Aspettami
Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia
- Episodio 1: Aspettami
STAGIONE 1
La persecuzione dei benandanti da parte del Tribunale del Sant’Uffizio durò cento anni. Tutto ebbe inizio nel 1575 con le deposizioni di don Bartolomeo Sgabarizza, che segnalò ai commissari dell’Inquisizione di uomini che “andavano in spirito o in sogno” a combattere per i raccolti. Erano le sentinelle dei raccolti, membri di un culto contadino friulano del XVI secolo uniti da un destino biologico: l’essere nati avvolti nella membrana amniotica. Questa “camicia” era il talismano che permetteva alle loro anime, durante le notti delle Quattro Tempora, di uscire dal corpo per combattere in spirito contro le forze del male. Le donne, in particolare, erano spesso segnalate come guaritrici contro malefici, mediatrici con il mondo dei morti e levatrici. Custodivano i lembi essiccati della loro sacca amniotica in medaglioni e amuleti che portavano al collo. Questo oggetto era il loro “passaporto” per la soglia onirica: senza di esso, non avrebbero potuto “uscire” dal corpo per compiere la loro missione.
E se avessero delle eredi? Una linea di sangue che consapevolmente o meno, esercita ancora gli stessi poteri?
Per loro, il bosco e il mare non sono paesaggi, ma frequenze captate attraverso una pelle che si fa occhio, permettendo di vedere oltre l’inferriata del visibile.
Le benandanti moderne abitano i margini della frenesia contemporanea, preservando quell’eredità antica che il cemento non ha mai del tutto soffocato. Portano nel codice genetico della propria anima il lembo di quella membrana che le destina a essere custodi della soglia. La loro dote è l’eresia di confine: una capacità dei sensi di slittare sulla frontiera onirica, dove la percezione clandestina capta sussurri che la logica ignora.
Sono anticorpi viventi che, attraverso questa veglia paradossale, trasformano ogni gesto quotidiano in un atto di cura per il sacro. Scoprono così che la realtà non è ciò che si tocca, ma ciò che si è capaci di “attendere” al varco tra i mondi.
Questa è la storia delle donne, che ho incontrato “per caso” in terra friulana. Il tempo si è fermato e abbiamo viaggiato insieme nei loro sogni, camminando nel bene. La prima fu Anastasia.
Arrivo all’imbrunire alla baita nel bosco. L’host mi attende spazientito con le chiavi nella mano destra e una sigaretta in bocca. Un altro prodotto del turismo etico mainstream, che esibisce la facciata in bioedilizia, con cui riempie la povertà animica. Quando mi vede, fa finta di sorridere con le gengive arrossate e i denti sbiancati di recente. Spegne la cicca nel braciere e si mette il mozzicone in tasca con orgoglio “sostenibile”.
“Salve. È sola?” C’è qualcosa nel suo tono che m’infastidisce.
“Due, io e il cane.”
Tira fuori il cellulare e controlla l’app. Comincio a irritarmi sul serio.
“Ecco qui… la prenotazione era per due persone. Si tratta di una prepagata, quindi non c’è rimborso. Vuole chiamare la persona che non è venuta? Può arrivare anche domani, così non perde tutto.”
Non rispondo. Non commento. Lo fisso e basta.
La sua mediocrità lo spinge a intervenire per riempire il silenzio. Me la rido sotto i baffi.
“Allora, ecco le chiavi. Nessuno la disturberà, la prima casa si trova a circa tre chilometri. Qui c’è il barbecue, per una bella grigliata, se desidera. Lo sa accendere?”
Inizio a odiarlo.
“Non si preoccupi, sono vegetariana, non cuocio nessuno, a parte qualche stolto.”
Si mette a ridere, come se avesse capito.
M’illustra la baita con un rituale carcerario degno di un secondino di Alcatraz: elenca tutto ciò che secondo il regolamento non si può fare. Poi finalmente se ne va.
Gli spazi sono piccolissimi, ma completi di tutto. Nel salottino di fronte al divano letto una parete fatta interamente di vetro si apre sulla vallata al tramonto. I miei occhi ringraziano. Luna, il mio dalmata, come un segugio perfetto, annusa ovunque. Pregusto già il risveglio nell’abbraccio verde degli alberi, ai quali farò onore con una bella colazione all’aperto. Spengo il telefono. Sola.
