Bejan

Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Giada si reca in Questura per riferire quello che le aveva rivelato Fabio. Sarà proprio Mattia a interrogarla.

Mattia restò solo con il suo vice, che lo guardò e rise.

«Perché ridi?»

«Era dalle scuole elementari che non vedevo il telefono senza fili.»

«Ho forse detto qualcosa?»

«No.»

«Allora vai a pranzo; io prendo qualche tramezzino al distributore e intanto do un’occhiata al fascicolo di Vicolo Blatta.»

​Dopo circa un’ora Giorgio rientrò, reggendo due bicchierini di carta.

«Tieni, uno per me e uno per te. Questo è caffè del bar. Niente retrogusto di galera.»

«Grazie, Giorgio.»

«Allora, come va, Mattia? Hai avuto qualche illuminazione?»

«Non sfottere, per favore. C’è poco da capire. Già il fatto che Bejan nel 2008 fu condannato in base a tre testimonianze oculari basta e avanza; ma poi quel pezzo di catenina nella federa del cuscino chiude il cerchio. Per me quel tale che ha parlato con la Ferrari o si è inventato tutto per spaventarla o ha capito male. Però perché andare a pescare un caso di quasi trent’anni fa? E se ha detto la verità, c’è ancora qualche colpevole in libertà e potrebbe aver ammazzato lui, Rovelli. Anche i nonni di Andrea furono uccisi con un taglio alla gola. Tu eri presente alle prime indagini, giusto?»

«Sì, perché?»

«Racconta. Magari hai notato qualcosa che ad altri è sfuggito. Per esempio, il rom: cosa ha detto al primo interrogatorio e che impressione dava?»

«Che cosa posso dire? Bejan era un bel ragazzo, in ordine, quasi tranquillo. Erano passate tre ore dall’incendio e non mi ha dato l’impressione di uno che ha ammazzato tre persone e ha dato fuoco a una casa da poco.»

«Questo non significa niente: ci sono stati serial killer che, dopo i loro delitti, tornavano a casa e facevano i bravi padri e mariti.»

«È vero, ma Bejan era solo un ladro d’appartamenti, un attaccabrighe, ma nulla di più.»

«Sarà… continua.»

«L’interrogatorio fu lungo e le domande incalzanti; lui pensava di essere stato fermato per un furto che aveva fatto quella sera a Ferrara. Il commissario Neri gli chiese dov’era alle undici di quella sera, e lui disse di non essersi mosso dal campo rom per tutto il giorno; poi, quando Neri gli ha spiegato il motivo del suo fermo, si è messo a piangere e ha ammesso che alle sei del pomeriggio di quel giorno era in Vicolo Blatta per studiare le abitudini della famiglia Ricci, ma quando ha visto che avevano un bambino ha lasciato perdere. Lui teneva conto di queste cose: se in una casa c’erano bambini, disabili o gente molto vecchia, lasciava anche un segnale per gli altri ladri. Poi disse di essere andato a Ferrara, dove si intrufolò in un’altra casa; lì era sicuro delle abitudini di chi ci abitava: le aveva studiate per giorni ed erano sempre le stesse. Portò via soldi e argenteria tra le nove e le dieci di sera. I proprietari di quella casa confermarono che erano usciti alle otto e rientrati alle undici per andare a cena fuori. Questo era l’alibi di Bejan. Adesso ti sembra possibile che alle undici fosse già in quel vicolo per rubare di nuovo e fare una strage?»

«Perché no? Era un ladro di professione. E poi, i mezzi di trasporto del 2008 non saranno stati quelli di oggi, ma neanche erano quelli del ’58, quando si azzardò l’ipotesi che un uomo ammazzasse qualcuno a Roma la sera e il mattino del giorno dopo fosse in tempo per andare a lavorare a Milano e timbrare il cartellino.»

«Vero, però hai colto il senso. Non sarebbe stato il primo caso in cui il tempo diventa relativo e si dilata o si restringe a seconda dell’esigenza.»

«Però quella sera fu rivisto sul posto, tra la gente che guardava l’incendio: che ci faceva?»

