Asso di Spade

I.

All’alba di un glorioso duello ai confini del regno, là nelle estreme regioni della fine del mondo, s’era levato il vento impetuoso. Portava con sé la gaia novella del mondo liberato dal male, ancora una volta, e per decenni si parlò del ruggito vittorioso del Protettore del Reame che aveva agitato mari e venti, spalancato porte e finestre in tutte le case del mondo; il piccolo poeta era di ritorno da certe sabbie gialle che gli erano scivolate dalle dita in sogno, quando d’improvviso giunse quel vento da ovest, e gli rubò tutte le poesie che aveva scritto. S’allungarono sullo scirocco volando di terra in terra, nelle bastiglie e fra le colonne, e sul cuore del piccolo poeta ombreggiò una cupa tentazione.

“Le hai perse per sempre” si disse. “Ora sei rimasto solo”.

Parve smagrirsi e perse la voglia di parlare allo specchio; riusciva a malapena a coricarsi che subito un feroce impulso gli metteva mani prima alla penna e poi al violino, senza però scrivere una riga dritta e tirare una nota che non fosse storta. Certe volte parve consolarsi nei silenzi dei cartomanti, sulle cui lamine d’oro leggeva la sventura; poi volle scivolare nell’abisso delle cose che non diceva, ma anche lì trovò un mostro a guardia delle sue speranze, che lo incitava in sogno a cercare la fonte della giovinezza: nelle sue agitate veglie nel sonno riusciva a vederla ai piedi benedetti di una Dama Bianca tutta incoronata di stelle luminosissime; non riuscì mai ad avvicinarsi, perché bisbigliava indovinelli dalle maglie strette, che nello sbrogliare la matassa perdeva il filo della ragione, e ne tornava sempre sconfitto.

Udì il Cannone della Cittadella sparare un colpo mentre innaffiava le piante magiche dell’oriente, e una voce di polvere gli portò l’intuizione di un momento, forse trasognata e poco assennata, che lo colse come lampo: diceva di fuggire lontano, assai lontano, fin dove il sole si spinge per sorgere ancora, e gli cantava canzoni insonni sotto la luna.

Nei tizzoni del furore ch’era di incendio nel suo cuore, venne quasi trascinato fuori dalla casa nella quale era cresciuto, senza ricordare il suo nome o chi gliel’aveva dato.

Accese una candela per preghiera agli spiriti solenni che abitano i focolari, pur covando il sospetto del non ritorno; prese a viaggiare sempre più lontano, alla ricerca di quei sentieri smarriti che i pirati sognano sotto le onde malinconiche dei mari del sud. La risacca degli oceani tempestosi gli aveva portato in dono dagli abissi una conchiglia, soave nei colori e nelle oscillazioni delle forme, tanto bella a vedersi che ne fece tesoro prezioso al pari di una medaglia, puntandosela al petto per ricordo.

II.

Conobbe mezzo mondo levigandosi i passi sulle scogliere mentre attraversava i mari, spedito verso ogni dove senza mèta; fece la conoscenza di certi goblin trafficanti di spezie e di tessuti pregiati, venuti a cammello dalle sabbie perdute dell’est, i quali rimavano sotto ai ponti per festeggiare i guai e le sventure della vita di tutti quanti. Uno di questi gli aveva raccontato della vecchia Torre, un posto meraviglioso nascosto agli occhi del mondo, attorno alla quale avevano scritto e immaginato i saggi delle antiche fonderie; nella bolgia dei canti si calcarono alli strumenti e gli suonarono la storia della Torre, che faceva più o meno così:

“Ho visto un fuoco, questo è certo,

A sud della terra e del mare

Dov’il cielo non è mai coperto

Lo sentivo scoppiettare

Il cuore tutto mi s’incendiò

La casa dei tesori la sentivo chiamare

Dalla gente attorno ai falò

Fatemi andare, mi dica la strada

Per giungere fino a laggiù

La cerco, la sogno, lo mangio col cuore

Il silenzio nella Torre del Sud!

Parlai con il mare per il giusto capire

Una notte dal cielo già blu

Le stelle correvan, mi han fatto smarrire

Non volli tornare mai più

Se quindi nel sogno ti appare la Rosa

Che sboccia nel deserto in mezzo al sale

Avrai in sorte la più bella sposa

La Torre dei Fabbri che fondono il Sole

Fatemi andare, mi dica la strada

Per giungere fino a laggiù

La cerco, la sogno, lo mangio col cuore

Il silenzio nella Torre del Sud!”

Meditò tanto a lungo sulle strofe che finì per bisticciar con le parole, le tacciava di codardia perché amavano tenersi i tesori migliori nello scrigno della frase intera; cercò quindi il modo di romperne il guscio viaggiando verso est alla ricerca disperata del deserto, inseguendo una stella che andava scivolando nell’oriente: le dune divennero onde, le onde gorghi giganteschi, e perse le armi che aveva negli abissi dell’oceano che non c’era.

Era finito dall’altra parte del mondo, in quei reami abbandonati che profumano di storie segrete e antiche, sulle quali il poeta s’era lambiccato il cervello per decifrarne i messaggi nascosti nelle vocali. Si trattava di una parola che conosceva, traslitterata da chi meglio di lui aveva studiato la lingua degli uccelli per nascondere un tale segreto al mondo, riducendolo al nome di un fiore.

