
Cani e gatti
Una sera del 490 a.C.
«Mi domando se ci sarà mai pace tra i nostri due popoli» borbottò Smicrine. «Forse no, mai». Brandì la torcia e la adoperò per sfiorare un prigioniero che rimaneva immobile a causa delle catene. Suo malgrado. Perché urlò per il dolore.
Dopo quel prigioniero, Smicrine passò agli altri. Li torturò com’era giusto, si immaginò un’Atene senza più tortura, non riuscì a immaginarla bene soprattutto adesso che aveva le orecchie riempite delle grida delle vittime.
Non stava seviziando semplici fanti, ma immortali dell’Impero persiano. E lui era un oplita d’Atene. Un po’ si vergognava degli onori che avevano assunto re Leonida e i suoi trecento spartiati. Desiderava che pure gli opliti ateniesi – liberi – arrivassero a una simile fama.
Ripensò alla giornata trascorsa…
***
Dodici ore prima
Smicrine è chiuso nella falange con i commilitoni. Non sopporta che il resto della Grecia dica che gli ateniesi sono filosofi omosessuali. Palleggia la dory e avanza.
Davanti alla falange si para un gruppo di immortali. Ridicoli con le loro vesti da donne, più chitoni e hímation da chiacchierata nel foro che per il combattimento, invece gli opliti indossano chitoni militari.
Gli immortali scagliano frecce, poi sporgono le lance, ma le dory elleniche sono più lunghe e trafiggono molti persiani, le lance nemiche si spezzano sugli scudi, e a quegli omuncoli pavidi che amano l’arco e le frecce non resta che scappare o morire.
Scappano, ma alcuni sono troppo lenti e la falange li raggiunge, li stritola, riducendo i corpi in poltiglia.
Alcuni immortali si ritrovano intrappolati: davanti a sé un burrone, dall’altro lato la falange ateniese.
Smicrine ricorda a tutti il suo grado di locago: «Prendiamoli vivi, dei prigionieri in più ci farebbero comodo».
Gli opliti obbediscono.
Così, il reparto di Smicrine ha sei immortali da torchiare per ottenere le informazioni utili per vincere il giorno dopo a Maratona. Sarà una vittoria d’Atene… o una sconfitta dell’intera Ellade?
***
Dodici ore dopo
«Non andremo mai d’accordo, ormai ne sono convinto: greci e persiani sono come cani e gatti» Smicrine allargò le braccia. Gettò via la torcia. Davanti a sé, i prigionieri erano tutti svenuti o morti, sarebbe stato qualcun altro a pensare ad accertarsi delle loro condizioni, poi gli interrogatori sarebbero ripresi. Fino alla loro morte.
Smicrine aveva la febbre dell’attesa del giorno dopo. Maratona, si ripeteva. Maratona…
Stava per tornare a interrogare i prigionieri quando dal grembo dell’oscurità sbucò un gruppo di immortali: puntarono le frecce sul suo stomaco coperto solo dal chitone militare.
«Oh, no!» non gli rimase da dire.
La torcia gli cadde a terra.
Si spense.
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Complimenti! davvero ben scritto, salti temporali perfetti e piacevolissimi. Un flash su una sera tanto lontana dal nostro immaginario, geniale.
Oh! Grazie 🙂 La scrittura è la mia vita
Si vede e si sente 🌞
Purtroppo l’ora di pubblicazione non compare. Ma sono contento per il premio, spero sia andato tutto per il meglio.
Un inferno! Non solo non ho vinto ma il vincitore mi ha dato la delega di ritirare il premio e sono andato in giro con la scatola dell’olio e del vino tutta la sera. Un inferno… Ma grazie per il commento!
Prima che mi chiediate perché l’ho pubblicato a quest’ora vi dico che oggi non dovevo pubblicare nulla dato che sto partendo per Verona per un premio, ma stanotte non dormivo e l’ho proposto