«Ma sì,  guardava lo spettacolo dopo il fattaccio. Magari era anche un piromane! Il campo rom era lì vicino e, come tutti, si avvicinò per curiosità.»

«Ovvio, la curiosità. Ma se appena ha visto la polizia è scappato via!»

«L’ho detto prima: pensava di essere cercato per l’altro furto; era schedato, anche per questo fu facile risalire a lui. Il giorno dopo abbiamo perquisito il suo camper e non abbiamo trovato niente; la refurtiva dello scasso di Ferrara l’ha consegnata lui, l’aveva nascosta in un casale abbandonato. Poi, dopo due giorni, non so perché, è stata ordinata un’altra perquisizione e nel cuscino del suo letto abbiamo trovato la catenina; ma un minuto prima avevo messo io la mano e, ti giuro, non c’era niente.»

«Potresti esserti sbagliato: tra la federa e i risvolti è facile che ti sia sfuggita. Bejan era presente in quel momento?»

«Certo, e anche la sua reazione mi ha fatto pensare. Quando l’agente ha mostrato la catenina a Neri, lui ha aguzzato la vista, si è avvicinato, ha guardato in faccia prima il poliziotto e poi il commissario e ha detto: “Cos’è quella roba?”. Capisci? Era meravigliato, non capiva.»

«Per me, da bravo rom, lo spettacolo ce l’aveva nel sangue. Recitava.»

«Vabbè, lasciamo perdere: con te è inutile ragionare.»

«E allora, se era innocente: secondo te chi ce l’ha infilata, quella collanina? Un topo? O è apparsa per magia?»

«Non lo so. Ma perché mettere la refurtiva di Ferrara nel casale e la prova di una strage nel suo cuscino?»

«Forse si sentiva sicuro perché già c’era stato un controllo e non pensava ne fosse fatto un altro.»

«Ma era comunque indagato per qualcosa che, credimi, la parola “mattanza” che ha usato quel tale rende bene l’idea di quello che abbiamo visto quella sera. E in base a come agiva Bejan, anche questo lo scagionerebbe: rubare, per lui, doveva avere il minimo rischio e fruttare al massimo. E invece lì dentro mancavano solo pochi euro, una mezza catenina… e tre vite. Che altro vuoi sapere?»

«Ho letto che c’era un quarto testimone che aveva visto tra il fumo le sagome di tre uomini scappare. Aveva quasi novant’anni, ma che tipo era? Perché non fu ritenuto attendibile?»

«Sì, il Gioberti. La sua testimonianza non fu presa in considerazione perché dissero che con tutto quel fumo non era possibile vedere niente. Un modo gentile per non dire: “Devi stare zitto, rimbambito”. Ma, credimi, era più lucido e in gamba di me, che all’epoca ne avevo venti.»

Continua...

Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Condivido le impressioni degli altri. Mattia mi ha irritato un pochino. Sembra che sminuisca i collegamenti, il valore delle prove… Giada, rischia di rimanere coinvolta in un’indagine complessa e pericolosa. La storia è sempre più avvincente. Brava.

  2. Ciao Concetta, nell’episodio precedente avevo apprezzato Mattia e il suo modo di raccogliere la testimonianza di Giada, ma qui mi ha infastidito per come ha liquidato le incongruenze del caso. Bravissima a far emergere questo aspetto di lui, coerente con la sua fama. Solo con Giada sembra comportarsi in maniera diversa, molto interessante…

  3. Mi hai fatto calare la simpatia per Mattia. Nel confronto con Giorgio sembra il solito poliziotto ottuso, mentre il suo subalterno ne esce benissimo: logico e onesto. Riuscirà mai a recuperare credibilità? Comunque colloquio perfetto, brava!

    1. Ciao Giuseppe, mi rende felice sapere che Mattia ti sia risultato meno simpatico, in questo capitolo, ma era proprio quello che volevo mostrare. È un lato del suo carattere che, più che appartenergli davvero, è subìto. Grazie di cuore per il commento!