ANIMALE CARTOGRAFICO

Serie: MAPPE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un tecnico catastale scopre un’inattesa corrispondenza fra biologia e topografia urbana.

Aprivo i database urbanistici, scorrevo map­pe storiche, consultavo registri di demolizioni e di ricostruzioni. Niente.

Nessuna corrispondenza.

Eppure quel disegno mi ricordava qualcosa.

Poi un giorno mi ritrovai davanti la planime­tria di Gipsyville: un quartiere industriale ai margi­ni sud occidentali della città. Uno sputo di fabbri­che dismesse, case di mattoni rossi col muschio fra le tegole e parcheggi abbandonati.

Era lui.

L’apparato circolatorio del mio avambraccio sinistro riproduceva fedelmente – in scala uno a duemila – ogni minimo dettaglio di una porzione della mappa di Gipsyville.

La sensazione fu bizzarra: da una parte era ciò che avevo sempre intuito, ma dall’altra non sa­pevo come spiegarmelo.

Le mie vene coincidevano con la dislocazio­ne delle strade di Kingston upon Hull.

Non in senso vago. MILLIMETRICAMEN­TE.

Council Avenue seguiva la biforcazione late­rale del radio.

Priory Grove correva precisa, parallela, fino alla vena più sottile che terminava serpeggiante ol­tre il polso. Perfetta.

Feci lo screenshot, lo stampai e sovrapposi la fotocopia al mio avambraccio.

Non era possibile.

Eppure era lì, sotto i miei occhi.

Da allora abbandonai definitivamente l’idea di dormire e presi a scrivere decine di appunti.

Iniziai a mappare il mio corpo, pezzo per pezzo.

Con una penna nera ricalcai direttamente sul­la pelle ogni vena visibile.

Per farlo al meglio, mi depilai completamen­te, rimuovendo poi il paralume da una lampada da tavolo, così da avere luce radente, affinché la cute rivelasse tutto.

Trovai percorsi sull’addome.

Crocevia nelle pieghe delle ginocchia.

Vicoli minuscoli lungo le falangi.

Il difficile fu capire come mappare la schiena e le natiche.

Alla fine mi contemplai nudo di fronte allo specchio del soggiorno, l’unico a figura intera.

Guardai la mia superficie come si guarda un territorio da conquistare.

Ero coperto di linee nere, come se un rampi­cante da incubo avesse soppiantato il mio sistema cardiovascolare.

Ormai ero più simile a un progetto d’inge­gneria.

Un piano regolatore semovente.

Un animale cartografico.

L’altra sera, sotto al getto caldo della doccia, riflettei su quante probabilità esistessero che il reticolo stradale di un intero quartiere ricalcasse al millimetro l’apparato circolatorio di un essere umano.

Nessuna, balbettai mentre un’idea paradossa­le mi attraversò il cervello: e se ogni corpo custo­disse in sé la planimetria di una città del mondo? Possibile che sia questa la scoperta di Suther­land?

Quel pensiero mi divertì e mi raggelò allo stesso tempo, scivolando via da me come i fiumi d’inchiostro che colavano giù dalle cosce, in una pozza nera che m’inghiottiva i piedi.

Mi scioglievo sotto al flusso bollente dell’acqua, ma la calma che cercavo non arrivava. Poi, in un angolo della mente, sentii il campanello. Non avevo idea di chi potesse essere.

Mi asciugai in fretta, ma il pensiero di quella visita mi sfuggiva di nuovo. Andai alla porta e guardai dallo spioncino.

Una ragazza stava là fuori: la faccia tonda sotto un caschetto di capelli color pennarello d’asi­lo.

Le labbra piccole, impiastricciate d’azzurro.

Indossava calze a rete nere, che finivano in grossi scaldamuscoli bianchi, e un vecchio bomber da college celeste glitterato.

Sembrava appena uscita da un cartone ani­mato.

Aprii la porta.

Mi manda l’Agenzia, disse, oggi Erika non poteva venire.

Giusto: era stasera, risposi con imbarazzo, invitandola a entrare.

Lei avanzò nel salotto, guardandosi attorno come se esplorasse la zona di un disastro aereo.

Indicò la camera da letto: facciamo di là?

Seduto sulla poltrona, la seguii con gli occhi mentre posava lo zaino a terra e meccanicamente cominciava a spogliarsi, scrutando il soffitto quasi fosse il cielo in una giornata di sole.

Era come se avesse già preso possesso della stanza.

Il suo corpo era magro, la pelle chiara e sotti­le.

Mi s’avvicinò, prendendomi la testa tra le mani: nel silenzio della casa, sentii il suo pube ispido strofinarsi contro la mia guancia.

Da lì, vidi un intrico di vene blu che le corre­vano sull’inguine, lungo i muscoli obliqui.

Sei di qui? le chiesi.

Bristol, sussurrò lei.

Quando finimmo, ebbi la sensazione di non aver pensato minimamente al corpo di quella donna. O almeno: non in termini sessuali.

Più che l’unione fra due animali, avevo infat­ti immaginato la sovrapposizione di due intere geografie: mani che misuravano come teodoliti, ri­modellando all’infinito valli e rilievi, tracciando mutevoli isoipse a seconda delle pressioni esercita­te su seni, natiche e fianchi; lingue che stimavano angoli e altitudini, rilevando sporgenze e profondi­tà; spasmi che modificavano l’altimetria e slanci che stravolgevano la geodetica.

Non sapevo cosa fare con quella sensazione. Non sapevo nemmeno se avessi voluto farne qual­cosa. Eppure, durante il suo silenzioso rivestirsi, le feci un’offerta.

Posso mappare la tua pelle?

Lei mi guardò senza capire, ma scosse lo stesso la testa.

Non ho tempo per queste cose.

Accettai il rifiuto senza discutere.

La sua risposta giunse come un errore nel di­segno perfetto che sentivo di dover costruire, un dettaglio che mal sopportavo di non poter control­lare.

Un’ulteriore parametro che sfuggiva.

Alla fine la pagai e la mandai via in malo modo, prima di tornare a guardarmi allo specchio nella speranza di ritrovarmi.

Ciò che vidi non fu altro che una mappa.

Io ero la replica, dato che la città era venuta prima.

Sutherland, mormorai fra me e me, mentre tentavo di ricordare chi mi avesse parlato di lui senza reticenze.

Meller. Fu Arthur Meller a sbottonarsi con me, poco prima di abbandonare il suo posto di ar­chivista per andare in pensione.

Dall’inizio del mio impiego non avevo più sentito parlare di lui.

Ora però quel nome mi sembrò l’unico appi­glio a cui potessi aggrapparmi per chiarire il lega­me tra la mia scoperta e gli appunti ossessivi di Sutherland.

Non mi ci volle molto a rintracciarlo (fortu­natamente era ancora vivo), e quando c’incontram­mo fu come se non avessi proferito altra parola da quell’ultimo ‘Sutherland’ sussurrato nel mio ba­gno.

Continua...

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