Anni 2000

Aveva notato che c’era poca considerazione per l’altro. Poco o zero rispetto. Tutti (la maggior parte) preferivano alla lunga fregarsene, latitare, in favore di chissà cosa, di chissà quale sciocco progetto prioritario. Perché la gente (la maggior parte) doveva dimostrare a se stessa e agli altri di poter riuscire in qualcosa, nonostante (la maggior parte) navigasse in un fiume, invece che in un mare. Dove il fiume, in questo caso, era artificiale. Un piccolo canale da percorrere a vele spente, sigillate. E… oh, quanta bile producevano quando notavano che, di fianco a loro, c’era chi, in mare andava a vele spiegate! L’indifferenza, il pressappochismo dell’anima. Ecco cosa circondava Ludovica. Ecco da cosa la, giovane era circondata… I sentimenti erano soffocati, stuprati brutalmente e poi abbandonati sul ciglio di una strada, moribondi, esattamente come (la maggior parte del) la gente era solita fare con il proprio cane d’estate. Non c’era comprensione, collaborazione ma solo competitività. Era una gara continua, in gioco al massacro figlio del matrimonio tra insicurezza e vigliaccheria, cui si era aggiunto, peccaminoso e scriteriato, il consumismo. Un triangolo con la punta acuminata pronta ad infilzare il ventre e ad esplorare le sue viscere, lato più oscuro del suo corpo. «Eh si… una società che vive per “mangiare” e non mangia per vivere non ha cultura. Non condivide alcunché se non sui social.» sentenziava spesso Ludovica al gruppetto sparuto di coetanei con cui spesso si ritrovava. Giovani e scattanti ma già tutti (la maggior parte) troppo presi dai loro problemi – problemini che sconvolgevano le loro miserevoli vite, trascorse a rincorrere le vacanze, a rincorrersi tra di loro aspettando documenti che arrivavano sempre in ritardo – quando arrivavano – e dai loro mille e mille “importanti” impegni. C’era il calcetto al Venerdì, la balera al Sabato sera, le vacanze invernali, il nuovo smartphone da acquistare assolutissimamente! Ed il tv lcd nuovo da comprare, l’abbonamento alla palestra in cui non andare mai, il centro estivo in cui mollare i figli, l’ospizio in cui mollare i genitori e, talvolta, la spa dove lasciare il cane per andare alle Baleari. O sulle Alpi. Che problemi di (in)civiltà! Tutti (la maggior parte) donavano lei falsi consigli o suggerimenti confusi, vaghi, a mezze sillabe. Coscientemente o meno. Lei annuiva e poi faceva ciò che reputava giusto. Perché capiva sempre le intenzioni di chi le stava di fronte – o almeno così era solita raccontarsi… Perché in realtà questa (dis)umanità era difficile da comprendere appieno. Era schizofrenica, infelice… e spesso e volentieri a Ludovica dava i brividi, obbligata com’era a doversi interfacciare con loro. L’indifferenza. Lo sgarbo continuo a cui doveva sottostare. La mancanza di rispetto ciclica cui doveva far fronte, assommate, la rendevano prima insofferente, poi apatica nei confronti di chi le stava di fronte ed infine indifferente alle altrui condizioni, in un torpore mistico che sembrava volerla trascinare giù nel baratro assieme al resto dell’umana specie… Si, ovvio, qualcuno c’era, a pensarla come lei. A pensare ancora. A vedere i problemi reali, separandoli da quelli falsi, sciocchi. Creati ad hoc per distrarci. C’era ancora qualcuno che non era iscritto a yoga o a discipline orientali solo perché “di tendenza”. Ma era la sparuta minoranza di una società caotica, confusa e sciocca. E Ludovica era sempre più sgomenta e sconfitta, in tal senso. La serietà… la serietà dov’era andata a finire? «Perché perdete tempo in chiacchiere vuote e non avete forza di volontà per portare a casa un progetto… se non ne siete in grado che senso ha di diventare rabbiosi, sbavando e seppellendo di falsità chi invece vi riesce?!» si domandava Ludovica. No… si era chiamata a compiere una “missione potenzialmente suicida”: cambiare il modo di essere e di vivere degli altri. Seminare domande anziché (false) risposte. Scuotere le coscienze. Afferrarle per il collo e persino per le utande fuori dai pantaloni, se necessario. Questo pur non essendo filologa. Ludovica sentiva di dover far cambiare rotta almeno a chi si professava suo amico: aveva deciso! Bisognava lanciare un messaggio forte. Potente. Che facesse tornare il rispetto in lei. Che la facesse tornare considerata. Che svegliasse il torpore dell’anima altrui, avvolto da strati e strati di menefreghismo, cafonaggine, consumismo (compra, compra, compra che starai meglio! – ma niente libri, mi raccomando! Solo app!), invidia e competitività ai massimi livelli storici. Utopia. Si rese presto conto, Ludovica, che la sua sarebbe stata una battaglia che avrebbe consumato la sua stessa vita, inutilmente. Decise di combatterne altre di maggior valore, di battaglie. Battaglie che le avrebbero regalato soddisfazioni importanti, personali ma anche, al tempo stesso, a tutto il resto dei suoi simili – solo per costituzione cellulare. Ludovica sarebbe tornata in laboratorio, ad occuparsi di ricerca. E a salvare almeno la salute di quegli sciacalli troppo impegnati a sognare di mangiarsi la carcassa a vicenda. Perché Ludovica aveva infine capito una cosa: per questa “umanità” evanescente nelle emozioni, non c’era alcuna speranza…

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Commenti

  1. Kia Ra

    Grazie Stefano per averci regalato un racconto che offre molte chiavi interpretative interessanti sulla nostra società caotica, confusa, sciocca e (aggiungerei) liquida… In cui “il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza l’unica certezza”.

  2. Tiziano Pitisci

    Dopo una lunga giornata frenetica sono finalmente riuscito a leggere questo LibriCK, scoprendo che le veritá piú scomode che mi ero lasciato alle spalle, dietro la porta di casa, me le sono ritrovate nelle parentesi di questo racconto. Cosa c’è di più sconveniente di un ritrato dei nostri tempi? Converrebbe forse far finta di niente? (La maggior parte) delle persone lo fanno.