Al mio fianco
Serie: Morirò d'estate
- Episodio 1: Morirò d’estate
- Episodio 2: Bastardo
- Episodio 3: Fame d’amore
- Episodio 4: Mind to mind
- Episodio 5: Uomo fritto
- Episodio 6: Mutande nuove
- Episodio 7: Sarai felice
- Episodio 8: In gabbia
- Episodio 9: Chiamato per nome
- Episodio 10: Campo Base
- Episodio 1: Morto e risorto
- Episodio 2: Tutto questo per me?
- Episodio 3: Nuova possibilità
- Episodio 4: Amare per primo
- Episodio 5: La gallina che becca
- Episodio 6: Nato sbagliato
- Episodio 7: Il primo passo
- Episodio 8: Visto, sentito, compreso
- Episodio 9: Vicolo stretto
- Episodio 10: Paura e compiacimento
- Episodio 1: Coccole e dolore
- Episodio 2: Vita e fantasmi
- Episodio 3: L’amore mancante
- Episodio 4: Solo, vuoto e svuotato
- Episodio 5: Urge Surfing
- Episodio 6: Azzurri come il mare. Infiniti come il cielo
- Episodio 7: Nessuna coincidenza
- Episodio 8: Il caffè negato
- Episodio 9: Il caffè proposto
- Episodio 10: Il caffè accettato
- Episodio 1: Koala
- Episodio 2: Delfino
- Episodio 3: Il peso che non si vede
- Episodio 4: Rende capaci chi chiama
- Episodio 5: Fame e sazietà
- Episodio 6: Tenerezza e fragilità
- Episodio 7: Cinque dita
- Episodio 8: Un passo
- Episodio 9: Due passi
- Episodio 10: Tre passi
- Episodio 1: Imbarazzo e naturalezza
- Episodio 2: Sollevato e terrorizzato
- Episodio 3: Al mio fianco
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
STAGIONE 5
Il rumore dell’agenda di Padre Andrea, mi tornava in testa ogni volta che mi fermavo anche solo un attimo a pensare al Campo Base. Quel colpo secco a fine riunione mi rimbombava nelle orecchie e mi ricordava l’impegno preso. Una responsabilità presa d’istinto e che probabilmente non avevo le capacità di reggere.
I giorni passarono senza che me ne accorgessi, tutti con la stessa paura di fondo: non riuscire a sostenere un impegno preso troppo frettolosamente, ma anche con una strana leggerezza che mi faceva desistere dal rinunciare ancora prima di cominciare.
Al lavoro tutto scorreva tranquillamente tra scartoffie da archiviare e caffè presi per non addormentarmi nelle giornate più noiose.
Eppure nella testa era un’altra storia: «Chi dorme? Chi sta sveglio? Come si fa a vegliare tre giorni senza crollare?» pensavo continuamente.
Serena mi scriveva ogni tanto, erano messaggi brevi, iniziavano sempre con un appunto da segnare per quei tre giorni, e finivano con la solita frase: «Andrà tutto bene. Non ti preoccupare» e ogni volta puntualmente mi preoccupavo.
Un pomeriggio me la ritrovai sotto casa, pioveva piano, una di quelle pioggerelline settembrine che lasciano l’asfalto lucido e l’odore di terra bagnata. Aveva in mano tre brioche in un sacchetto di carta, già un po’ umido.
«Ne ho prese tre, una è sempre in più, non si sa mai» disse col suo solito sorriso calmo. La invitai ad entrare e mangiammo senza parlare del Campo. Di tanto in tanto i nostri sguardi si incrociavano, e tutte le volte provavo una strana sensazione di sollievo, di leggerezza. Come quando finalmente ti togli le scarpe dopo una giornata intera in piedi.
Mangiava a piccoli morsi, come se avesse paura di far rumore e io la guardavo e pensavo che forse restare non era così impossibile.
Parlammo del tempo, del mio lavoro e di quello che mi aspettava dopo il mio congedo dal servizio civile. Lei mi parlò dei suoi studi e del suo sogno di lavorare con bambini con disturbi di apprendimento e disabilità. Robe normali e confidenze piccole ma allo stesso tempo significative.
Quando andò via, chiamai d’istinto la dottoressa Mori: volevo anticipare il nostro appuntamento e parlarle di questa nuova sensazione, ma non mi rispose.
La sera chiamò Suor Lucia: «Come stai, Luca? Padre Andrea mi ha parlato della nuova avventura che ti aspetta» disse.
«Bene» risposi, anche se non era esattamente la verità.
«Senti, non sei stato scelto perché sei bravo a pregare. Sei stato scelto perché quando ti viene voglia di scappare, tu resti. Ricordati questo», mi disse la suorina, come se avesse percepito la mia preoccupazione.
Non capii esattamente cosa volesse dirmi con quelle parole, ma sentii comunque il calore e la tenerezza di chi cerca di stare vicino senza soffocare.
Riattaccai e mi misi a guardare la sveglia con la gallina, beccava avanti e indietro e io stavo lì a guardarla senza contare.
Per una volta non contavo e mi era venuto facile non farlo.
Il venerdì alle 17:30 ero già nella sala d’attesa della dottoressa, non c’era nessuno ma attesi comunque una mezz’ora piena prima di poter entrare nel suo studio. Dentro l’odore era sempre quello di caffè e carta, sul tavolo l’agenda rossa era come al solito posizionata vicino alla lampada e sopra di essa c’era sempre l’orologio da polso.
La dottoressa Mori mi guardò e chiese come era andata la settimana.
«Male e bene» dissi. «Ho avuto la sensazione di non aver fatto particolari progressi. Sono riuscito a non contare, a parte una volta, e l’unica paura che ho in questo momento è il Campo Base».
«Il Campo Base?» mi interruppe lei.
«Sì, è una storia lunga e difficile da capire» risposi alzando lo sguardo.
«So cos’è il Campo Base e non è poi così difficile da capire. Anche perché non si deve capire, si deve vivere» mi rispose la dottoressa con una strana luce negli occhi, simile a quella di quei ragazzi che con me erano stati chiamati ad organizzare il Campo e che io non riuscivo a decifrare.
Rimasi a guardarla per qualche secondo senza sapere cosa dire, poi lei, aprendo la sua agenda mi chiese: «E di cosa hai paura, esattamente?».
«Di mollare» dissi. «Mio padre mi diceva sempre che non sarei mai stato capace di portare a termine niente. Ora mi hanno dato una cosa grande da fare e ho paura di farla male, di fare una figura di merda davanti a tutti e davanti a lei».
«Lei?» mi chiese la dottoressa con un sorriso dolce e allo stesso tempo fermo.
«Sì, lei! Si chiama Serena e dovrà guidare con me un gruppo di ragazzi e ragazze nella preghiera, ma io non credo di esserne capace, e ci tengo a non sfigurare davanti a lei, perché crede in me e mi fa stare bene» risposi timidamente.
La Mori appoggiò la penna e mi guardò dritto: «Luca, non ti chiedo di non avere paura, ti chiedo di restare con la paura. Questa settimana sei rimasto, sei venuto qui, non hai contato. Il Campo non è un esame, è una palestra e non la fai da solo, ci sei tu e c’è Serena».
Mi sembrò di sentire parlare Padre Andrea, Suor Lucia e Serena contemporaneamente e invece era solo la mia psicoterapeuta.
Mi congedò ricordandomi di continuare a non contare e mi diede appuntamento per il giovedì successivo.
Durante il tragitto verso casa mi fermai in una pizzeria d’asporto, presi tre tranci di pizza e senza neanche pensarci troppo, chiamai Serena: «Ti aspetto alla Villa, ho preso tre pizzette, una è sempre in più non si sa mai» le dissi citando le sue parole.
Quando arrivò era bellissima, con quei pantaloni neri e quella maglietta aderente a righe che le stringeva il seno e i fianchi evidenziando i suoi lineamenti esili e muscolosi allo stesso tempo.
Ci sedemmo su una panchina e mangiammo quelle pizzette tra una confidenza e una risata, con il mare di fronte e nei suoi occhi, e ancora una volta ebbi la sensazione che restare non era così impossibile.
Quella sera tornai a casa senza avere mai la tentazione di contare i passi. Contavo solo che lei fosse ancora lì, al mio fianco.
Serie: Morirò d'estate
- Episodio 1: Imbarazzo e naturalezza
- Episodio 2: Sollevato e terrorizzato
- Episodio 3: Al mio fianco
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