AL DI LÀ DI NWERENKWARỤ, EPILOGO

‘Guidare a fari spenti nella notte’, ‘Quarantun sfumature di buio’, ‘Uccidere le cicogne nella risaia’. ‘In bicicletta giù dal poggio senza mani’, ‘38 Agosto e le mille idee dell’elettrotecnico pazzo’. ‘Bebe Vio: non è nessuno’ sottotitolo ‘La realtà nascosta di un finto eroe’.

Ma che articoli sono? Ma che razza di giornale è? Provo a sfogliare. Con fatica perché ha le pagine di una carta stranamente spessa e rigida. Le prime sono bianche. Poi ogni pagina il titolo in caratteri cubitali e di stile volta in volta diverso.

Cazzo! Nessun testo!

All’interno, al centro del giornale, con pagine di colore a fondo verde marcio, l’inserto.

Titolo:

-ORDINARIA DIVERSITA’- -MEMBRI ATTUALI-

Un lungo elenco di nomi ed in fondo una firma, un’incomprensibile scarabocchio che quando la osservo sembra abbia un movimento autonomo di ondeggio come sulle onde del mare, come se scappasse.

Giro la pagina e ancora una pagina vuota. Ma nel momento in cui la tocco per passare alla successiva, improvvisamente inizia a cantare con una calda voce che subito non riesco a definire se di uomo o di donna. Le parole del testo scorrono al centro della pagina come su un “gobbo” da karaoke. Una metrica a volte troppo retorica, ma nettamente rap Urban. Un ritmo tribale che accoglie elementi diversi dal Samba al Reggae etnico persiano e subsahariano, quasi a ribadire la multinazionalità delle figure ed immagini cantate.

Ricordo ancora che mamma mi diceva

quando ero ancora nella mia prima casa

“Questo bimbo ha odore di buono

gioca tranquillo.”

“Se non sente il suono

Tu fatti capire col gesto e il labbro

Sarà lui felice e tu appagato.”

Sogno ancora che mamma mi dice

“Diranno di te che mamma è monaca e non ti vede,

sì mamma è monaca ma ti ha sempre guardato.”

“E quando un giorno diranno di te

che i tuoi occhi sono grandi

per vedere anche nel buio dei pensieri della gente

tu dirai che dai miei occhi così troppo grossi e inutili

è colato come fuso

quello che e quello per cui

vedi ciò che c’è, e come è

non un guru, non perù, nè una famosa crew

semplicemente ciò che c’è oltre Nwerenkwarụ.”

Quella prima volta in cima alla terrazza non sapevo il come ed il perché

di quella donna per me illogicamente divertente.

Ma oggi non mi spiego come mai

mi agita il pispolotto l’odore di un piede fetente.

Ora conosco chi prima di te chi prima di me

quando nessuno allungava una mano

se non per buttar giù

il grasso il nano

il monco caracollante per terra o quello dallo sguardo allucinato in corpo sano.

Conosco chi

stimava Giuditta stimava Petunia stimava suor RosaCrucifissa

Ora conosco, mamma me lo hai insegnato tu.

La mia forza, miei eletti, non è mia ma è la vostra virtù,

La forza di chiunque non la forza di eroi

Quello che avviene nella favola tua, è frutto tuo e non dell’akara aka

Lo sai, non ci sono prodi, neanche derelitti

ma solo personaggi di storie a lieto fine.

Normali personaggi tutti diversi, personaggi diversi tutti normali.

Non forme differenzianti per morbi sofferti, ma eleganti caratteri esaltanti.

Che è?

gli occhi sporgenti,

Che è?

le cosce troppo grasse e troppo corte,

Che è?

tre braccia in meno, e una gamba che fa per quattro

Che è?

un piede immobile,

Che è?

le mani agitate in aria di movimenti inspiegabili, inutili, caotici.,

Che è?

la mente persa che l’hai cercata e l’han cercata ma non si trova più.

Particolari.

Solo curati particolari di vivace affresco d’autore.

Incidenti di percorso?

No!

Solo azioni di vita da chi voluti.

