Aria

Serie: Filo rosso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una ragazza è arrivata nel reparto e Marco vuole conoscerla.

Il giorno dopo, ebbe difficoltà ad alzarsi. Pensò che fosse l’effetto dei farmaci che prendeva la sera. Prima di addormentarsi, aveva elaborato un piano per scappare. Fece colazione e, dopo, lui e Pino fumarono la solita sigaretta: l’hashish era finito, purtroppo o menomale.

«Se volessi prendere una boccata d’aria, magari all’ingresso dell’ospedale, me lo concederebbero?», chiese a Pino.

«Certo! Io stesso ci vado molte volte».

Marco non l’aveva mai notato.

Aspettò che gli operatori finissero la riunione, poi chiese di poter fumare una sigaretta all’aperto.

«Sì, ma uno di noi deve venire con te», gli rispose Carmela, Marco cominciava a ricordare i nomi.

«Perché? Non vi fidate?»

«Sinceramente? No. Abbiamo avuto varie brutte esperienze».

«Però non vale per tutti, dico bene?»

«Di alcuni ci fidiamo perché li conosciamo da tempo. Da te non sappiamo cosa aspettarci. Potresti tentare di scappare e magari farti male. La responsabilità è nostra».

Il piano non avrebbe funzionato e non aveva un piano B. «Va bene, ma voglio che venga anche Anna».

«Se lei vuole, non ci sono problemi».

Marco andò subito nella stanza di Anna, in fondo al corridoio. Anna stava disegnando sul suo tavolo.

«Ciao Anna. Che fai?»

«Che vuoi? Vattene!»

Marco la ignorò. Notò che affianco al letto vuoto di Anna, c’era una sagoma coperta dal lenzuolo. Si intravedevano solo i capelli lunghi neri. Marco si avvicinò ad Anna e guardò il suo disegno. Era un ritratto, sembrava fatto bene, ma non ebbe il tempo di osservarlo perché lei girò subito il foglio.

«Sei brava», Marco tentò con i complimenti.

Gli piacevano i suoi capelli lisci che scendevano fino a metà della schiena. Aveva una maglietta piuttosto scollata e, quando lei si girò, gli cadde l’occhio sulle sue tette. Lei lo notò e tentò di coprirsi.

«Vuoi venire a fumare una sigaretta di sopra, all’ingresso, all’aria aperta?», disse facendo finta di nulla.

«Vorrei finire il disegno, prima».

Marco le prese la mano. «Dai! Andiamo a prendere un po’ d’aria fresca mattutina. Il disegno lo finisci dopo», la tirò costringendola ad alzarsi.

Dapprima era riluttante e faceva resistenza.

«Poi devi fare un ritratto anche a me, ma ora andiamo a prendere un po’ di ossigeno che sono due giorni che non esco».

L’aveva trascinata fuori dalla stanza. Alla fine, Anna decise di seguirlo e sorrise.

Si presentarono davanti alla porta dove li aspettava Carmela.

«Siete pronti? Viene anche Pino».

Marco non fu molto felice di questo. Voleva stare un po’ solo con Anna per conoscerla meglio. Si sentì tirare.

«Ora puoi lasciarmi, vengo, non ti preoccupare».

Marco le lasciò la mano. Si sentì in imbarazzo e arrossì.

«Scusa», anche Anna era arrossita un po’.

Carmela li guardava sorridendo.

«Che ridi? Vedi che fra noi non c’è nulla», si affrettò a precisare Anna.

«Io non ho detto niente. Andiamo!»

Salirono al piano superiore, passarono dal bar e presero un caffè. Poi uscirono, finalmente, all’aria aperta. Marco fece un paio di respiri profondi. L’aria del reparto era piuttosto viziata specialmente nella stanza da pranzo. Anche Anna e Pino gradirono l’aria mattutina. C’erano alcune persone che entravano e uscivano dall’ospedale. Decisero di andare a sedersi su una panchina nel giardino davanti all’ospedale.

