44 SECONDI

Quarantatré, forse quarantaquattro secondi.

Non ho un cronometro per l’infanzia: certe durate restano, precise come un referto. Non si muovono, non scoloriscono. Te le porti addosso.

È stato il tempo di un gioco.

Il tempo di una porta che si chiude senza fare rumore.

Avevo sette anni.

Un’età in cui il corpo non sa ancora che la memoria può attaccarsi alla pelle come una pellicola: trasparente, sottile, impossibile da staccare senza portarsi via qualcosa.

Lui era più grande di me. Di cinque, forse sei anni.

Già abbastanza per avere il potere. Quello che decideva i giochi. Quello che i grandi chiamavano “bravo”, “premuroso”, “un tesoro con i piccoli”.

Aveva ginocchia sbucciate da grande, spalle già larghe nella maglietta. Addosso aveva quell’odore acre di corpo chiuso nel cotone. Rideva forte, senza chiedere permesso. Le mani sempre un po’ bagnate: non sudore di corsa, sudore di presa. Io imparavo a misurare la distanza: un passo, due, la schiena che cerca il muro, la gola che si chiude senza farsi vedere.

«Giochiamo al dottore?»

Lo disse come si dice “tocca a te”, come una regola del cortile.

Io dissi di sì. Non per desiderio. Per non restare fuori.

Il divano era rosso, di pelle.

D’estate bruciava le cosce. D’inverno sapeva di chiuso, di polvere scaldata. La pelle faceva un suono basso quando ti spostavi, come se ricordasse prima di te. Il rosso non era un colore: era una superficie che tratteneva.

Sul tavolino stava il talco della nonna.

Barattolo bianco, coperchio che scricchiolava. La polvere entrava nel naso e pizzicava, lasciava sulle dita una farina leggera. Se ci soffiavi sopra, faceva una nuvola lenta. Da bambino le nuvole mi sembravano innocenti.

Una volta avevo incipriato zia Marietta – la sarta cieca – e avevo riso fino alle lacrime.

Lei cuciva ancora divise per l’esercito. Le dita tremavano, ma l’ago trovava la strada.

Diceva che vedeva “con le dita”. Io ci credevo. Mi sembrava una cosa pulita: la cura che passa dalle mani. Nella mia testa le mani servivano a questo: a sistemare, ad aggiustare, a tenere.

C’era anche il nonno, il lettone, la stanza che odorava di medicina.

Avevo cinque anni, credo. Sbriciolavo un biscotto e lui mi urlò addosso: «Non sporcare, porco Dio!»

La voce tremava e feriva lo stesso. Imparai che le parole possono fare male anche quando vengono da un corpo che cade a pezzi. Che non serve essere forti per fare male: basta essere più grandi.

Poi venne quel giorno.

Il gioco.

La mano.

L’ordine.

«Non dirlo a nessuno».

Il segreto non era una frase: era un modo di stare nel corpo.

Io non ho pianto.

Non ho urlato.

Ho contato i secondi, per portarmi via.

Uno. Due. Tre.

A otto ho stretto i denti.

A ventidue ho guardato il soffitto.

A trentacinque mi sono chiesto se stavo morendo.

A quarantatré, forse quarantaquattro ho detto «Mi fa male, toglilo».

La frase è caduta a terra.

Non l’ha raccolta nessuno.

Mi prese per il polso. La sua pelle era talcata, la mia sudata sotto. Attraversammo il corridoio; la maniglia del bagno era fredda e liscia, come un cucchiaio in bocca. La porta si chiuse senza rumore.

Neon che ronzava. Piastrelle fredde. Odore di sapone e candeggina. L’asciugamano ruvido che graffiava. Il rubinetto faceva il suo lavoro: perdere. Io facevo il mio: non esistere.

Mi disse: «Se fai rumore ti sentono».

E poi, più piano: «E ridono».

Io volevo restare dentro.

E l’ho pagato. In silenzio, in corpo, in obbedienza.

Da allora restano gli oggetti: il divano, la lampada spenta, il tappeto a righe. E il tempo fermo.

La vergogna arriva prima del nome.

Mi tirai su le mutande con due dita, come se il tessuto scottasse.

Quando tornai in salotto, la televisione era accesa col volume basso. Voci che parlavano di niente. Risate registrate. I grandi ridevano davvero, di qualcosa che non ricordo.

Ricordo il rumore delle posate, l’odore del caffè, la luce del pomeriggio storta sulle tende.

Io sedetti sul divano rosso, nello stesso posto. La pelle era calda. Il talco era lì, chiuso nel barattolo: innocente e complice. Nessuno guardò il mio corpo come se ci fosse scritto qualcosa sopra. Nessuno chiese. Nessuno voleva sapere.

Dopo non dissi niente.

