BABY BLUES

Quel giorno la vicina mi portò un paio di pedalini da neonata.

Erano rosa, con glitter sulle punte e fiori di paillettes cuciti su entrambi i lati: un dono fatto a mano, che rifletteva alla perfezione la proverbiale solerzia della vecchia Ottavia, sempre pronta a rinnovare le tradizioni.

Non potei fare a meno di sfoderare un sorriso imbarazzato, accompagnando il tutto con un ridicolo suono gutturale, senza che mi passasse minimamente per la testa l’idea di invitarla dentro a bere un caffè: mi limitavo a fissarla dalla soglia, vedendo crescere via via il suo impaccio, lì, sul pianerottolo, fino a che non pensò bene di congedarsi con un fievole «arrivederci».

Appena se ne fu andata, gettai i pedalini nell’armadio della mia camera da letto, aggiungendoli alla catasta di cianfrusaglie che mi erano state regalate negli ultimi tempi.

Da sei mesi, infatti, l’intero condominio sembrava impazzito: tutti avevano iniziato a chiedermi notizie riguardo alla “mia bambina”.

Io non ho figli.

Non ho mai partorito e non sono mai stata incinta.

All’inizio avevo persino creduto di essere stata scambiata per qualcun’altra, dato che non ho un aspetto particolarmente peculiare.

Forse i vicini mi avevano confusa con l’inquilina precedente.

D’altra parte mi ero trasferita lì da poco – nemmeno un anno – e probabilmente l’ex affittuaria doveva essere una ragazza della mia stessa età, magari simile a me in quanto a fisico e a indole.

Sarà stata colpa della timidezza, oppure del mio aspetto anonimo, ma ero il classico genere di donna capace di passare inosservata sotto a qualunque sguardo.

E fu certo colpa di un’eccessiva remissività se mi ero ormai rassegnata ad accettare tutti quegli inutili regali senza che trovassi il coraggio di spezzare la catena e ammettere che l’intero palazzo era caduto vittima di un gigantesco equivoco.

Purtroppo però il danno era fatto, e non potevo più tornare indietro: già molti condòmini mi avevano sommersa di vestiti per bambini, biberon, giocattoli, calze, pannolini e persino una culla e un fasciatoio.

Insomma: la mia era una situazione del tutto bizzarra.

Ma le stranezze non finivano lì.

Parecchie volte, infatti, mi ero accorta che qualcuno, al supermarket, si era divertito ad aggiungere alla mia spesa articoli non miei: confezioni di latte artificiale, omogeneizzati, creme di cereali, pomate lenitive e salviette detergenti.

Col tempo tentai di farci caso, ma ogni volta rincasavo sempre con almeno qualcosa di non mio nelle buste.

Fu allora che capii di trovarmi di fronte alle gesta di un maniaco, uno psicopatico che mi stava alle costole e mi ossessionava con quel malsano rituale.

E probabilmente il pazzo doveva essere un abitante del condominio.

Da allora decisi di farmi più guardinga: a tutti quei «come sta oggi la piccolina?» scambiati nel pianerottolo o davanti alla cassetta della posta, rispondevo con un sorriso e un «oh, benissimo! Ha dormito tutta notte!»

Lentamente tentai di non dare più a vedere il mio spaesamento, cercando piuttosto di assecondare tutte le domande dei curiosi, così da costringere lo psicopatico a fare il primo passo, esponendosi.

Poi, una domenica mattina, la ragazza del piano di sopra – la Pessina – mi propose di uscire assieme cosicché il suo bimbo di nove mesi potesse conoscere la “mia bambina”.

«Sai… tra ragazze sole… un po’ di solidarietà non fa mai male» mi aveva detto torturandosi le dita per l’imbarazzo, mentre cercava di elemosinare la mia amicizia.

In un certo senso la mandai al diavolo.

Peccato però che la volta seguente, incontratami per le scale, la donna mi chiese di organizzare un altro appuntamento – “visto quanto si erano divertiti i nostri due bambini” – e così dicendo mi mostrò una fotografia sul suo cellulare.

«Non sono bellissimi? La tua piccina ha degli occhi verdi come il mare! E quel pagliaccetto color cipria li fa davvero risaltare!»

Quando guardai lo scatto vidi un moccioso paffuto e ridicolo, seduto sull’erba, nell’angolo della foto.

Era l’unico bambino presente nell’immagine.

Una volta rincasata, corsi all’armadio della mia camera e frugai nella catasta di cianfrusaglie regalatemi: lì trovai un pagliaccetto color cipria.

Quella scoperta mi fece capire di essere sulla strada giusta: la pazza maniaca era l’inquilina del piano di sopra!

Senza ombra di dubbio il pagliaccetto doveva avermelo regalato lei, solo così si spiegava il fatto che fosse al corrente della sua esistenza.

E in quanto alla pazzia, beh: il delirio a cui avevo appena assistito sulle scale toglieva ogni incertezza.

D’un tratto provai il bisogno di parlare con qualcuno: dovevo assolutamente raccontare tutta quella follia, tanto da esorcizzare la paura che sentivo pian piano inghiottirmi.

Ma in un anno, nella nuova città, non avevo conosciuto ancora nessuno.

Fui costretta, così, a telefonare a mia madre.

«Come stai?» Le chiesi impacciata.

Non parlavamo molto, io e lei.

«Bene… stiamo tutti bene…» disse freddamente «…e voi due come state?»

«Noi… due?»

«Non andare subito sulla difensiva, Barbara: non ho affatto voglia di litigare. Non stavolta. E soprattutto non per colta di quel cretino che ti ha abbandonata dopo averti “messa nei guai”.

Lo dicevo io, che era un poco di buono! Ma tu niente: hai voluto far di testa tua… come al solito.

Ad ogni modo sai benissimo quanto mi mancate tu e la mia nipotina…»

«Lo-lo so, mamma. Oh: sta piangendo… ti chiamo più tardi» mentii, interrompendo bruscamente la conversazione, prima che la voce tradisse tutto il mio sconcerto.

Andai allora nella mia stanza, barcollando come un’ubriaca.

Il fasciatoio e la culla erano sistemati vicino alla finestra.

Mi avvicinai al lettino e lo studiai a lungo.

Era vuoto. Ma perché era sfatto?

«Come sta la piccola, oggi?» Chiese la vecchia Ottavia il giorno seguente, guardandomi di sottecchi, come se temesse il mio sguardo, mentre entrambe raccoglievamo la posta.

«L’ho sentita urlare come un’ossessa, stanotte… credevo che stesse male»

«Oh… solo un po’ di otite» tagliai corto, risalendo poi di corsa le scale.

Rientrai nell’appartamento sfinita e ansante, la mia schiena premeva contro la porta come se tentassi di arginare un assalto.

Gettai la posta nella spazzatura e cercai una tazza in cucina.

Un fruscio si levò dalla mia stanza.

Mi immobilizzai per un minuto buono, restando in ascolto. Niente.

Poi un nuovo fruscio.

Andai in camera e guardai nella culla: l’elefantino di peluche di mia figlia giaceva avvolto dalle coperte.

Era carino. Non c’era da stupirsi che qualcuno l’avesse regalato alla piccolina.

Allungai una mano per liberare il peluche dalle lenzuola, e solo allora mi accorsi di impugnare un biberon.

“Che madre sciroccata”, pensai.

Ma io non ero una madre!

E perché tenevo ancora quella schifezza nella camera?

Un odio improvviso mi colse come una vampa.

Subito iniziai a prendere a calci la culla con una violenza che mai avrei pensato di avere: sferrai una, due, tre ginocchiate, e ancora e ancora finché il legno non prese a scheggiarsi e le doghe non si sparpagliarono per la stanza.

Ribaltai il fasciatoio e poi spalancai l’armadio infilandovi dentro i pezzi della culla assieme a qualunque altro oggetto che mi rammentasse la presenza di quella figlia inesistente.

Infine crollai sul letto, devastata dalla fatica e dalla disperazione.

Dormii per quasi venti ore, ignorando qualunque impegno della giornata, dimenticando che da mesi ormai non andavo più nemmeno al lavoro.

A svegliarmi fu il suono del campanello.

Qualcuno stava suonando alla porta.

Era Ottavia.

«Tua figlia ti tiene sveglia?» Chiese ossequiosamente, sempre esiliata nel buio rettangolo del pianerottolo.

«NO» Dissi brusca.

Il suo sorriso vacillò.

La vecchia allora parve raccogliere tutto il suo coraggio e mi chiese se soffrissi di depressione.

«Le neo mamme spesso si sentono così…»

«Non sono una neo mamma…» dissi.

Ottavia non parve ascoltarmi: si limitò a mantenere quell’aria mortificata, quasi di commiserazione.

«Senti… Barbara…» sussurrò la vecchia guardandomi finalmente negli occhi «…hai bisogno di cure… tutti qui ci siamo accorti del tuo stato mentale…»

Le parole della donna parvero sfondarmi il petto come un pugno d’acciaio e avvinghiarmi il cuore fino a strizzarmelo in gola.

Di colpo presi a piangere e a strillare, raccontando tra i singhiozzi di come avevo appena ammazzato mia figlia.

Lentamente si aprirono le mille porte del condominio, come spalancate dall’eco delle mie urla esplose lungo tutta la tromba delle scale.

Distrutta m’inginocchiai a terra e indicai alla donna l’armadio in camera mia: là avrebbe trovato i resti della mia bambina.

Fu allora che Ottavia mi strinse al suo grembo, cingendomi con una forza che non avrei mai immaginato contenibile nella sua esile figura.

«No, no, no…» sussurrò cullandomi e accarezzandomi come una madre «…tua figlia è sana e salva, Barbara. Ora è da me: è da qualche giorno che bado a lei. Me l’ha portata la Pessina… sai, quella che vive sopra di te… l’avevo mandata io, per capire cosa ti stesse accadendo. Dal giorno del vostro incontro la piccola è sotto la mia custodia. E tu non te ne sei nemmeno accorta…»

Sentii le braccia di Ottavia stringermi ancora più forte, poi la sua voce farsi grande e scavalcare la soglia fino a rimbombare per le scale.