Carmela aveva portato delle sigarette, Pino e Anna ne presero una e l’accesero, mentre Marco resistette alla tentazione per godersi ancora un po’ di aria pura.

Una signora salutò Carmela e cominciarono a parlare. Pino stava in piedi e Marco e Anna erano seduti. Ogni tanto Marco la guardava mentre fumava la sua Winston blu. Anna gli piaceva molto anche senza trucco, anzi, specialmente senza trucco.

Pino sembrava nervoso e continuava a camminare avanti e indietro. Guardava sempre verso la strada.

«Allora, me lo farai il ritratto?», Marco tentò di rompere il ghiaccio con Anna.

Lei si girò e lo guardò bene in faccia. Si avvicinò un po’ a lui. Marco fece la stessa cosa e le guardava le labbra. Le diede un bacio.

«Oh! Ma che fai?», Anna si allontanò velocemente.

«Pensavo che volessi baciarmi».

«Non volevo baciarti, stupido. Stavo osservando il tuo viso per il ritratto».

Entrambi pensarono che l’altro fosse un po’ strano.

Pino rideva di gusto mentre li guardava. Smise quando un signore si avvicinò a lui. Aveva la barba e i capelli lunghi e bianchi e vestiva come un hippie. Marco lo vide e pensò che potesse esserlo davvero visto la sua età. Abbracciò Pino e scambiarono quattro chiacchiere come vecchi amici che non si vedano da tempo.

Carmela smise di parlare con la signora e, quando vide che Pino parlava con quell’uomo, fece una brutta faccia.

«Ragazzi, dobbiamo rientrare».

«Dacci un po’ di tregua, Carmela. Ci stiamo godendo il sole e l’aria pura», tentò Marco.

«Mi dispiace, ma dobbiamo rientrare. Domani potrete uscire di nuovo».

Di malavoglia, si incamminarono per rientrare. Marco si avvicinò alla ringhiera e guardò di sotto cercando di individuare le finestre del reparto. Il suo piano A era saltato perché non gli avevano permesso di salire di sopra da solo, ma stava elaborando un piano B e guardando di sotto pensò che fosse fattibile.

Rientrati nel reparto, Marco chiese una sigaretta per aiutare la mente a pensare, almeno così lui credeva. Quando entrò nella stanza da pranzo, trovò Pino.

«Guarda», tirò fuori un pacchetto di Marlboro. Marco capì che quel signore di sopra non era solo un vecchio amico, ma il suo pusher. «Questa volta mi ha portato un po’ d’erba, basta per un paio di canne. Ce ne fumiamo una dopo pranzo».

«Carmela ha qualche sospetto perché ti guardava in modo strano».

«Sì, lo so. È contro il fumo, ma non può impedirmelo. E poi una canna non ha mai ucciso nessuno. Mi dà fastidio quando mi fanno la morale».

«Posso dirlo anche ad Anna?», Marco pensava ancora a lei.

«Ti piace eh?»

«Sì, si vede?»

Pino alzò le sopracciglia. «Va bene, diglielo. Ma se dovesse fare storie o dovesse essere contraria, dille di non parlare».

Marco andò subito da Anna che stava di nuovo disegnando. Nella sua stanza c’era Maria. Era una donna di mezza età, ma senza nemmeno un capello bianco, da quanto poté notare. Era slegata seduta al letto e aveva uno sguardo gentile. Marco non riuscì ad immaginarla picchiare nessuno. Il ritratto di Anna era il suo.

«Devi aspettare per il tuo», disse lei senza alzare gli occhi dal foglio.

«Devo dirti un’altra cosa. Possiamo parlare in privato?»

Anna alzò la testa e lo guardò.

«Sei serio?»

La portò fuori, nella sala giochi dove non c’era nessuno in quel momento. Cominciò a parlarle. Anna aveva lo sguardo accigliato.

«Non ci penso nemmeno!», questa volta era incazzata veramente. «Non dovresti farlo neanche tu. Ti può solo far male».

