Bunker Hill

Marco stava correndo. Si era nascosto, ma poi gli sbirri l’avevano individuato. Adesso correva ed era vicino all’uscita dal tunnel. Quella non era l’America, non si sparava sugli evasi e i cani non erano mostri che sbranavano i malcapitati.

Era l’Italia.

Ma Marco era fuggito da Bunker Hill e quel nome era inglese.

Era solo un soprannome.

Marco corse e raggiunse l’uscita. Respirò a pieni polmoni l’aria inquinata di quell’area industriale e, dopo un piccolo indugio, riprese a dare energia alle gambe.

I cani abbaiavano e le zampe picchiavano sui ciottoli.

«Aprite il fuoco!».

***

È una giornata calda ed è l’ora d’aria. I detenuti chiacchierano e c’è chi gioca a pallone, chi assiste e chi esulta ai gol. Marco si sta ambientando, sono pochi giorni che è in carcere, ma è la terza volta che viene incarcerato. Adesso si sta facendo l’idea di chi comanda e chi obbedisce, anche le differenti bande. Ci sono i siciliani, i napoletani, i calabresi, i sardi, gli evasori, i ladri di macchine e poi gli scarti di quella società: pedofili e serial killer troppo poco capiti che, invece di un ospedale psichiatrico, sono stati sbattuti a marcire con gli altri delinquenti.

Marco sta con i napoletani anche se è lombardo. Dice di essere fidanzato con una salernitana e questo basta.

In questo preciso giorno, Marco vede Luciano, uno dei sardi, litigare con Simone, un calabrese. I due si scambiano insulti, poi intervengono i baschi della Penitenziaria e li dividono, non lesinando colpi di manganello. Un maresciallo ordina: «Celle di isolamento per tutti e due. Tu, calabrese, tre giorni. Tu, sardo, cinque giorni. Sì, cinque giorni! Sei stato tu a iniziare e non rompere o raddoppio la punizione».

Tutto sembra finire così, ma poi quel che segue Marco lo conosce grazie a radio carcere.

Quella sera stessa, uno dei sardi si impicca nella cella. I suoi compagni non hanno visto nulla.

Il giorno dopo, un calabrese cade dalle scale e sbatte la testa. Va in coma, ma poi muore dopo tre ore. Sembra che il colpo gli abbia lesionato il cervello in maniera fatale.

Un siciliano dice: «L’ho visto io. È stato sgambettato».

I secondini gli danno retta, lo ascoltano, poi lo mandano a dormire.

Il siciliano inizia a tremare. «No, non voglio. Se mi pescano, faccio una brutta fine».

Gli sbirri fanno come vogliono loro e dopo due giorni il siciliano è strangolato nelle docce con un asciugamano.

I siciliani si arrabbiano. «Chi è stato? Chi è stato?».

Un pedofilo dice loro quel che ha visto, e il pedofilo è preso a calci nel sedere. Marco sente dire che il pedofilo è stato picchiato a sangue dai sardi, ma sopravvive lo stesso. I siciliani non si interessano: l’hanno usato e ora è inutile.

I siciliani sono delle piccole furie e nell’ora d’aria prendono a calci e a pugni i sardi. Alla rissa si uniscono i calabresi con delle urla da indemoniati.

I secondini intervengono con manganelli e taser, ma fanno fatica a dividere i contendenti. Tre poliziotti rimangono feriti, sedici carcerati sono pesti e sono ospitati nel piccolo ospedale. Marco vorrebbe che siano divisi, perché lui ha capito, tutti hanno capito, ma il direttore è un burocrate che non capisce nulla e se ne frega.

Quella stessa notte, nell’ospedale scoppia una seconda rissa e i carcerati rompono i vetri per poi usare i cocci come coltelli. Molti sono feriti, alcuni muoiono. I poliziotti indagano e basta solo vedere chi ha le mani tagliate per capire chi ha scannato quei poveri diavoli.

Un ladro di macchine è finito sotto questa roba per caso e quelli del suo gruppo sbavano per l’indignazione. Questi sono dei brutti tipi e prendono gli asciugamani bagnati per picchiare i calabresi, i siciliani e i sardi nelle docce. Marco assiste alla scena e si allontana, trova bizzarro lo spettacolo di tutti questi uomini nudi che si battono e si divincolano mentre il sangue scorre.

