Arrivo a New York

Serie: Vacanza estiva


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due ragazzi, partiti da Londra, arrivano a New York, pronti per andare a Philadelphia.

Quella settimana di navigazione fu un microcosmo di tentazioni vittoriane. Le due signorine di Pittsburgh – una bionda come il grano con un parasole di pizzo, l’altra bruna e sfuggente come un’edera notturna – sembravano uscite da un romanzo di Henry James. Sorrisero ai giovani con quel misto di civetteria e calcolo che solo le figlie della buona società padroneggiavano.

George, che aveva giurato fedeltà al ritratto di Emily, scoprì con orrore il proprio talento nel mentire: «Mio padre possiede tre cotonifici» disse alla bruna, mentre le sue dita giocavano col medaglione in tasca dove serbava una foto dell’amata.

Theodore, intanto, demoliva le teorie del giudice inglese con la precisione di un orologiaio:

«Mi dica, Herr Becker, se la monarchia è davvero il sistema più stabile, come spiega la Rivoluzione Americana? O quella francese? Sono forse stati errori della storia?»

Il giudice sbuffò, facendo oscillare la fiamma della lampada a olio. «Lei confonde stabilità con transizione, giovanotto! Gli imperi vacillano, ma la sovranità di un monarca resta la colonna portante della civiltà.»

A mezzanotte, mentre Theodore dibatteva di filosofia politica, George ballava un valzer sbilenco con la bionda. L’odore del tabacco Havanna si mescolava al profumo di lavanda del suo décolleté. Quando lei mormorò «La Virginia è così noiosa, Mr. Quincy» contro il suo collo, lui ordinò un terzo whisky.

Il crollo arrivò all’alba. George giaceva nella cabina, sudato e verde come le alghe della chiglia. Il violino di Theodore trasformò la sofferenza in una sarabanda ironica, mentre oltre l’oblò si stagliava New York.

Theodore scese la passerella sfiorando con le dita la ringhiera ancora umida di salsedine. Un odore di carbone e cotone grezzo gli invase le narici. New York li accolse come un mostro d’acciaio e vapore.

«La guerra ha ridotto il Sud a un teatro shakespeariano» commentò, osservando i docks brulicanti di operai che scaricavano balle merce con lo stemma Quincy. «Atto quinto: i generali nordisti fanno i Cassio, gli schiavi liberati i giullari inconsapevoli. E voi americani, siete il pubblico che applaude credendosi al di sopra della tragedia.»

George si aggiustò il colletto, il colorito ancora verde malachite. «Io ci sono nato, Theo. Non è retorica, qui si ricomincia. Dio ha spezzato le catene, ora costruiremo ponti.»

«Ponti?» ribatté Theodore estraendo l’orologio da taschino per controllare l’ora. «Quello che vedo sono cannoniere trasformate in cargo. La tua “ricostruzione” sa di carbone e ipocrisia. Quanto cotone britannico finanzierà questa redenzione?»

George incrociò le braccia, la voce che si fece tagliente. «Mio padre commercia merci, non anime.»

«No?» Theodore indicò una nave ormeggiata con la stella confederata ancora visibile sotto la nuova vernice. «Quel relitto trasporterà zucchero delle Indie Occidentali. Coltivato da mani che, tecnicamente, non sono più schiave. Solo… economicamente motivate. Geniale, no?»

Un silenzio carico del fischio di un treno in lontananza. George guardò l’orizzonte, dove i cantieri navali disegnavano croci nel cielo. « Leggi troppo. Credi che tutto sia lotta, anche dove c’è progresso.»

«Progresso…» Theodore rise, un suono secco. «Nel 1861, i tuoi compatrioti bruciavano piantagioni per salvare l’Unione. Oggi le ricomprano per salvare il portafoglio. Se questo è il tuo angelo del focolare nazionale, preferisco il mio cinismo.»

George scostò una ciocca di capelli bagnati dalla fronte. «Sei venuto per l’estate o per processarci?»

«Per studiare» rispose Theodore avviandosi verso la carrozza che li attendeva. «Voglio vedere se la tua “Emily America” è davvero una sposa virtuosa o solo un’altra cortigiana col parasole.»

George lo afferrò per un braccio, le dita che affondarono nella stoffa come artigli. «Parli così perché nessuno a Oxford sopporta la tua arroganza. Sei un fantasma del passato, Theo. Noi… noi costruiamo il futuro.»

Theodore liberò il braccio con un gesto elegante, gli occhi che brillavano. «Costruirete prigioni più comode, George. Ma resteranno prigioni. Chiedilo alle tue signorine di Pittsburgh, quando offrirai loro diamanti invece di catene.»

Serie: Vacanza estiva


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni