
Camping La Genziana
Serie: L'estate del 2023
- Episodio 1: Il tempo
- Episodio 2: Sofia
- Episodio 3: Mio fratello e Mio fratello
- Episodio 4: Peter Pan
- Episodio 5: La tempesta
- Episodio 6: Freddo di agosto
- Episodio 7: Camping La Genziana
- Episodio 8: VHS
- Episodio 9: La pista Zengarini
- Episodio 10: Spunt’azzurra
STAGIONE 1
Siamo partiti per il campeggio sabato. Carlotta è passata a prendermi verso le cinque per evitare le code in autostrada e quell’ora era buio e fresco. Poi siamo passati a prendere Caterina. Abita alla Gimarra, dall’altra parte della città. Era in ritardo. A Barrea siamo arrivati alle undici di mattina insieme a Tommaso, a Viviana e alla piccola Lisa. Ci siamo registrati e poi abbiamo raggiunto la nostra piazzola con le macchine, abbiamo scaricato i bagagli sull’erba e abbiamo montato le tende. La nostra piazzola era in fondo al campeggio, grande, verde e lontana da tutto. Più tardi sono arrivati anche gli altri. Falcio, Gene e Montini. Elena e Nico. Guescio e Laura, con il furgone da lavoro di Guescio. La prima notte è stata freddissima. Fuori dalla tenda erano cinque gradi e il mio sacco pelo era troppo leggero. Mi sono vestito con tutto quello che avevo. Un paio di calzettoni di lana gialla, i pantaloni della tuta, una maglietta termica, un felpa e una giacca da mezza stagione. Gene russava e io avevo provato con i tappi per le orecchie ma i tappi per le orecchie non servivano a niente. Il giorno dopo, tutti insieme, siamo scesi a piedi fino al lago di Barrea, uno specchio d’acqua artificiale, stretto e lungo. Abbiamo costeggiato per un pezzo le sue sponde fangose, abbiamo mangiato e poi siamo saliti fino ad arrivare a Civitella Alfedena, una cittadina piccola e bianca, illuminata come una lastra di marmo dalla luce abbagliante del sole. Ci siamo fermati ad un bar, ci siamo riposati. Falcio e Montini hanno preso una birra. Io e qualcun altro un caffè. Abbiamo trovato una fontanella e abbiamo riempito di acqua gelata le nostre borracce. Poi siamo ripartiti. Siamo tornati indietro percorrendo un sentiero comodo e ampio che attraversava una grande faggeta e che andava in direzione di Barrea. Dentro la faggeta era bello e fresco e le ombre scure erano attraversate da sbarre di luce sempre più oblique e sempre più dorate. La sera abbiamo cenato a Barrea e poi siamo andati al Bar Centrale a bere la genziana. Dal terrazzo del Bar Centrale si vedeva la sagoma scura del lago, e le luci di Civitella Alfedena e di Villetta Barrea, che erano quelle più lontane. Siamo rientrati in campeggio ed era molto umido ma anche meno freddo rispetto alla notte precedente. Siamo rimasti fuori dalle tende per un bel pezzo a bere birra, a bere vino e a guardare le stelle. Erano tantissime, grandi e scintillavano sopra di noi. Ogni tanto il nero lucido e pulito della notte veniva attraversato da una scia luminosa. Qualche scia era più luminosa e più lunga di altre. Seguivo la rapida traiettoria tracciata dalle stelle cadenti dimenticandomi ogni volta di esprimere il mio desiderio. La mattina dopo sono uscito dalla tenda, mi sono infilato le ciabatte e sono andato fare colazione al bar del campeggio. Poi mi sono avviato in direzione dei bagni. Erano in fondo all’edificio principale, erano appena stati lavati e odoravano di disinfettante. Non c’era ancora nessuno, era molto presto. Ho fatto quello che dovevo fare e poi sono tornato indietro, in direzione della piazzola e delle tende. Al sole era caldo e all’ombra era freddo. L’erba era bagnata e morbida. Quando sono arrivato Viviana e Carlotta