Non a mia madre. Non a nessuno.

Lo dissi al cuscino, solo. Di notte.

Con le mutande strette e il cuore che batteva dove non doveva. Con il corpo che continuava a fare il suo lavoro, come se niente: respirare, digerire, crescere.

Da allora il mondo ha cambiato odore.

Mi lavavo le mani finché la pelle tirava come carta bagnata.

Sotto le unghie restava una riga bianca e io la grattavo via: non veniva via niente.

L’odore non era sulle dita. Era dietro ai denti.

Mi chiedevo se ero stato io.

Se avevo detto sì nel modo sbagliato.

Se c’era qualcosa in me che aveva chiamato quella mano.

Poi ho imparato la faccia giusta.

Ho imparato a sorridere quando serve. A dire «sto bene» con la lingua ferma.

A non fidarmi mai fino in fondo di nessuno.

A chiamare “carattere” ciò che era una difesa.

Ho imparato anche a dormire poco: lo chiamavo insonnia, era vigilanza.

Una volta l’ho rivisto.

Io avevo ventisei anni. Lui trentuno, trentadue.

Stesso modo di occupare lo spazio: leggero, certo. Come se il pavimento gli dovesse qualcosa.

Mi guardò e per un attimo non capì. Poi gli occhi fecero quel piccolo scatto del riconoscimento, come una serratura che prende la chiave.

«Ti ricordi di me?»

Io sorrisi. Gli strinsi la mano.

Era ancora un po’ umida.

La stretta durò il tempo normale di un saluto, e dentro di me durò quarantatré, forse quarantaquattro secondi: il tempo di tornare bambino senza muovermi. Il tempo di sentire il divano sotto le cosce, il ronzio del neon, l’asciugamano ruvido.

Poi sono tornato in macchina e ho vomitato.

Non c’era niente da buttare fuori, eppure usciva lo stesso. Bile e saliva. Il corpo parlava prima della bocca. Sul parabrezza la città era uguale a se stessa: semafori, insegne, gente che attraversa. Io no.

Ho stretto i denti per anni.

I denti, quando stringono troppo, si spezzano: prima dentro, poi fuori. E anche quando non si spezzano, fanno rumore di notte.

Adesso che so chiamarlo, non cambia niente fuori.

Cambia solo che non devo più difenderlo.

Uno specchio, la sera.

Il vetro si appanna.

Scrivo con l’unghia: «Non è colpa tua».

Poi aspetto che sparisca.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Racconto durissimo, da leggere e soprattutto da metabolizzare, ma pensato scritto e diretto (si vede tutto) talmente bene che rende affrontabile anche l’osceno. E mostri perfettamente il ruolo della narrativa, e cioè narrare l’indicibile. Complimenti vivissimi, Lino!

    1. Grazie Simone. Quando scrivo cose così, il rischio più grande per me non è “essere duro”: è scivolare nel voyeurismo o nell’effetto. Ho provato a fare l’opposto: mettere il lettore abbastanza vicino da sentire l’urto, ma abbastanza “tenuto” dalla forma da non trasformare l’orrore in spettacolo. Grazie davvero per averlo letto così e per i complimenti.

  2. Cosa dire, mi lasci sempre senza parole. Hai fatto una cosa che sembra impossibile: hai dato un tempo e uno spazio a ciò che per natura è senza tempo e senza luogo. Quello che mi colpisce, rileggendo, è la precisione con cui racconti la spaccatura: il prima e il dopo. Il prima è fatto di talco e nonna e polvere che sembra innocente. Il dopo è fatto di mani che si lavano fino a spellarsi e odore che non va via nemmeno grattando sotto le unghie. E in mezzo quei secondi che non finiscono mai, che durano quarant’anni.

    1. Grazie Tiziana. Quello che hai colto mi interessa perché va oltre la “bella frase”: hai messo a fuoco il meccanismo con cui un evento smette di essere un episodio e diventa una misura del tempo, una specie di metronomo interno che si porta dietro tutto il resto. Scrivendolo volevo proprio dare coordinate a qualcosa che di solito resta muto e senza contorni, e far sentire al lettore quella durata deformata, quella vita che viene riscritta da un istante. Grazie davvero.

  3. Non si pensa mai alla leggerezza con cui si parla e si interagisce con i bambini, senza prestare attenzione al male che facciamo loro e a quello che si fanno tra loro, pensando che siano capaci solo di giocare. L’orrore risiede nel fatto che, in seguito, la vittima debba portare il peso di tutto ciò e un distorto senso di vergogna.

    1. Hai ragione, ed è forse la parte più inquietante: la leggerezza. Quella convinzione che “tanto sono bambini” e che quindi tutto sia gioco, tutto passi. Invece certe parole e certi gesti si fissano, e la vittima se li porta dietro come vergogna, come colpa, come un peso che non le appartiene. Grazie per averlo messo a fuoco così bene.