E neanche inattese tegole subite ma decisioni risolutamente scelte.

Traguardi e mezzi forse particolari, sempre originali e personali,

Forse un po’ di rabbia contro l’afflizione, un po’ di dolore fisico contro la cascaggine

Ma anzichè dolorosi epiloghi,

coronamento di caparbie illusioni diventate obiettivi.

La vita e la morte, LA REALIZZAZIONE!

Normali personaggi tutti diversi, personaggi diversi tutti normali.

Vi vedo uno ad uno.

Chi è normale? Nessuno!

Chi è realizzato? Chi lo vuole.

Tutti voi in un appello planetario.

Isabella Acciaioli Ridolfi detta Giuditta, normalmente diversa?

Realizzata!

Ghaydaa Haydari, normalmente diversa? Realizzata!

Pawel Uljabayev, normalmente diverso? Realizzato!

Mansul, e poi Suor Rosa Crucifissa, Petunia,

Asma Mohsim, Nasreen Sharifi, Ulkar,

normalmente diverse? Realizzate!

Lukiana Zaytsevkova,

la mamma Ortensia Ascione, la zia Antonia detta Ninna,

la di lei compagna Khanysha

normalmente diverse? Realizzate!

Serafima e sua mamma,

Margarid Parseghian e sua sorella Siran

normalmente diverse? Realizzate!

Pugo e mamma Chiarella, i coniugi di Chișinău e il bimbo bielorusso,

e perchè no Eugenio

normalmente diversi? Realizzati!

Normale personaggio molto diverso, personaggio diverso totalmente normale,

Isabella Jana Bonci Dreshaj?

Presente! Realizzata!

Il crescendo musicale incalzante arriva fino alla esplosione finale, e poi il silenzio e la pagina completamente nera.

Per zumata lenta da lontano si avvicina una scritta bianca. Quando riesco a leggere comincio a capire. Due nomi che hanno tutta l’apparenza di essere gli autori del pezzo, ma sono loro.

Akara Aka Akpabio detto Achille, il postino.

Maryoku Niaré Suor Maria Luce, monaca e mamma.

Si ingrandiscono sempre di più fino ad uscire dalla carta spessa e ruvida della pagina e colpirmi in pieno volto facendomi arretrare stabilmente sicura sulle mie gambe, mentre sale dallo stomaco al cervello il gelatinoso invischiante senso di approvazione di tutta me stessa. Il mio spontaneo urlo di commento è chiaro e ben scandito.

SONO REALIZZATA!

Sono realizzata. Al di là delle mie caratteristiche particolari, semplici ed eleganti elementi che mi distinguono ed esaltano, mi rendono unica e per questo di immenso valore.

Sono realizzata ed unica, come realizzati e unici nella normalità totale sono tutti i personaggi che appaiono nitidi davanti ai miei occhi in un caleidoscopico schermo.

Come Giuditta, Suor Rosa Crucifissa, Petunia, Asma, Nasreen, Ghaydaa. Come Ulkar, Khanysha, Lukiana, Serafima, Margarid e Siran, come Maria Luce. Come Chiarella e Pugo. Sono realizzata come me! Realizzata al di là dell’idea stessa di diversità, al di là del termine stesso, al di là del concetto di aggregazione in un insieme separato. AL DI LÀ DI NWERENKWARỤ. (n.d.a. – nwere nkwarụ = disabili in lingua IGBO)

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Discussioni

  1. Trovare se stessi, al di là delle diversità visibili e invisibili che caratterizzano ognuno di noi, è difficile; una sola vita non è sufficiente. Quel “Realizzata” dovrebbe essere la vittoria più ambita per ogni essere umano: la forza di stare bene con sé, abbracciarsi, dopo aver tolto ogni maschera

  2. “ono realizzata come me! Realizzata al di là dell’idea stessa di diversità, al di là del termine stesso, al di là del concetto di aggregazione in un insieme separato. “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  3. Finalmente scopro il significato profondo del titolo della Serie. Questa lettura mi ha scosso per la sua disturbante linea erotica e la sua brillante estetica dell’imperfezione. L’aver inserito dei tratti autobiografici credo sia stato un grande valore aggiunto. Ed ora che che i 30 episodi sono terminati, e che anche il 31 episodio clandestino è stato scoperto, posso finalmente seguire il Diario.