Il mattino dopo, ho porte e finestre spalancate e la radio accesa. Le uova fresche comprate nella fattoria del paese friggono nella padella da campeggio e la moka sbuffa i vapori della bevanda delle streghe, caffè e cannella. Il verde è ovunque e le foglie lacrimano ancora di rugiada. Luna mi guarda goduta e sembra chiedermi il motivo per il quale non possiamo vivere sempre così.
Mentre sto cercando una risposta adeguata all’animale che c’è in me, senza trovarla, lei si volta di scatto, drizza le orecchie e corre via. “Vieni qua, vieni qua!” Niente da fare, si è lanciata nel bosco. Spengo il fornello e le corro dietro con il cuore che accelera. Nel folto degli alberi, vedo le sue macchie nere sul manto bianco che fanno lo slalom tra i tronchi e i rovi ancora umidi. “Luna! Luna!” Si ferma, mi aspetta. Appena la raggiungo ricomincia a correre. Meno male che faccio palestra. Ormai ho rotto il fiato e la disobbedienza si è trasformata in una spassosa corsa a due. Proprio quando sto cominciando a divertirmi e a sorridere, lei rallenta e si ferma sulla sponda di un piccolo rio di montagna, beve un po’ e poi mi fissa.
Ansimo e il cuore mi rimbomba nelle orecchie. “Cosa c’è Luna? Un leprotto? Un capriolo? O cosa?” Lei mi guarda, sa che non ho ancora capito. Mi chino per bere un sorso d’acqua anch’io, quando… crack… crick, il tipico rumore di un rametto spezzato da una zampa o da un piede.
Mi volto di scatto. Nessuno.
Rimango di spalle al fiumiciattolo, che scorre allegro, figlio di una sorgente di montagna. Il mio sguardo passa al setaccio i confini del bosco da destra a sinistra e da sinistra a destra, come il faro della torretta di Alcatraz. Tutto è fermo. Mi chino lentamente, raccolgo una pietra. Silenzio assoluto. Niente.
Dopo qualche minuto, mi rassicuro.
“Dai Luna, andiamo! Non c’è niente!” Mi volto e comincio a camminare verso la baita.
“Aspettami…aspettami…”
Oh cazzo, una voce di donna, debole e rauca, emerge dalle fronde. Torno indietro. Luna mi precede.
“Aspettami…aspettami…”, quasi un lamento.
È implorante, mi spezza il cuore. Mollo la pietra che cade e si spezza in due.
Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia
- Episodio 1: Aspettami
Amo i miti perché custodiscono ciò che la realtà non sa spiegare. In questo testo, la memoria dei benandanti diventa materia viva. Non semplice folklore, ma eredità femminile, soglia tra visibile e invisibile.
La tua scrittura è colta e raffinata e intreccia bene radice storica, atmosfera e tensione narrativa, aprendo un varco potente verso il mistero.
Un inizio serie molto interessante.
Buonasera Tiziana, come sempre la tua attenzione al testo è precisa e illuminante. Grazie davvero!
So ben poco delle benandanti, ma l’argomento, così come tu l’hai posto, è originale e interessante. Fra l’altro, mi ha riportato alla memoria qualcosa che avevo letto sull’origine del detto “essere nati con la camicia”. Grazie, leggerò il seguito.
Buongiorno a te Francesca! Esatto, l’origine del detto è proprio quella da te indicata. Grazie per l’incoraggiamento, è una ricerca davvero emozionante, a cui tengo molto.
Non vedo l’ora di leggere il resto. Un incipit avvincente, scritto molto bene. Complimenti!
Buongiorno Tiziana! Tengo particolarmente a questo progetto, grazie di cuore per l’incoraggiamento!
Mi è piaciuta molto l’atmosfera. L’idea dei benandanti portata nel presente è davvero interessante, e quando entra il bosco con Luna il racconto prende una bella forza. Finale molto riuscito, lascia voglia di continuare.
Buongiorno Daniele! Grazie davvero per aver apprezzato l’idea di base, a cui tengo particolarmente in quanto frutto di una serie di coincidenze.
Mi intriga molto questo nuovo racconto, per gli accenni storici, che andrò a studiare, ma, soprattutto, per questo “viaggiare” tra sogno e realtà abbandonando il corpo che si avvicina molto a fantasie e supposizioni anche mie. Hai una scrittura che a me piace molto, sia nella forma che nella narrazione. Grazie Simona! 🌹🌹🌹
Grazie mille, sono felicissima che il racconto ti abbia intrigato! Mi emoziona sapere che il confine tra sogno e realtà abbia incontrato i tuoi pensieri. Esploro le “eresie di confine” da sempre. Le tue parole sono un regalo prezioso. :):):)