
Autore dionisiaco o apollineo?
Articolo a cura di Micol Fusca
Secondo Nietzsche la vita è uno scontro fra due modi d’essere, istinti, che chiama spirito dionisiaco e spirito apollineo. Il primo è guidato dall’istinto, il secondo dalla razionalità.
Questa filosofia può essere applicata anche nello scrivere.
L’una non ha meno dignità dell’altra, sono vesti che sentiamo comode addosso: sono parte di noi come individui pensanti.
Gli autori dionisiaci non amano programmare, il loro metodo è quello di non avere metodo; la scrittura fluisce spontanea con il dipanarsi della storia, frutto di estasi o possessione. Seguono l’ispirazione del momento, spesso sono incostanti nei tempi della scrittura.
Jack Kerouac incarna alla perfezione questo spirito. Coniò il termine “prosa spontanea”, una tecnica adottata dalla maggior parte degli autori della beat generation.
Ne dipinge egli stesso un’immagine parlando di una delle sue opere:
“Il libro dei sogni” è stato il libro più facile da scrivere – Al risveglio dal sonno restavo là sdraiato a guardare le figure che svanivano lentamente come in una dissolvenza cinematografica nei recessi della mia mente inconscia – Non appena (un minuto o due) le mettevo insieme a quelle di un qualsiasi altro sogno di quella notte che fossi riuscito a catturare, come pesci in uno stagno, trascinavo le mie stanche ossa fuori dal letto e con gli occhi gonfi di sonno scribacchiavo in fretta a matita nel mio piccolo taccuino di sogni finché non esaurivo ogni dato che potevo ricordare – Scrivevo non stop perché l’inconscio potesse parlare da sé nella sua stessa forma, cioè, fluendo e guizzando ininterrottamente.”
Fra i romanzi di Jack Kerouac Sulla Strada è sicuramente il più conosciuto. Scritto in sole tre settimane è il manifesto di una generazione che trova in lui un punto di riferimento.
Arancia Meccanica di Antony Burgerr è stato scritto nel medesimo lasso di tempo: tre settimane.
John Boyne scrisse Il bambino con il pigiama a righe in appena due giorni e mezzo.
“Non appena iniziai a scrivere, la storia sembrò condurmi oltre e io non potevo più separarmene. Scrissi per un giorno intero e alla fine avevo come l’impressione che se mi fossi fermato avrei perduto il resto del racconto: dovevo continuare a scrivere. Così proseguii tutta la notte, il giorno seguente e la notte dopo ancora. Il terzo giorno, all’ora di pranzo, ho terminato la prima stesura; erano tre notti che non dormivo. Ho scritto ininterrottamente per sessanta ore, prendendomi una pausa tra un capitolo e l’altro solo per una tazza di te o un panino.”
Al contrario, gli autori apollinei sentono la necessità di adottare un metodo programmatico. Dedicano ampio spazio alla progettazione narrativa, definendola nel più piccolo dettaglio. Creano ambienti e personaggi fissandoli nella carta ancor prima della storia, assurgono al ruolo di Dio nel creare un micromondo del quale conoscono ogni particolare. Solo in seguito subentra la narrazione.
Di norma i loro scritti seguono fedelmente la regola delle cinque W (Who, What, When, Where, Why); svolgono ricerche approfondite e utilizzano strumenti: schede personaggi, mappe mentali e concettuali. Dedicano alla scrittura tempi prestabiliti, facendone una regola.
Molti romanzi scritti con questo approccio hanno avuto una lunga genesi: Margaret Mitchell si dedicò alla stesura di Via col vento per dieci anni.
Umberto Eco scrisse Il nome della Rosa nell’arco di tre anni.
“Tutti pensano che il romanzo sia stato scritto al computer, o con la macchina da scrivere, in realtà la prima stesura fu fatta a penna. Però ricordo di aver passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo”. [La Domenica di Repubblica, 9 luglio 2006]
E voi a quale categoria appartenete? Siete autori dionisiaci o apollinei? Fatecelo sapere nei commenti.
IMPORTANTE: nella sua prima stesura, questo articolo presentava un errore di fondo: erano stati completamente invertiti i concetti, talché gli apollinei erano gli autori istintivi e i dionisiaci quelli progettuali. Per questo motivo, nei commenti, molti autori potrebbero essersi dichiarati apollinei ma in realtà intendevano dionisiaci e viceversa.
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Ottimo articolo. molto interessante.
Io sono un scrittore apollineo a quanto pare, però credo che dipenda anche dai generi che si trattano, scrivere un giallo o inventare un mondo o una società complesssa senza un minimo di progettazione è durissima.
Conoscendoti, mi sa che nemmeno la componente dionisiaca manca. I commenti a questo articolo mi hanno fatto comprendere come in realtà, la maggior parte degli autori abbracciano entrambi gli spiriti: una scoperta bellissima.
Articolo interessante! Personalmente non saprei rispondere, direi 70/30.
Nel senso che prima di scrivere qualcosa mi faccio un’idea di massima, e mi capita di fare ricerche se devo trattare un argomento particolare (tipo la geologia di Titano…), ma non pianifico quando/quanto scrivere, e solitamente (scrivendo solo racconti e non opere particolarmente lunghe) quando inizio, vado diretto fino alla fine, seguendo il flusso, ascoltando la storia che mi si racconta in testa.
