Accordi

Serie: Personalissimo buio


Quella notte era inquieto.

Alex non riusciva a stare fermo nel letto della struttura. Si girava e rigirava. C’era un caldo del diavolo, senza contare che non toccava neanche un aperitivo da diciassette giorni. Siccome non se ne parlava di dormire, si decise: si buttò giù dal letto, si cacciò addosso calzoni e maglietta, infilò gli anfibi e prese la porta.

Di starsene nella stanzetta, non se ne parlava: al TG l’avevano detto che si sarebbero toccati i 40 gradi nel pomeriggio, ed anche se erano quasi le due di notte c’era ancora caldo. L’aria condizionata nella sua stanza aveva scelto un bel momento per rompersi, quindi decise di andare nel giardino interno, in cerca di un refolo d’aria.

Ci passò svogliatamente una ventina di minuti, aggeggiando con il nodo di capelli sopra la nuca e passeggiando mentre fumava nervosamente. Si accorse che gli rimanevano solo un paio di sigarette. Alla reception c’era un distributore, quindi si buttò dentro un corridoio diverso da quello da cui era venuto, borbottando qualche protesta sommessa e con le mani in tasca.

Per tutta la durata della permanenza dalla struttura non si poteva uscire, c’erano alcuni punti di controllo dove dei collaboratori sanitari corpulenti si davano il cambio e controllavano chi andava e veniva a tutte le ore, quindi nel giro di pochi giorni, tra corridoi tutti uguali, stanze fatte con lo stampino ed il paio di aree comuni, il posto diventava noiosamente familiare molto presto. Camminare in un corridoio o l’altro faceva la stessa differenza che girare a sinistra piuttosto che a destra ad un topo di laboratorio nel suo labirinto di compensato e plexiglass.

Per un fumatore, i posti dove rifornirsi sono delle oasi nel deserto, quindi la sua mappa mentale lo stava guidando senza fallo verso le lucine elettriche sfarfallanti del distributore in fondo ad una galleria scura piena di porte chiuse. Una sola sembrava proiettare la sua silhouette giallognola mentre passava, soprattutto, però, questa non riusciva a fermare del tutto un suono, piuttosto familiare.

Stupito, Alex si fece trascinare dalle note ovattate che sentiva verso la porta di truciolato, appoggiò l’orecchio. Era una chitarra. Un canticchiare sommesso. Vuoi vedere che…? Bussò.

«Chi cazzo è?»

Esitò, stava decidendo se rispondere alla voce stentorea dall’altra parte. O magari, non rispondere ed andarsene. Un mucchio di cose – troppe, come sempre – gli frullavano in testa. Mentre ancora stava decidendo cosa fare, o cosa dire, la porta si aprì verso l’interno.

«Oh, sei tu. Nemmeno tu riesci a dormire, eh?» Davanti si trovò un Gabe in mutande, con un vago sorrisetto e la sigaretta in bocca (nonostante il divieto del fumo nelle camere), teneva per il collo una chitarra con una mano ed aveva anche lui i capelli legati.

«Ma quella lì…» Alex indicò con due dita dell’unica mano tirata fuori dai pantaloni «…non era solo “lavoro”?»

«Non rompere le palle, dai entra», tagliò corto Gabe, con un cenno della testa, una mano ancora sulla maniglia.

Alex ci pensò su un attimo, era ancora sulla soglia quando aprì la bocca indeciso.

«Ti ho detto di entrare. Dio, quanto la fai lunga». Con la mano libera lo prese per il gomito e lo tirò dentro, chiudendo la porta con una pedata scalza.

«Da bere abbiamo cocacola, succhi di frutta e qualsiasi altra cosa per far felice un dodicenne grassoccio. Questo passa il convento. Serviti pure», indicò un angolo della stanza vicino alla porta con qualche bottiglia e lattina.

Gabe si buttò sul letto, sedendo scomposto su una delle due caviglie. Alex, ondeggiando un po’ in piedi al centro della stanza con le mani in tasca, buttò l’occhio sui dintorni del posto dove stava passando il suo tempo quel suo idolo musicale. Notò di nuovo come l’ospite, non solo se ne infischiasse apertamente del divieto di fumare, ma proprio portasse avanti contro quella regola la sua crociata personale: le quattro mura erano piene di mozziconi di sigarette che creavano galassie attorno a posacenere stracolmi, uno sulla scrivania, un paio per terra, uno anche su una sedia-guardaroba-improvvisato vicino alla testiera del letto.

Gabe si era seduto inforcando di nuovo sotto l’ascella la chitarra acustica e strimpellava leggero, ogni tanto avvitava-svitava le chiavi cercando un’accordatura e gli buttava all’insù uno sguardo annoiato, con un cenno della testa gli indicò una poltrona un po’ vecchia, Alex recepì e la trascinò da sotto alla scrivania vicino al letto, mentre lo faceva si accorse che c’era anche una chitarra elettrica appoggiata ad un supporto con vicino un amplificatore di quelli poco potenti.

«Allora Gabe» attaccò, con un impeto di espansività che lo stupì: «…stai lavorando nel cuore della notte?»

«Tu piuttosto, suoni?»

«Ah no, io no.»

«E perché? Mai preso una chitarra in mano, neanche per gioco?»

«Vabbé, sì… È capitato.»

«E…?» Lo guardò, interrogativo. Scherzoso. Sembrava un ragazzino burlone in quel momento.

«Non… Non ho mai imparato», ammise Alex, abbassando lo sguardo. La cosa lo faceva sentire un po’ colpevole.

«Perché no? Tu sei uno che ama la musica, no?»

