Ahmullahja

Serie: L'Imperatore dei Mari: Alla ricerca di risorse

Sei, con Jolly Roger dentro la borsa, e Fortj camminavano per le vie di Patajui, costeggiarono il tempio. Il ragazzo si fermò per un istante a osservarlo.

«Be’, che fai? Andiamo.»

Sei si voltò verso Fortj e lo seguì. Si fermarono davanti il Covo dei Coloni. L’ex Incappucciato si guardò intorno: il luogo era quasi deserto nonostante fosse ancora pieno pomeriggio e non molto distante dal centro nevralgico dell’isola. Cercò con gli occhi Fortj, che aveva già aperto la porta e con la mano libera gli faceva segno di entrare.

Presero posto in un tavolo rotondo posto proprio al centro della stanza. Le voci schiamazzavano mentre le donne erano intente a servire pasti e brocche piene di alcolici. I due ragazzi dovettero alzare il tono della voce per poter comunicare.

«Da quanto tempo te la porti dietro?» Chiese Fortj, indicando con un cenno della testa la sacca.

«Arrivai sul faraglione con la sacca, poi la chiusero non so dove, non l’ho utilizzata per tanti anni.»

«Povera bandiera.»

«Credevo ti riferissi alla mia sacca.»

«Ma no. Chiedevo di Roger.»

«In questo caso, allora, soltanto da due giorni. L’ho avuta per una notte nella mia cella, poi l’ho portata con me. Non ho scoperto subito che sapesse parlare.»

«Che storia. Assurdo. Chissà quanto vale.»

«Il suo valore è inestimabile. Scordatelo, non la venderai mai.»

«Un patto è un patto, non vorrai rimangiarti la parola data, Sei.»

Quelle parole lo trafissero dritto al cuore come una freccia lanciata dal più preciso degli arcieri.

«Esatto, quindi preparati a salpare con me.»

Fortj diede vita al suo rituale: ogni qual volta entrasse in una locanda iniziava a sbirciare, con la fedele mano di Dusel appoggiata sulla spalla, sotto la sua seduta e, puntualmente, trovava sempre qualcosa di interessante. Mentre ispezionava il legno di poco pregio su cui era seduto, fissando un punto imprecisato sul pavimento, con il tronco del corpo calato, alzò di scatto lo sguardo verso Sei: «Assurdo.»

«Cosa?»

«Ho trovato qualcosa.»

Fortj posò sulla tavola un sacchetto di tessuto bianco, legato al collo da un filo di raso viola, tirò delicatamente un lembo della chiusura e il suo volto prese luce. Tappò l’apertura con entrambe le mani, spalancò la bocca con gli occhi sgranati e mormorò: «Assurdo.»

«Fa’ vedere.»

Sei, tenendo chiuso il sacchetto, lo soppesò facendolo rimbalzare in aria, poi lento, iniziò ad aprirlo guardando, con un occhio solo, al suo interno.

«Che te ne pare?»

«Ti fidi di me? Qui dentro ci sono centinaia di migliaia di Nicule in pietre preziose. Hai fatto la svolta.»

«Come fai a esserne certo?»

«Al fortino studiavamo di tutto, comprese le gemme preziose. La mia è solo una valutazione circostanziale. Probabilmente valgono di più.»

Fortj si guardò intorno.

«Smettila di fare cosi, darai nell’occhio.» S’intromise Jolly Roger che aveva ascoltato senza proferire parola.

«Stavo solo guardando se ci fosse Dusel nelle vicinanze.»

«Già, la Dea della fortuna,» disse Jolly Roger «molto strano che non sia qui.»

«Mi credi, adesso?»

«Sarà stato un caso.»

«Be’, quando si mangia? Oggi non ho ancora messo nulla sotto i denti.»

Fortj attirò l’attenzione di una delle inservienti, ordinarono una brocca di un liquido rosso proveniente dal Vecchio Continente, lo chiamavano vino: «Voglio provare qualcosa di esotico, e prendi tutto quello che vuoi, offro io.»

Sei ordinò della carne, quella mattina Jolly Roger gli aveva messo quel pallino in testa, mentre Fortj focacce con acciughe.