Dipinse una rosa sulle spiagge d’avorio dell’isola, ma all’ultimo rigo il suo bastone si ruppe, e tornò alla veglia nell’afa del deserto.

III.

Nel deserto, alle stelle piace spostarsi; paiono fisse eppur si muovono, si scambiano convenevoli l’un l’altra, certe arrivano a sfiorarsi perché amanti dall’inizio del tempo. Al poeta, che vegliava a guardia del suo tempio la Rosa benedetta venuta dal deserto, piacque dilettarsi nella traslitterazione dei movimenti e delle luci intermittenti in fonemi a senso perduto: poco prima era riuscito a ripescare il proprio nome, dimenticato per paura della nostalgia. Si chiamava G, ed era una grossa responsabilità da portare.

Quella notte santa le stelle gli fecero cadere in mano una mappa che tracciava la rotta verso un meridione inesistente, secondo il quale a rovescio degli opposti nella natura angolare della sfericità terrestre, sarebbe sorto questo posto meraviglioso. Indicava con precisione di legenda quelle cose che vanno spiegate con appunti e disegni: partiva da occidente un corvo, dalle fredde terre dei pellegialla; nel mezzo stava un ibis bianco e nero, che sbatteva le ali sulle dune e si cibava delle serpi alate che popolano i deserti; ad oriente, ormai a bordo della mappa, solcava il cielo l’impavida fenice, sempre viva e mai sconfitta, e sotto di questa in caratteri d’oro e d’argento, v’era scritto “Torre del Sud”.

Seguì le figure sulla mappa precipitando nei loro stessi voli da un continente all’altro, migrando e trasformandosi, accrescendo in lui la sincera verità che aveva perso di vista il tempo. Quando giunse al cospetto della Fenice, il Sole intero gli parlò con tutte le voci del cosmo, e lo costrinse a un giuramento:

“Di seguire il sole, sempre verso sud

Dove i mari sono caldi ed il tempo non c’è più

Di coltivare la chiamata fino alle solenni ore

Quando il Signore sorge e il buio muore”

Volarono assieme per quaranta giorni e quaranta notti sopra un cielo d’oro senza terra né mare: la vicinanza al sole gli fece evaporare gli affanni di una vita, lo cullò nei caldi mulinelli dell’emisfero nel quale erano giunti. Si svegliò colle vesti bianche e rosse del cavaliere errante, date in dono a quei viaggiatori che avevan fatto della propria conchiglia una stella, prima fissa poi cadente. Arpe e canzoni gli suonarono in testa nel trionfale momento, quando aprì le porte della Torre del Sud per scoprire ch’era vuota. Non c’era alcun tesoro, né minerali né pietre preziose. Un fruscio di pagine lo portò fin sulla cella più alta, dove si dimenava il vento e gli strumenti per misurare il mondo giravano a vuoto.

Protetto dai mali del mondo, sotto una campana di cristallo, c’era un mucchio di pergamene: tra tutte le creature di questo mondo che avrebbero potuto farlo, le dolci muse delle rime avevano raccolto tutte le sue poesie e le avevano messe al sicuro.

Il tempo le aveva cucite assieme trasformandole in un libro; e sebbene non ebbe mai il cuore di firmarselo al capoverso, ne aggiunse un lascito a quelle anime cieche che errano nel mondo alla ricerca delle proprie poesie smarrite:

“Agli audaci stoccatori che per spada hanno una penna e per dimora caverne, lascio la dura scorza dei miei versi, come premio di conquista a quei che bussano senza fermarsi. Non ho trovato posa nelle mie viandanze, pensavo alle cose perdute che mai tornano; in quelle vi ho trovato il mio affanno più caro: decidere dell’abbandono di quaggiù per lo scarto del male.

Non ti fidar di me se il cuor ti manca.

Asso di Spade”

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Discussioni

  1. E’ la prima volta che leggo uno dei tuoi racconti, e anche se non sono sicuro di averlo capito tutto e fino in fondo, mi è piaciuto molto.
    Il tuo stile è dolce e evocativo, le parole ben scelte e il viaggio che racconti molto affascinante.

    1. Ti ringrazio per essere passato a sfogliare. Sai, certe opere ti chiedono di essere rilette, cercano di portare il lettore verso un’auto iniziazione alla mistica degli indizi che parlano dietro specifici termini, danno importanza anche alla punteggiatura.

      È colpa mia, che mi diverto a nascondere le cose e far scervellare gli altri nella caccia al tesoro dentro al testo.

    2. Direi merito, è molto bello che qualcuno sia cosi sensibile da inserire un percorso iniziatico oltre al semplice racconto

  2. Anche questo tuo racconto è molto evocativo e ogni frase potrebbe dare il via ad altrettante storie. Le tue storie mi ricordano un po’ quelle di Patrik Ruthfuss nel Nome del Vento anche se la tua scrittura è più ricercata. Alla prossima lettura

    1. Mi si perdoni l’ignoranza, non conosco il tale, né le sue opere.
      Molte grazie per aver letto e apprezzato. Alla prossima.

    2. Si potrebbe rivelare una lettura interessante, un fantasy delicato dove i nomi delle cose sono importanti quanto la loro essenza, e i racconti sono la parte più vera della vita.