«Ora è tutto a posto! Tornate dentro, che non c’è niente da vedere! Il medico fra poco sarà qui…»

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Discussioni

  1. Le storie che emozionano sono quelle che preferisco, e questa ci è riuscita in tutto e per tutto. Inquietante, surreale, tragica a tratti, ho temuto per le sorti della bambina, che avevo intuito essere in fondo reale, quando la donna ha avuto la crisi; per fortuna hai deciso di salvarla. Complimenti, un altro bel racconto!

    1. Ti ringrazio! Sono contento che tu abbia colto il punto nodale del racconto: lo avevo scritto proprio per quella scena. Come in altri racconti, tento sempre di creare un’intesa con chi legge, omettendo qualcosa e pregando che il lettore colga il mio ammiccamento. A volte funziona, altre no. Quando funziona però, è come se si travalicasse la carta e ci si incontrasse dietro alle quinte della storia. Ed è bellissimo! Grazie ancora!

  2. Mi sono commossa durante la lettura del tuo splendido racconto. Hai tolto il velo che spesso nasconde situazioni così delicate e complicate, ma al contempo sottovalutate. Mi hai fatta sentire lei, dall’inizio alla fine. Bravissimo

    1. Ciao Cristiana, grazie mille per aver letto il mio racconto. Sapere di aver suscitato un’emozione è il regalo più grande che mi si possa fare, soprattutto perché penso spesso di essere vittima di un’esagerata cerebralità e a volte ho il timore di aver messo troppo in secondo piano il cuore.
      Dunque un milione di grazie per il tuo commento 🙂

  3. Certo che con quel titolo hai tolto un bel po’ di suspense fin dalle prime righe, a parte che questa sembra una depressione abbastanza seria piuttosto che una baby blues. Comunque bello. Scritto bene, ben ambientato, con un ritmo lento ma non troppo che accelera nel finale.
    Sei davvero bravo.

    1. Ciao Francesco, grazie mille per aver letto il mio racconto. Sì, in effetti il titolo toglie tanta suspense alla storia, ma mi piaceva molto l’idea di usare quelle due parole come titolo di un racconto – spesso subisco il fascino delle parole, al di là del loro reale significato. Prima di scrivere questa storia non conoscevo nemmeno l’esistenza di questo disturbo e, come giustamente dici, il problema della protagonista deve essere chiaramente qualcosa di molto più grave. Diciamo che stavolta sono stato più egoista del consueto e ho preferito soddisfare la necessità di stupire in primis me stesso, vedendo il racconto evolvere man mano, in una continua improvvisazione 🙂
      Grazie, come sempre, della tua attenzione.

  4. Mi è piaciuto davvero molto, un viaggio dentro la mente di questa ragazza. Ne ho conosciute diverse di madri che hanno affrontato crisi post partum, anche se non gravi fino a questo livello, e non è facile per loro che vengono sempre giudicate. Il racconto non è banale ed è ben seminato fin dall’inizio. Se dovessi cercare il pelo nell’uovo ti direi di mettere un po’ più in risalto all’inizio l’intraprendenza e la preoccupazione di Ottavia, cosicché alla fine non ci stupisca che sia proprio lei a decidere di fare qualcosa, e di limitare l’uso dei puntini di sospensione, che spesso (non sempre) potevano essere sostituiti da virgole. Ma ti faccio i miei complimenti per questo brano.

    1. Grazie mille per aver letto il mio racconto e grazie anche (e soprattutto) per i consigli e le preziose osservazioni. I puntini di sospensione nei dialoghi sono un mio brutto vizio 🙂

  5. Ciao. Ho molto apprezzato questa narrazione. Per più di un motivo. Ci sono racconti che si fanno leggere perché ben scritti, altri che si fanno ascoltare mentre li leggi. Questo contiene tutti e due gli elementi. Non solo. E’ un racconto coraggioso (necessariamente coraggioso) visto il tema che tratta, mettendo in luce una condizione che molte donne/madri possono attraversare, amplificata dalla sensazione d’inadeguatezza generata dal luogo comune di madre=sacrificio. Ha avuto vicini di casa attenti la tua protagonista, che hanno compreso e non ignorato, molte madri (anche nella patologia) vivono la loro condizione in solitudine con tutto quello che poi ne deriva. Molto piaciuto.

    1. Ciao! Grazie mille per aver letto il mio racconto. In effetti ho voluto accentuare non tanto l’aspetto della donna/madre (non ne sarei capace), quanto piuttosto quello di creatura generante (che sotto a un certo aspetto è anche la condizione dello scrittore) con tutto il suo carico di responsabilità, ansie e aspettative. Come hai giustamente notato, però, la società non deve essere un elemento passivo, ma anzi ha l’importante compito di rimanere sempre attenta.
      Noi mondo (condominio) abbiamo il dovere di vegliare affinché non venga mai corrotto il nostro bene più grande: il futuro.
      Grazie ancora per il bellissimo commento! 🙂