Biancarocca 

Tre mesi fa percorrevo la città come uno spettro. I passi che si avvicendavano senza cercare alcuna destinazione, le orecchie chiuse da auricolari in cui risuonavano le canzoni del mio passato, gli occhi che guardavano altrove, oltre i volti, oltre l’asfalto e le auto e la folla. Mi alzavo dal letto ed andavo al lavoro, finivo di lavorare, mi comperavo qualcosa da mangiare, andavo a letto. E, quando non dovevo lavorare, camminavo senza avere meta. Un forte senso d’incompiutezza incombeva su di me. I dialoghi, le parole che pronunciavo, erano per lo più immaginari; il mio innamorato era il cuscino che abbracciavo nel sonno. E quando, la sera, leggevo romanzi d’amore accoccolata sul letto, il mio cuore batteva un pochino più forte.

Oggi vivo a Biancarocca: sono la governante. Ho lasciato il lavoro di prima, la città, il minuscolo e buio appartamento in affitto, per stabilirmi in questa antica magione dalle mura nivee, sconosciuta ai più ed isolata da tutto. Ed è proprio in questo luogo, in cui volano planando sulla neve le cornacchie, che mi sono innamorata.

Jacopo, il giardiniere, fu il primo che conobbi qui. Jacopo dallo sguardo ceruleo e timoroso, col giubbotto scuro un po’ liso che lo riparava dal freddo, mentre spargeva sale sui vialetti e proteggeva arbusti e radici dal gelo, applicandovi teli e foglie secche.

《Piacere di conoscerla, signorina》disse, cercando di mascherare l’imbarazzo nello stringermi la mano.

《Puoi darmi del tu》risposi, ma egli distolse lo sguardo. Un giovane estremamente timido.

《Mi trova qui, nella dépendance》aggiunse《in caso di necessità. Non
si faccia problemi…mi chiami.》

Palazzo Biancarocca sorge su un’altura, candido come l’abito di una dama antica. Lo si può scorgere talvolta da lontano, nelle giornate luminose, simile ad un’apparizione paradisiaca che all’improvviso decida di rivelarsi ai mortali. Le sue stanze sono immense, opulenti gli affreschi che ne adornano i soffitti. Io mi muovo nella mia solitudine tra l’una e l’altra sala, languida e pallida come una principessa triste. Quando fa buio, le auto del personale che si occupa delle pulizie accendono i fari, facendo brillare la neve, e si avviano in coda verso il cancello d’uscita. Io da dietro i vetri le osservo, sentendomi rabbrividire sottilmente. Non per il freddo, ma per il piacere di avvertire la paura che nasce all’apice del mio stomaco e mi sale sanguigna fino in bocca, quasi avesse sapore. La sensazione deliziosa di paura che provo nel rimanere qui, con lui, sola.

Jacopo ed io, gli unici umani tra gli esseri che nottetempo abitano Biancarocca, non ceniamo mai insieme. Io resto nel palazzo, lui si ritira nella dépendance. E, verso la mezzanotte, si percepisce un cambiamento nell’aria, come se tutto l’edificio trattenesse il respiro: è l’inizio. La prima notte, stavo sveglia nel mio letto a baldacchino. Cominciò tutto con un suono debole, un lamento lieve ma continuo; e poi esplose nel rimbombo di mille campane funebri, suonate a volume altissimo nella mia stanza, nelle mie orecchie. Corsi via, atterrita, fino alla porta d’ingresso. Quando la aprii per fuggire (neppure io so dove), vidi che in giardino c’era qualcuno, che mi  fissava nel buio. La luce accesa dell’ingresso illuminò meglio il suo volto e rimasi sgomenta: la persona là fuori era me! Con un grido, richiusi la porta e mi accasciai sul pavimento.

《È normale, signorina》disse Jacopo, accorso in mio aiuto dopo pochi istanti.

《Non sono pazza?》chiesi, con disperazione.

《Non è lei. È il marchese. Tommaso di Biancarocca.》

《Non vorrai dirmi che…》

《È un fantasma.》

Jacopo mi tese la mano e, nel farlo, arrossì. Mi condusse nel salone dei ritratti e me ne indicò uno, dalla grande cornice dorata, che raffigurava un uomo a cavallo, nel massimo splendore della sua vita terrena. Notai la bella testa ricciuta, quel garbo nel portamento che tanto amo in un uomo, così difficile da ritrovare, di questi tempi. Ecco Tommaso di Biancarocca. Il marchese.

Col tempo, il nostro rapporto è migliorato. Jacopo passa a trovarmi ogni sera, per sincerarsi che io stia bene; e quando gli dico che non è necessario, che sono padrona della situazione, i suoi occhi si accendono. 《È che》dice esitante《vederla mi rende felice.》Poi si emoziona, e deve interrompersi e schiarirsi la voce. Ma davvero, ogni preoccupazione è ingiustificata. Il marchese, nel suo manifestarsi, è divenuto dolce. Fa in modo che qualche orologio, rotto da tempo, batta le ore in momenti inusuali, produce un ticchettio che (quanta grazia in questo) sembra avere lo stesso ritmo del mio battito cardiaco; fa tremare con benevolenza il pavimento, fa sobbollire teneramente l’acqua della toilette. Io non posso che sentirmi onorata dei segni che il bel nobiluomo a cavallo produce per me.

Questa mattina, mentre camminavo in giardino, ho visto Jacopo affaccendarsi nella serra; mi dava le spalle e non si è accorto della mia presenza, ma la porta d’accesso era aperta ed ho potuto udire le parole che farfugliava tra sé.

《La prego di accettare questi fiori》diceva 《come omaggio…alla sua
bellezza…per la stima che provo per lei…》

In seguito, ho trovato quei fiori in un vaso, posato su di un tavolino appena fuori dalla mia stanza. Narcisi, con i petali di un dolce color crema ed un piccolo sole nel centro.

Con uno di essi mi adornerò il capo. Gli altri li offrirò col pensiero all’uomo che amo. Resterò qui, coi capelli sciolti sulle spalle ed una vestaglia di seta, ad indovinare la sua presenza ultraterrena nel vento,  che percorre come un brivido le mura, nello scricchiolio del legno, negli oscuri movimenti dei tendaggi. E forse, questa notte, lo vedrò in sogno: splendido e maestoso sul suo cavallo bianco, così come fu ritratto, chissà da chi, chissà in quale giorno della sua vita.

 

 

 

 

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