Penso che effettivamente il modo in cui ci si approccia alla scrittura di un racconto sia diverso rispetto a quello di un romanzo o una serie. Nella storia breve vince di sicuro l’ispirazione estemporanea
Il punto, però è: chi, quando si legge cosa e quanto un “tipo di scrittura/scrittore” riesce a trasmettere ad un qualsiasi lettore.
Ma soprattutto, come lo fa.
Sono d’accordo, l’importante è il risultato. Tutti noi abbiamo un metodo personale e spesso è l’unione di quelli citati sopra: bianco e nero creano sfumature
il risultato, certo, Micol, Ma il risultato dipende a chi (o dalla conoscenza/presunzione di a chi) è indirizzato il messaggio e, fatta questa scelta, se l’autore ritiene sia utile farla, quale strumento uso per “raggiungere il mio bersaglio/destinatario)
Sono un po’ assonnata, non ho dormito bene. Ma devo alzarmi a lavorare. E per fortuna oggi lo faccio da casa.
Meccanicamente progetto in percorso perché mi trovo girata sul lato sinistro, appoggiata al braccio sano incastrato fra il cuscino, che ho girato in verticale sul petto, e la coperta infilata in tensione sotto la natica sinistra. Forse il cuscino si era messo così perché si stava sdrusciando contro il mio seno in un sogno erotico.
Il bracco destro è fuori dalla coperta premuto contro il mio fianco nudo, il gomito piegato stretto, il polso piegato a cento gradi con la mano chiusa fortemente a pugno. Devo prendermi il tempo che ci vuole per progettare meticolosamente le azioni. Anche perché avendo indosso solo le mutandine, il corpo sudato non ha quella scorrevolezza sulle componenti del caotico giaciglio, che avrebbe con l’interposizione del pigiama. Mi concentro Dionisiacamente per un abbondante quarto d’ora.
Il campanello della posta!
Cazzo! Oggi è il giorno della donna delle pulizie!
Uno scatto ipertonico involontario contemporaneo della gamba e del braccio paralizzato.
Non faccio a tempo a capire che ero sul bordo del letto, che mi trovo per terra in mezzo e un groviglio di lenzuola, coperte, sedia caduta e vestiti che c’erano sopra.
Ma la mano sinistra è fuori dal groviglio.
Urlo un “GaaGGGaahhfff” con tutto il fiato che ho, all’indirizzo della donna al di là della porta. Piroetto facendo appoggio sul ginocchio sinistro provvidenzialmente incastratosi in una scarpa, finisco col culo destro sul morbido puff verde mare, e sono in piedi in buon equilibrio contro la parete. Apro la porta in mutande e dico alla donna,
“Devi ringraziare che mi è venuto in aiuto il mio fottuto spirito Apollineo, se no chissà quanto aspettavi davanti alla porta chiusa.
Che poi veramente, con mia previdente programmazione, lei ha le chiavi.
Scusate due errori. Ho scritto troppo in fretta.
correzione
– Meccanicamente progetto il percorso
– Il campanello della porta!
Ciao Laura, mi sa che anche a me sale spesso questa doppia natura. E chi ha detto, che non sia giusto così? Samo creature sempre in equilibrio imperfetto, uno spirito coesiste con l’altro e si devono adattare a convivere.
Articolo interessantissimo. Beh, io credo di essere decisamente apollineo…forse a volte anche troppo 😀 Devo dire, però, che con quel pochino di esperienza che inizia ad accumularsi, un approccio più programmatico sta iniziando pian piano a farsi largo.
P.s.: tra gli esempi di apollinei più noti, aggiungerei Mary Shelley, che sembrerebbe aver scritto Frankestein in pochissimi giorni 🙂
Ciao Raffaele, effettivamente è un percorso che ad un certo punto diventa spontaneo. Anche se nel mio caso è sempre la “possessione” demoniaca ad avere il sopravvento 😀
Giusto, non ricordavo la Shelley!
Molto bello questo articolo!
Io sono un po’ tutte e due le cose: scrivo di getto ma un tot di battute al giorno dal lunedì al venerdì. Quindi sono dionisiaco nella pianificazione del lavoro, ma quando scrivo sono apollineo…
Ciao Kenji, io ho iniziato da un paio di giorni: 500 parole al dì. Devo uscire da un blocco da “foglio bianco” piuttosto pesante, confido nello spirito dionisiaco che è in me.
Tirando le somme, direi che il mio metodo è quello di non avere metodo anche nel metodo = sono incostante. Sono più “selvatica” che razionale. L’umore e lo stato d’animo del momento influenzano pesantemente i “miei” tempi della scrittura.
Personalmente quanto di più lontano ci sia dall’apollineo. Quando scrivo non so neanche minimamente dove andrò a parare e mi affido ad una suggesione personale. Ma nell’immediato futuro vorrò sperimentare un metodo basato sulla progettazione, sperando di non incappare nella trappola didascalica del compitino da svolgere entro le regole.
Nemmeno io, di norma, so dove andrò a parare quando inizio una serie. Il risultato è che alla fine mi risulta difficile chiudere la vicenda entro tre stagioni, perchè scrivendo saltano fuori miliardi di idee.