«Moltissimo, davvero: la prendo sul serio. Non so come dire, è come se mi avesse sostenuto in tanti momenti. Anche la tua musica», prese a parlare “a macchinetta”, ad uno da fuori poteva anche sembrare che stesse cercando di mostrarsi “all’altezza” di quel suo idolo musicale e si sentisse scrutinato, uno sguardo poco attento avrebbe carpito qualcosa di molto esteriore ed inaccurato: un ragazzo sull’attenti che cerca di superare un esame, una prova…

Invece, Alex stava solo rischiando una volta di più, come un giocatore d’azzardo: si stava di nuovo aprendo. Un’altra volta. Mentre lasciava che le sillabe fuggissero dalle labbra, stava già cominciando a pentirsene. Ma lui si vedeva come una persona sincera, schietta. Per lui, questo raccontarsi, era parte di un processo legato a quella schiettezza, era un impegno. Era come se avesse fatto un accordo con sé stesso, come se tutte le volte che decideva di dire qualcosa ad alta voce, dovesse essere fortemente ancorata a ciò che provava. Era un po’ come fare una dichiarazione, un voto pubblico. Mantenere una promessa.

Sapeva di quante volte gli fosse costato e se ne pentiva, regolarmente. Ma la parte “forte” di sé stesso – che riconosceva sempre più di rado – era come se lo obbligasse a ritentare. Ritentare. Ritentare. Fino a che non ce l’avesse fatta più. E per qualche motivo, da un po’ sentiva che non ne valeva più la pena…

«Okay, ma avrai provato, no?»

«Sì, bhè… Mio padre suonava.»

«Mica male», Gabe spense la sigaretta sulla cima polverosa di mozziconi sulla sedia incasinata, «e non hai imparato nulla? Sembri un ragazzo sveglio».

«Il fatto è che anche lui, tante volte, quando ero più piccolo, mi diceva “vuoi che ti insegni?” ed io gli dicevo di no.»

«Oh», Gabe incrociò le braccia sullo strumento, poggiandovi il mento. Sembrava sinceramente interessato, aspettava che andasse avanti.

«Bhè poi un paio di volte mi sedevo lì e… Sì, insomma, qualche volta abbiamo strimpellato…» Ormai tanto valeva dire tutto. Magari avrebbe fatto la figura del cretino, magari non fregava nulla a Gabe di sta roba, ma non importava, spiegò: «…Il fatto è che, non so. Forse il modo più corretto di dirlo è che mi imbarazzava».

«Fammi capire: ti imbarazzava che tuo padre ti insegnasse a suonare la chitarra?»

Alex ci pensò su un attimo. E poi ammise: «Sì, in fondo è così. Lo so che è strano…»

«Un padre che insegna qualcosa al figlio. Non dovrebbe essere, tipo, la cosa più antropologicamente sensata e normale…» calcò forte la parola con la voce, mentre si accendeva una nuova sigaretta «a cui uno possa pensare?»

«Hai… Hai ragione. Lo so…»

«Voglio dire, ci sono padri e padri, è vero. Ci sono vere teste di cazzo che i loro figli non li crescono. A cui non insegnano un cazzo. Almeno, non direttamente. Però, dai… E non avete più provato?»

«No. Lui un po’ ha insistito. Solo perché sapeva come vedevo io la musica, eh. Lui non è che fosse super-appassionato. Semplicemente, la suonava fin da giovane.»

«Alex, secondo me è una cosa bella. Hai sbagliato», Gabe si fermò. Alex aveva tirato fuori una sigaretta anche lui e quindi schioccando lo Zippo gli porse la fiamma accesa. Mentre faceva scattare il coperchio all’inverso, stava decidendo se continuare il discorso. E poi, tentò: «Bhè, chiedigli di riprovare.»

«No, mio padre ora… Ha il Parkinson.»

Gabe scelse di non scusarsi. Alex era inespressivo.

«Io non lo so neanche se a mio figlio fregherebbe qualcosa, invece. Sua madre se n’è andata quando era piccolo e se l’è portato via. Diceva che per lui ero un pessimo esempio, bhé… Aveva ragione. Lui ormai è grande e non lo vedo dal suo diciassettesimo compleanno.»

«Mi spiace», disse invece Alex.

«Prendi la Strato.»

Alex trasalì, gettò un occhio alla chitarra elettrica sul supporto, il fumo gli andò di traverso e cominciò a tossire, girò la testa un paio di volte e prese a dire: «Oh no, no no. La tua Fender no. Non la tocco, io.»

«Non rompere. Prendila. Sì, forza. PRENDILA HO DETTO… Ecco, allungami anche un succo di ananas. Metti le dita così. Okay, vedi? Qualcosa ti ricordi… Questo è un La.»

Serie: Personalissimo buio


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Discussioni

  1. Maurizio, in questo episodio ti sei sciolto nettamente, liberandoti di alcune indecisioni presenti nel primo, è stato un eccellente batti e ribatti tra Gabe e Alex, mostrando come entrambi si stanno aprendo alla comunicazione e liberando se stessi dal buio interiore. Hai detto che non avevi mai scritto, beh, posso dirti allora che la strada che hai intrapreso, a mio parere, è quella giusta! Al prossimo episodio?!

    1. grazie ancora, mi fa piacere che ti stia piacendo.
      bhè, scrivere ho sempre scritto, diciamo che non ho mai condiviso al di là di una cerchia strettissima 🙂

    2. Si, perdonami, errore mio, intendevo che non avevi mai pubblicato, ovviamente si vede che non sei alle prime armi?!

  2. Dialoghi vivi, veri e piuttosto coerenti con lo stile adottato. Scrivi davvero bene! Con questo secondo episodio, dal gusto “anni ’70/’80”, inizi a dipingere i caratteri di Alex e Gobe: emergono passati tristi e non proprio facili da digerire. Vado al terzo episodio. 🙂