Branco di iene

«Stai filmando? Stai filmando, dico!».

«Sì, capo, sto filmando tutto».

«Bravo». Olof indicò verso i gruppi di Jagdpanzer che si muovevano con quel caratteristico suono. Era un suono… ghignante e Olof era lieto che si potesse sentire e registrare: nei cinema di Stoccolma avrebbero capito tutti cosa stava succedendo in Ucraina.

Nel frattempo prendeva appunti: “Gruppi di Jagdpanzer si muovono come se fossero a caccia. Sono come un branco di leoni, che si aggirano nella savana a caccia di bestioni da sbranare”.

Gli Jagdpanzer iniziarono a fare fuoco: i KwK42 e le MG42 si scatenarono contro alcuni T34 che si muovevano goffi nella mota e nella neve tutte mescolate assieme come in una colata di colla. Eppure era un’impressione momentanea, più una suggestione: i T34 si muovevano molto bene, erano gli Jagdpanzer che sembravano essere a disagio.

Con i colpi di cannoni e mitragliatrici che si abbattevano sugli scafi dei T34, gli Jagdpanzer si riunirono in diversi gruppi che provarono a fare una manovra a tenaglia a danno dei T34, ma i “bestioni” erano troppo resistenti. Olof rimase di sasso al vedere le torrette brandeggiare e mentre le mitragliatrici di scafo sparavano pallottole come se fossero passeri, anche le coassiali fecero la stessa cosa e dopo furono i cannoni a scatenare una furia divina.

A Olof non piacque. “I sovietici sono atei… ma che furia divina!”.

Eppure, i T34 ruppero l’accerchiamento e calarono su degli Jagdpanzer che – “Ghignando, no, ridendo” – provarono a scappare. Le cannonate dei T34 li raggiunsero seminando morte e distruzione. “Non sono un branco di leoni, ma di iene”.

I T34 avanzarono e un paio di Jagdpanzer erano rimasti fermi, intrappolati fra i rottami. I carristi tentavano di sfuggire alla trappola, ma l’unico risultato era che schizzavano fango dappertutto.

I carri armati sovietici gli furono addosso e nell’arco di un minuto i cingoli stritolarono gli Jagdpanzer con i carristi che scoppiavano come sacche di sangue. Alla fine non rimasero che dei resti dei cacciacarri mescolati a quelli degli uomini.

I sovietici sottoposero allo stesso trattamento gli altri Jagdpanzer. I carristi in nero tentarono di resistere, ma fecero la stessa fine e prima di morire salutarono il Führer.

Olof era sconfortato. «Credevo di assistere a una vittoria nazionalsocialista, e invece…».

«Stanno puntando su di noi!». Il cineoperatore si allarmò.

«Presto, fuggiamo».

Le mitragliatrici sovietiche fecero fuoco, Olof intuì pezzi di neve volare dappertutto. Raggiunsero la Kübel e Olof avviò il motore.

Non partiva.

«Maledetto freddo!».

Il cineoperatore era pallido. «Fra poco arrivano».

Olof insisté e il motore partì. Con un singhiozzo, la Kübel si allontanò calpestando i rottami di uno Jagdpanzer.

Gli pneumatici scoppiarono e con degli sbuffi si svuotarono dell’aria.

«No!». Il cineoperatore era disperato.

Fu in quel momento che una scarica di piombo lo tranciò in due.

Olof recuperò la cinepresa, lasciò la Kübel e si diresse verso Kiev. Ce l’avrebbe fatta da solo, aveva molte speranze.

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Discussioni

  1. Quando vedo alcuni documentari, ad esempio quelli sulla propaganda nazista, mi chiedo sempre chi fosse l’uomo dietro alla telecamera. Chissà cosa pensava: nel tuo racconto lo hai reso evidente.