo lunga, così copio e incollo.
    Brutta sensazione, vero? Ci si sente un po’ in prestito e si guarda questa vita con occhi diversi: è tutto una specie di regalo, si è qui ma anche no. Casualità, destino? Difficile rispondere

  4. Bellissimo brano, mi ha emozionato. La semplicità della protagonista che si rispecchia in uno stile pacato e quasi ingenuo. Bellissimo il finale.
    Io non uso mai l’ombrello e finalmente ho capito perchè.
    Grazie