erano già in piedi. Avevano messo la moka sul fornelletto da campo e mentre aspettavano che venisse su il caffè, asciugavano la superficie chiara dei tavolini da campeggio, sistemavano i piatti, le tazze, i bicchieri e le posate e parlavano piano tra loro, per non svegliare tutti gli altri. Le avevo viste da lontano e poi sempre meglio, man mano che mi avvicinavo ed erano carine e indaffarate, abbronzate e tutte e due vestite di nero. Si vedeva che si conoscevano fin da quando erano ragazze e si vedeva che erano cresciute insieme. Soprattutto da lontano, soprattutto di mattina. E io ero lì e l’avevo visto e poi, all’improvviso, dopo che lo avevo visto mi ero sentito solo. Le ho salutate, mi sono seduto con loro e ho bevuto un altro caffè. Più tardi, uno dopo l’altro, tutti quanti si sono svegliati e sono usciti dalle tende. Quel giorno siamo partiti in cinque. Gli altri sono rimasti in campeggio. A fare cosa non avrei saputo dire. La sera precedente, con Carlotta e Guescio, avevamo pensato di visitare il Lago Vivo ma il sentiero era lungo e impegnativo e così avevamo deciso di andare via presto. Al massimo alle nove. Volevamo cominciare con il fresco e ritornare per metà pomeriggio. Quella mattina, però, Laura era uscita dal furgone e ci aveva detto che non riusciva più a trovare il suo telefono. L’avevamo cercato dappertutto ma il telefono non era saltato fuori. Chiamavamo il numero e stavamo in silenzio ma non sentivamo niente e Laura ad un certo punto aveva deciso di lasciar perdere. Non voleva bloccarci tutti quanti. Nel frattempo si erano fatto le undici passate e il Lago Vivo non ci convinceva più. Era troppo lontano ed era troppo tardi. Abbiamo cambiato itinerario. Guescio l’aveva trovato tra le mappe di outdoor active ed era più breve, più ripido e terminava ai piedi di un faggio. Quelli del posto l’avevano battezzato Matusalemme ed il faggio aveva all’incirca mille anni. Abbiamo infilato le scarpe da trekking e messo in spalla gli zaini leggeri, abbiamo lasciato il campeggio e ci siamo incamminati in direzione di Barrea. A Barrea abbiamo comprato dei panini all’alimentari e poi siamo scesi con Barrea che a quel punto era in alto sopra di noi e poi alle nostre spalle. Abbiamo proseguito sulla strada asfaltata per un po’. Poi, dopo la diga, abbiamo svoltato a destra e abbiamo preso per un sentiero che si arrampicava su per un versante roccioso. Il versante roccioso era molto ripido, mi ricordava la carta con cui si fanno le montagne del presepe e Guescio aveva detto che quello era Monte Rotondo. Salivamo in fila indiana, era caldo e il sole era alto e picchiava perché non c’erano alberi e non c’era riparo. Il lago era alle nostre spalle, ci giravamo a guardarlo ed era sempre più piccolo e sempre più bello man mano che andavamo avanti. Camminavamo rompendo l’immobile silenzio minerale che ci circondavano e il sentiero che seguivamo era più che altro una specie di traccia. Qualcosa di abbozzato a matita sulla pietra e lasciato lì, a rovinarsi sotto la pioggia, il vento e il sole. Ogni tanto lo perdevamo ma Guescio lo ritrovava sempre e nessuno era preoccupato. Al faggio siamo arrivati che erano quasi le due di pomeriggio ed eravamo stanchi, sudati e a corto di acqua. Non c’era nessuna targa, nessuna informazione, nessun cartello ad indicarne l’identità ma il faggio dominava la vallata ed era enorme, strano e diverso da tutti gli altri, con la sua base tozza e contorta e con i suoi grandi rami sinuosi e ricurvi. Quasi impossibili. Ci siamo riparti sotto la sua grande ombra fredda e abbiamo mangiato