Marco rise. «È solo una canna, non ha mai fatto male a nessuno».

«A me sì. Lo sai che per noi è meglio non fumare? Inoltre, stai prendendo dei farmaci, credo. Sei proprio stupido!»

Marco non comprese la sua rabbia e le disse di non parlarne con nessuno.

Tornò nella stanza da pranzo.

«Che ha detto?», chiese Pino, mentre fumava.

Marco pensava alle parole di Anna. «Non vuole fumare, ma non lo dirà a nessuno».

«Meglio così, ce n’è di più per noi».

Marco annuì mentre si accendeva la sigaretta. Doveva pensare di nuovo.

Serie: Filo rosso


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Discussioni

  1. Ciao Micol, ho letto prima i commenti e poi il racconto molto ben descritto.Torno ai commenti tornando al tema delle dipendenze. In primis mi spiace per il tuo passato, spero però sia veicolo per una buona fermezza anche sul cibo e non motivo di disagio. Comunque riconoscere ed “mettere in piazza” un problema non è da tutti ed un buon punto di partenza per migliorare. Anche io soffro di epicondilite e non perché gioco a tennis. Non esagero (bugia) ma spesso gioco troppo a fare l’equilibrista e di tanto in tanto cado. Un mese fa son caduto con la macchina in un giardino. Spesso vorresti solo soffocare quello che hai dentro invece che viverlo e buttarlo fuori. Viviamo, scriviamo, suoniamo, cantiamo e brindiamo alla vita …ma con un calice solo.Buona serata https://youtu.be/dgrTjjEdwzo?si=gdHl06OhdD3zm9-r

  2. Niente alcol, nessuno stupefacente, limitare il caffè: regole tutt’altro che assodate. Sono veneta ed è luogo comune (purtroppo vero) che qui ogni scusa sia buona per bere un cicchetto. Come figlia di alcolista non mi sono mai avvicinata alle dipendenze e sono astemia (non per principio divino, per scelta personale). Credo che servirebbe più conoscenza, fare in modo che anche queste piccole/grandi cose siano di dominio pubblico. Anni fa, ogni volta che pranzavo con mio cognato e i genitori continuavano a riempirgli il bicchiere, mi partiva l’embolo: purtroppo irrisa, la bacchettona ero io.

    1. A differenza tua, io mi identifico in Marco. Tutte quei vizi a cui hai detto no io li avevo. Anche in questo caso non giudico, ma ripudio la violenza e, se questi vizi portano a essa, sono il primo a condannarli.

    2. Penso che nessuno possa giudicare gli altri senza essere nella loro pelle e nella loro vita. L’informazione è importante, perchè la vera libertà sta nello scegliere consapevolmente. La mia situazione è nata dall’aver vissuto in un ambiente particolare: probabilmente è una scelta estremista, con la quale mi sento bene. Fatta per me stessa, unicamente, frutto del mio vissuto. Ma come si sa, nasciamo imperfetti e così moriamo: le dipendenze/fuga possono manifestarsi in modi diversi e la mia, ad esempio, è il cibo.

  3. Racconto ben scritto, che si legge con facilità. Mi piace la letteratura schietta e realistica, per cui non trovo sconveniente il tuo riferimento alla cannabis.
    Negare situazioni di questo tipo sarebbe un po’ come voler chiudere gli occhi e fingere che semplicemente non esistano per ignorarle.
    A volte bisogna saper fare un passo indietro e guardare il quadro nella sua generalità e non solo il dettaglio.

    1. Hai fatto bene. Nel racconto, ovviamente non voglio giustificare chi ne fa uso, anzi. Però è stato depenalizzato l’uso e in molti stati è legale, quindi capisco perché molti ne facciano uso.

  4. Il racconto fila veloce e trascina così bene che anche io non ho pensato l’ovvio fino a quando l’ha detto Anna. Con i farmaci che prendono quelli ragazzi, fargli fumare cannabis mi sembra clinicamente fuori luogo…