  4. AL DI LÀ DI NWERENKWARỤ.
    Ho letto tutta la serie, stagione 1 2 e 3 e provo a raccogliere le mie considerazioni, ciò che di tutta questa storia mi è arrivato, separando la 1 dalle altre. Scrivo qui dato che commentare pezzo per pezzo avrebbe intasato lo spazio dei commenti, togliendolo ad altri. Ho trovato un raccontare e un raccontarsi attraverso una scrittura capace di mettere a fuoco la scena, passando attraverso un io narrante preciso e concreto fino a passare al lettore oltre alle vicende e alle emozioni anche la percezione di un silente sforzo fisico che a tratti diventa rumore. La stagione 1 che è a sé stante dalle altre, è scritta in maniera più precisa a mio avviso, forse proprio perché è l’abbrivio di una lunga storia e hai saputo contenere l’urgenza della narrazione. E’ sì una scrittura che è capace di ripiegarsi su se stessa, rallentando, per poi ripartire con la forza di un propulsore, anche ironica, e autoironica. Le stagione successive mettono in campo una serie di personaggi che da laterali (utili alla narrazione) divengono protagonisti più avanti in un crescendo corale, personaggi tratti dalla realtà che vive la protagonista, mentre altri sono frutto di incontro mentale e suggestione fino a creare la loro storia dentro una storia. Qui pare quasi vaneggiante il filo conduttore (ecco la differenza) (il portale, il ponte fiorentino), Giuditta che richiama la mano assassina di Oloferne del Caravaggio, il proiettarsi indietro nel tempo e nell’immaginario per poi tornare alle vite di domestiche e scontri/incontri con chi riemerge dal passato, addirittura prima della seconda nascita della protagonista dopo l’incidente. Tutta la serie verte sulla tematica della disabilità, allo scopo di estrarla anche a forza, dalla cultura dell’immagine a cui siamo avvezzi, per ridimensionarla verso l’alto, elevandola, in momenti a una capacità di “sentire” e “vivere” la vita in modalità estrema, nel bene e nel male. In là c’è una negazione di questo assunto, dove personaggi reali come la campionessa Vio non avrebbero fatto altro che eseguire il proprio talento, al di là della propria disabilità, gli altri poi ci hanno costruito un mito, quello che hanno voluto. La realizzazione appartiene a tutti, con forza e coraggio, abili o non, io mi sento di condividere questo pensiero. C’è disabilità ovunque: nelle menti disfunzionali di molte persone dotate di un corpo intero, nelle guerre di paesi che rendono mutilati uomini e bambine/i.
    Ho letto con interesse questo tuo brano e, a mio avviso, non si poteva commentare con un laconico “brava” o “interessante”, ma era doveroso per il messaggio che porta e la modalità di scrittura, ascoltarlo ed esprimere un parere ampio. Ho sempre pensato che fosse nella “solitudine” e nella “sofferenza” specialmente se questa avviene in età infantile, che si forma l’allenamento costante all’osservazione dell’ambiente e del sé. Ci sono soltanto due vie: soccombere o sviluppare capacità introspettive, empatiche e forza creativa/talento che offrono la spinta alla realizzazione oltre ogni differenza. Credo che la protagonista della tua storia appartenga alla seconda ipotesi. Anche io sono nata due volte: una quando mi ha concepito mia madre, la seconda dopo quattro giorni e contro ogni pronostico medico. Pare strano, ma io ricordo perfettamente quei 4 giorni, ne ho la percezione e di là non si stava poi tanto male. Buon proseguimento di scrittura Laura/Isabella/Giuditta, insomma tu e basta. Se avessi modo di farlo, questa storia meriterebbe l’attenzione di editor del settore per la sua potenza anche disturbante e per la sua verità narrativa, oltre che credibilità. BB