i nostri panini con il vento che passava tra le foglie piccole e verdi e le foglie piccole e verdi erano milioni e frusciavano davvero molto forte e il suono era quello di un mare sospeso sopra la nostra testa ed era la voce del faggio ed era il faggio che parlava. Ce ne stavamo lì, con la schiena appoggiata a quella cosa millenaria uscita viva dall’implacabile macina del tempo e ci pensavamo su e pensarci su era bello perché era un po’ come ricordarsi di quello che eravamo da bambini, quando arrivava l’estate e le giornate erano lunghe e c’era sempre qualcosa di piacevole da fare ed andava tutto bene. Ad un certo punto, sotto di noi, sullo stradino stretto e ghiaioso che avevamo percorso in precedenza e che poi avevamo tagliato in verticale, all’altezza del faggio, sono spuntati tre cavalli, uno nero e due marroni. Uno dei due cavalli marroni era una femmina ed era incinta. Se ne sono rimasti lì per un po’ a guardarci, a valutare la situazione, a soppesarci e a nitrire piano. Poi hanno proseguito per lo stradino che poco più avanti curvava, hanno girato l’angolo e improvvisamente sono spariti. I cavalli non c’erano più. Venti minuti dopo ci siamo rimessi in piedi e siamo ripartiti anche noi. Siamo scesi lungo un altro sentiero in modo da descrivere un anello e il sentiero sembrava migliore ma forse non lo era. Era solo veloce. Abbiamo girato attorno ad un grosso masso erratico e dietro il masso erratico c’era una lunga vasca di pietra rettangolare per le mucche. Ci siamo arrampicati sul bordo della vasca con un piede da una parte e un piede dall’altra e abbiamo riempito le nostre borracce. L’acqua usciva dal rubinetto lentamente e ci abbiamo messo un po’. Sentivamo i campanacci tutt’attorno a noi, ci guardavamo attorno ma le mucche non le vedevamo. Abbiamo bevuto e poi abbiamo proseguito. Con il lago che si faceva sempre più vicino e con il faggio che rimaneva lì, in alto, dov’era sempre stato.
Serie: L'estate del 2023
- Episodio 1: Il tempo
- Episodio 2: Sofia
- Episodio 3: Mio fratello e Mio fratello
- Episodio 4: Peter Pan
- Episodio 5: La tempesta
- Episodio 6: Freddo di agosto
- Episodio 7: Camping La Genziana
- Episodio 8: VHS
- Episodio 9: La pista Zengarini
- Episodio 10: Spunt’azzurra
Ancora una volta un racconto diverso dagli altri e unico. Io personalmente non amo quando mi viene troppo mostrato con uno stile quasi giornalistico, mi piace che mi si lasci un certo margine di immaginazione. Tuttavia il raccontare ti riesce particolarmente bene.
Grazie di aver letto e commentato, Cristiana. In questo testo ho portato un po’ più in là la tendenza che ha preso il mio stile già da un po’. Allineare le parole più adatte per trasformare il foglio bianco in immagini ben definite è una cosa che, al momento, mi interessa molto. Questo racconto, fatto di passi, di silenzio e di posti visti dall’alto mi sembrava particolarmente adatto allo scopo.
‘Si vedeva che si conoscevano fin da quando erano ragazze e si vedeva che erano cresciute insieme. Soprattutto da lontano, soprattutto di mattina. E io ero lì e l’avevo visto e poi, all’improvviso, dopo che lo avevo visto mi ero sentito solo’. Una stretta al cuore questa frase
“con il vento che passava tra le foglie piccole e verdi e le foglie piccole e verdi erano milioni e frusciavano davvero molto forte e il suono era quello di un mare sospeso sopra la nostra testa ed era la voce del faggio ed era il faggio che parlava”
Anche questo
Grazie mille Kenji! E grazie per la lettura
“attraversate da sbarre di luce sempre più oblique e sempre più dorate”
Bello!