Questa faida diventa sempre più sanguinosa e si estende. I poliziotti prendono tanti detenuti e li sbattono in isolamento cinque, sette, nove giorni. Se un sardo fa il piantagrane, pure lui è sbattuto lì dentro e quelli della sua banda si vedono raddoppiare i giorni di punizione. Adesso il ramo delle celle di isolamento inizia a essere pieno; ce ne sono solo quaranta e gli sbirri non hanno più idea di dove mettere i nuovi. Il direttore ha una grande idea. «Li libero tutti» dice.

Il giorno dopo, in cortile scoppia una rissa ancora più sanguinosa. Sardi contro calabresi, siciliani contro sardi, i ladri di macchine contro tutti che urlano felici di sfogare le loro frustrazioni. Si mette in mezzo pure un serial killer che con un cucchiaio affilato ferisce chiunque gli si pari davanti.

Gli evasori stanno in un angolo, tranquilli. Quelli sono ragionieri un po’ troppo creativi e della violenza non gli frega nulla. Ma poi qualcuno gli finisce addosso e loro lo respingono a male parole.

Un siciliano brutto, grosso e cattivo fa capolino da quell’intrico di corpi. «Che, ci insultate?». Ha molta voglia di litigare e si mette a dare pugni agli evasori.

Gli evasori sono meschini e vigliacchi per definizione. Lo circondano e lo pestano di brutto.

Gli altri siciliani, al vedere la scena, si gettano sugli evasori e adesso la rissa ha una nuova appendice.

Dopo un quarto d’ora i secondini si svegliano. I fischietti suonano acuti, i manganelli rompono ossa dove non ce ne sono già di rotte e i taser fanno bestemmiare chiunque colpiscano.

Marco pensa che questa situazione stia andando a peggiorare sempre di più. È come se questo carcere, che fa ciao ciao dalla cima di una collina, sia un bunker in cui tutti si ammazzano. Quanti ne sono morti, finora? Non ne ha idea; ma la faida di Bunker Hill deve finire. «Eddai, ragazzi! Ammo’ finitela!».

«No, dico, ma sei tutto scemo?».

Marco batte le palpebre. «Che dici, Roberto? Non vedi che continuano a scannarsi per un nonnulla?» risponde al napoletano.

«Tu stanne fuori, che è meglio. Quelli sono capaci di farcela pagare a tutti».

Marco vede che la rissa è sedata e un calabrese lo guarda storto.

Così, quella stessa sera, Roberto viene picchiato a sangue e perde un occhio.

Il giorno dopo i napoletani fronteggiano Marco. «È tutta colpa tua!».

«No, che dite?».

«Non dovevi fare quella critica. Adesso ce le becchiamo noi…».

Marco è sotto pressione. «Che volete che faccia? Che mi scusi?».

«Sì».

Marco sa che, se lo facesse, come minimo sarebbe sodomizzato.

Poi arriva l’annuncio del direttore. Il carcere è chiuso e tutti saranno scaglionati in diversi istituti di pena.

Marco tira un sospiro di sollievo. Starà con i suoi amici napoletani che, vedendosi liberi dal rischio di essere coinvolti nella faida, lo perdoneranno.

Ma quando Marco sale sull’autobus vede che non c’è nessuno dei suoi amici, ma una ciurma variegata fra cui quel calabrese, il quale gli sorride. «Ciao».

«Ciao…» risponde Marco.

***

L’autobus si era fermato e Marco ne aveva approfittato per scappare. Si era infilato in un tunnel della ferrovia e lì aveva aspettato il momento giusto, ma poi gli sbirri l’avevano trovato dopo neanche un’ora.

Che doveva fare? Restare sull’autobus finché non fosse arrivato presso il nuovo carcere dove il calabrese gliela avrebbe fatta pagare? L’avrebbe ucciso, era certo.

Ma adesso le pistole avevano aperto il fuoco e Marco cadde di faccia sulle pietre, si tagliò, ma quello era il minimo. Lui non voleva essere ucciso dal calabrese, non voleva morire. Peccato che…

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Discussioni

    1. In questo periodo sono particolarmente rimbambita, scusa 😀 Giorni fa parlavo con mia figlia di eventuali percorsi scolastici post liceo e lo studio delle lingue orientali fa parte delle opzioni. Probabilmente, mi è rimasta in testa quella grafia.