Una caraffa da un litro, accompagnata da due bicchieri di vetro, arrivò per prima sul tavolo, Sei ne versò un po’ nel suo bicchiere, poi riempì quasi fino all’orlo quello di Fortj, i due brindarono alle gemme e a quel corpo di fortuna, poi assaggiarono, per la prima volta in vita loro, il vino: le loro papille gustative sprizzavano gioia al contatto con quel liquido rosso scuro, così corposo, ma che scendeva giù meglio dell’acqua, il retrogusto fruttato lasciava una piacevole sensazione. Ne riempirono, e tracannarono, subito due bicchieri pieni. Nel frattempo arrivarono le pietanze: davanti a Sei fu posizionato un intero coniglio, inclusivo di testa, tagliato a tocchetti, cotto con cipolle, sedano, carote e olive verdi. Il vapore gli annebbiò la vista, mentre l’odore gli fece venire l’acquolina. I due ragazzi ordinarono una seconda caraffa di vino, e svuotarono il contenuto della prima nei bicchieri, fecero un altro brindisi e iniziarono a sbranare quelle leccornie. Fortj aiutò Sei, che non era in grado di mangiare tutta quella carne.

Alla fine del pranzo, Sei si appoggiò allo schienale della sua sedia e lasciò cadere la testa indietro: «Mi gira tutto,» singhiozzò «è normale?»

«Per un pappamolla come te, sì», disse Fortj alzandosi e afferrando la sacca di Sei, «questa mi appartiene. Non venirci a cercare alla tana, non troverai nessuno, perché cambieremo rifugio.»

Sei cercò di alzarsi, ma il vino lo spinse sul pavimento. Il ragazzo provò ad alzarsi ma il braccio d’appoggio gli scivolò: «Fermatelo.» Biascicò.

Un uomo, dalla carnagione molto scura, sembrava quasi bruciata dall’eccessivo sole, con una cicatrice sull’occhio destro, vestito di una maglia ferrata a pezzo unico, nera con rifiniture dorate, ben aderente a tutto il corpo, con una sciabola lunga, che pendeva dalla cintola in giù, sollevò Sei dalla collottola della maglia e lo trascinò fuori.

«Avete dimenticato di pagare!» Protesto l’inserviente.

Il ferrato, senza nemmeno guardarla, lanciò una moneta in oro, con un’effigie in bassorilievo. La donna la prese al volo e tornò alle sue cose, molto soddisfatta.

Lasciato il Covo dei Coloni, l’armatura urlò: «Ehi tu! Hai dimenticato qualcosa.»

Fortj voltò a malapena la testa mentre fuggiva con la refurtiva. L’uomo lasciò cadere Sei, che farfugliò una protesta senza senso, passò una mano dietro la schiena e lanciò due coltelli dalla lama a mezzaluna. Le armi tagliarono l’aria fino a colpire la spallina della maglia e il mantello del fuggitivo, immobilizzandolo contro una parete.

Lo sconosciuto si fece nuovamente carico di Sei, che a causa di quegli scossoni e cambi di posizione improvvisi, iniziò a vomitare, lasciando dietro loro una scia rossa.

«Non ho fatto niente di male. È un truffatore, uno stregone, guarda dentro la borsa, una bandiera che parla. Assurdo. Lasciami andare.»

L’uomo gli strappò dalle mani la sacca, poi frugò tra i vestiti fino a trovare il sacchetto con le gemme preziose: «Questo lo prendo io, per il momento.»

«Non puoi, l’ho trovato io, con un colpo di fortuna, mi appartiene per diritto.»

«Questa è bella, adesso. Se non fosse stato per noi non lo avresti mai trovato, siamo noi la tua fortuna, non quella ragazzina.» Disse una voce dall’interno della sacca.

«Visto? Te l’avevo detto, non c’è da fidarsi. Questa è stregoneria bella e buona.»

Aperta la borsa gli occhi del corazzato si insinuarono dentro quelli di Jolly Roger, poi sobbalzò quando sentì dire: «Be’, cosa c’è da guardare?»

«Non ci posso credere.»

«Assurdo, vero?»

«Zitto, tu!» Ordinò verso Fortj, poi spostando nuovamente lo sguardo verso Jolly Roger riprese «Ma allora la leggenda è vera. La famosa Jolly Roger.»

«Vedo che la mia fama mi precede. Chi saresti tu, soldato?»

«Il mio nome è Ahmullahja, vengo dalle terre del Continente dell’Est più prossime al Piccolo Mare.»

«Che ne dici di dare una lezione a questo ragazzino? Mi sembri più avveduto del mio nuovo padrone.»

«Ci penso io, con estremo piacere.»

Fortj, ancora prigioniero della parete, iniziò a tremare.

Serie: L'Imperatore dei Mari: Alla ricerca di risorse
  • Episodio 1: Addio
  • Episodio 2: Il mercato
  • Episodio 3: Lork e Tarem
  • Episodio 4: Fortj
  • Episodio 5: La tana
  • Episodio 6: Ahmullahja
  • Episodio 7: Hiko
  • Episodio 8: Assurdo
  • Episodio 9: I patti vanno rispettati
  • Episodio 10: Tornado Six
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