Audacia nel Deosai

Questo luogo è da qualche parte del Pakistan settentrionale. Qui ci sono tante rocce, tante montagne. Non è proprio come l’Afghanistan, che lì è polveroso e brullo; c’è del verde.

La jeep con a bordo me, mio padre e Zahman – la nostra guida – ci mette tre ore ad arrivare dall’ingresso del parco al lago Deosai. Non è come il lago di Varese o il Verbano, il Deosai. Si tratta più di un grosso stagno.

Zahman parcheggia il fuoristrada e mio padre si dedica a fare foto.

Io sono pompatissimo. Sono fra i monti del centro Asia, quelli di cui mio padre mi aveva tanto parlato. Il K2 è da queste parti. Senza contare che mio padre è socio del Club Alpino Italiano.

Adocchio un’altura che battezzo subito come “Montarozzo”. A vederlo dalle sue falde è facile arrivare in cima. Mezz’ora, e ci sono. Ah, così dimostro a mio padre che anch’io sono un alpinista. Gli dico: «Vado lì in cima, papà.»

«Sì, va bene. Ma torna presto che poi dobbiamo tornare a Skardu.»

«Non ti preoccupare.»

Mezz’ora.

Inizio ad arrampicarmi. Salgo, salgo, salgo sempre di più.

Mezz’ora sì, sul serio.

A poco a poco, il Montarozzo si rivela un’altura impegnativa. Non ho bisogno di bombole dell’ossigeno, piccozze e corde, ma tanta pazienza.

Oh, ma non era mezz’ora e basta?

Mi ritrovo le mani sporche di polvere e il freddo mi fa colare il naso. Trovo una macchia di neve e la uso per pulirmi faccia e mani.

«Mio padre sarà fiero di me! Mi scongiurerà di iscrivermi al CAI!»

Che ambizione.

Manca poco alla cima e sento dei fischi. Saranno marmotte.

Ecco le roccette e adesso è quasi in verticale. Mezz’ora, e sarò lì.

Un’ora e mezza dopo sono sulla vetta del Montarozzo e il vento soffia con forza. Vedo cosa c’è oltre il Montarozzo: una pianura verde con un laghetto.

«Oh, ma non che salta fuori qualche talebano?»

Non è solo la paura degli studenti coranici, ma c’è anche il contatto con Dio. Insomma, sono in cima a un’altura e Dio può vedermi e schiacciarmi con un dito.

Dio o Allah fa lo stesso, no?

Non oso guardare il cielo. Che poi… ho sedici anni, non sono Petrarca sul monte Ventoso.

Decido di scendere subito.

Dopo tanti sforzi, neanche cinque minuti di riposo.

Scendo, scendo e scendo, fino a trovare mio padre. Gli sorrido.

Ma lui mi accoglie con freddezza. «Mi ero spaventato. Dov’eri finito?»

Zahman invece ride. Quel fischio non era di una marmotta, ma lui che mi richiamava.

Vabbe’, niente gloria, niente richiesta di iscrivermi al CAI. È tardi, meglio tornare a Skardu.

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Discussioni

  1. Ciao Kenji, ho apprezzato la metafora. Il figlio che un passo alla volta tenta di allontanarsi dall’ombra del padre e dell’infanzia, crescere, scalare la montagna della vita. A piccoli passi, uno alla volta 🙂

    1. Ciao Micol e grazie per avermi letto! Fai bene a interpretare il racconto come una metafora, per carità, vuole dire che ho colto nel segno, ma scrivendo questo racconto non mi sarei aspettato che potesse essere definito una metafora perché non lo è; è solo un racconto autobiografico di un mio viaggio in Pakistan nel 2007.