  4. che colpo.
    un racconto che colpisce sulla bocca dello stomaco.
    la descrizione particolareggiata dei sentimenti del protagonista, sia bambino che adulto, sono dirette e crude. bellissime anche la descrizione delle ambientazioni.
    ciao

  5. Il bambino è una vittima. Si incolpa, porta con se una ferita tremenda che non guarirà mai, se lo farà, il prezzo sarà altissimo. Lo hai raccontato benissimo, ma non è quello che mi ha colpita. Mi ha colpita quell’altro. Hai colto una sfumatura che solitamente sfugge, o va persa. Il modo che ha questo di camminare, come se “il pavimento gli dovesse qualcosa”, come se il mondo e i suoi abitanti gli dovessero qualcosa. La leggerezza di quel “ti ricordi di me”. Non c’è nulla dietro. Colpa, rimorso, espiazione. Nulla. Probabilmente non ricorda, o peggio, ricorda quel fatto come un nonnulla, un gioco scemo, non ne intuisce la gravità. Se la intuisce, se ne frega. Non so bene se per mancanza di coscienza, o se per la giovane età che aveva e nella quale non sempre abbiamo la totale consapevolezza delle nostre azioni. Non so se per comodità. Bisognerebbe chiederglielo. Non si rende conto del danno che ha causato in quella giovane vita, e questo è ili, peggior male, come subire la violenza due volte.

    1. Hai ragione Irene: “quell’altro” è il punto più disturbante, ed è anche quello che volevo far passare senza sottolinearlo. Quel modo di camminare “come se il pavimento gli dovesse qualcosa”, la leggerezza del “ti ricordi di me”, lì c’è l’assenza di peso, l’impunità interiore. Non tanto il male fatto, ma il fatto che per lui non esista come male. Grazie per essere passata.

  6. ” Che non serve essere forti per fare male: basta essere più grandi.”
    questa frase è bellissima. dice molto sul modo in cui ci viene inflitto – ci autoinfliggiamo – il dolore. Da bambini siamo indifesi, nelle mani degli altri. e il dolore maggiore viene appunto dalla fiducia che accordiamo a queste mani, dalle responsabilità che hanno verso i più deboli (responsabilità che troppo spesso scordano, non sanno, o peggio, se ne approfittano).

    1. Il male spesso non nasce dalla “forza”, ma dallo squilibrio. E da bambini lo squilibrio è fiducia: siamo nelle mani degli altri, e il dolore peggiore arriva proprio quando quelle mani tradiscono.

  7. Come sempre crudo ed efficace, Lino. Un episodio, un abuso, che segna un punto di non ritorno, che determina una condotta di vita, un “carattere”, come dici, diffidente, auto protettivo e dissimulatore (Ho imparato a sorridere quando serve. A dire «sto bene» con la lingua ferma). Un abuso che parte da prima, dall’alto, da quell’imprecazione del nonno a sottolineare una gerarchia che va riconosciuta e, obbligatoriamente, rispettata. La legge del più forte che, bene o male, troveremo ad ogni età, che con strumenti efficaci riusciremo ad arginare, modificare e forse vincere, ma solo da adulti. Mi piace pensare che quel “Non è colpa tua” finale si rivolga sia alla vittima che all’autore dell’abuso, ma solo in questo caso, essendo egli stesso poco più che un bambino. Bravo.

    1. Grazie. Hai colto benissimo il “prima” dell’abuso: la gerarchia che si installa in famiglia, l’imprecazione del nonno come legge non scritta, e poi tutto il resto che diventa carattere, diffidenza, autocontrollo, dissimulazione. E trovo molto giusta la tua lettura del “Non è colpa tua”. Lì volevo tenere insieme due piani: liberare la vittima dalla colpa e, senza assolvere nessuno, ricordare che a volte la violenza passa attraverso chi è già stato plasmato dalla stessa catena, soprattutto quando è poco più che un bambino. Capire dove nasce è anche l’unico modo per capire dove si può spezzare.
      Grazie davvero per questa lettura così attenta.

  8. Il racconto di un abuso che ferisce corpo e mente, spezzando qualcosa che resterà come una parte dolorante a vita, condizionando l’ intera esistenza. Una storia come tante, troppe altre storie simili che accadono continuamente anche nei luoghi piú insospettabili, sacri o apparentemente rispettabili.

    1. Hai colto il punto: l’abuso non finisce quando finisce l’atto, continua nel “dopo” e si porta dietro conseguenze a vita. E fa ancora più male quando avviene dove dovrebbe esserci tutela, non potere. Grazie per questa lettura e per il tuo commento.