L’Ultima Conversazione prima parte

Serie: L’Angelo


«Non so se quello che sto per raccontare sia una storia vera o la storia di una verità. So che la differenza, alla fine, conta meno di quanto pensassi.»

Avevo quarant’anni quando incontrai Eusebiu Sebastian Apostolache, e questa precisazione non è un vezzo anagrafico ma un tentativo di onestà: a quarant’anni si è abbastanza vecchie da non credere più di essere immuni da certi meccanismi, e abbastanza giovani da non aver ancora smesso del tutto di provarci. È una posizione scomoda, quella di mezzo, ma ha il vantaggio di rendere onesti su cosa si sente davvero.

La stanza di via Kogălniceanu numero diciassette, secondo piano, era angusta. Lo è ancora, probabilmente. Il proprietario ha disdetto il contratto dopo che i giornali hanno pubblicato la fotografia del portone con i sigilli della polizia, e l’appartamento è rimasto vuoto in attesa di qualcuno disposto ad abitarlo senza pensarci su troppo. Queste cose succedono alle case dove è successo qualcosa. La gente fa finta di comprare muri ma è davvero difficile non pensarci.

L’odore lo ricordo con precisione: incenso bruciato, legno vecchio, qualcosa di chiuso che non circolava dall’esterno, e sotto tutto il resto una nota che identificai solo più tardi. La nota dolciastra e minerale del sale, che si porta addosso per anni chi viene da Ocna Mureș, che si sedimenta nella pelle durante l’infanzia e non se ne va mai completamente.

Era il 28 settembre del 2016, mercoledì mattina. Pioveva su Târgu Mureș con quella pioggia dei Carpazi che non è mai fitta ma è sempre insistente. Due giorni dopo sarebbero arrivati gli uomini del DIICOT, la Direzione Investigativa per la Criminalità Organizzata e il Terrorismo. Lui non lo sapeva. Io non lo sapevo. Questo è importante per capire tutto quello che seguì.

Ero arrivata da Cluj con il treno delle sei e quaranta, quello che ferma a ogni stazione e impiega quasi due ore per fare centotrenta chilometri. Il treno delle sei e quaranta da Cluj a Târgu Mureș è frequentato prevalentemente da operai, da anziani che vanno a trovare figli in città, da studenti universitari che non si possono permettere il dormitorio. È un treno che conosco bene perché l’ho preso molte volte in quegli anni. Quella mattina avevo un caffè in cartone, le note della ricerca sulle ginocchia, e la sensazione vaga di andare a fare qualcosa di cui non avevo ancora del tutto valutato le implicazioni.

Il contatto con Apostolache era arrivato tramite un’amica di un’amica che frequentava certi ambienti di spiritualità alternativa della città. Non era difficile trovarlo, aveva ancora, in quei giorni, una presenza discreta ma reale in quell’ambiente. Teneva sessioni a pagamento, si presentava come guida spirituale, accettava incontri su richiesta. Risposi all’email di contatto dicendo che stavo scrivendo un reportage sulle nuove spiritualità nel contesto rumeno post-comunista. Una formulazione abbastanza vaga da essere tecnicamente vera e abbastanza cauta da non spaventare.

Mi rispose in ventiquattr’ore. Una mail breve, cortese, quasi formale. Mercoledì mattina alle nove, via Kogălniceanu diciassette, secondo piano, il campanello con il nome Sebastian. Firmava solo con il nome. Solo Sebastian. Come una persona normale che dà appuntamento a una persona normale.

Ho riletto quell’email molte volte negli anni successivi cercando qualcosa che avrei dovuto vedere. Non ho trovato niente. Il che dice qualcosa, ma non sono ancora sicura di cosa esattamente.

Lui aprì la porta.

Descrivere Eusebiu Sebastian Apostolache è la parte di questo lavoro che ho rimandato più a lungo, non perché sia difficile ricordare. Lo ricordo con quella precisione dei dettagli che il corpo imprime nella memoria quando capisce che sta vedendo qualcosa di importante, anche se la mente non ha ancora elaborato perché.  Troppo o troppo poco. E la zona giusta sta nel mezzo, dove le parole di solito non arrivano pulite.

Aveva sessant’anni. Li portava nel modo in cui certi uomini portano l’età quando hanno passato la vita in modo fisicamente consapevole: il corpo più giovane della faccia, i movimenti più fluidi di quanto ci si aspetti, una qualità di presenza nello spazio che non dipendeva dalla statura né dalla forma fisica. Era alto un metro e settanta scarso, magro, con i capelli quasi bianchi portati leggermente lunghi, non per trascuratezza ma per scelta, la scelta di qualcuno che l’ha fatta una volta sola e poi non l’ha più rivista. Camicia bianca, pantaloni scuri. Niente di caratteristico, niente di eccentrico. Proprio questo era la prima cosa strana: quanto fosse ordinario.

La seconda cosa strana fu lo sguardo. Non lo descrivo come «penetrante» perché quella parola è diventata un contenitore vuoto usato per qualsiasi sguardo che non sia distratto. Era qualcosa di più preciso: era uno sguardo che non cercava l’interlocutore ma lo trovava, immediatamente, come se avesse già calcolato dove guardare prima di avere qualcuno davanti. Come se la posizione degli occhi dell’altra persona fosse un’informazione che lui aveva già, e lo sguardo non fosse una ricerca ma una conferma.

«Irina» disse solo il mio nome, con una cadenza che collocava il suono in uno spazio più grande del corridoio in cui stavamo.

«Buongiorno», dissi io. La mia voce mi sembrò leggermente fuori tono. Entrai.

Nell’appartamento erano presenti anche due donne. Una seduta su uno sgabello vicino alla finestra con un libro aperto in grembo che non stava leggendo. Guardava fuori. L’altra in piedi vicino alla porta interna, vigile come una sentinella. Non mi fu presentata nessuna delle due.

C’era anche qualcosa d’altro nell’appartamento che impiegai un po’ a decifrare. Non era solo l’odore, anche se l’odore ne faceva parte. Era la temperatura, non nel senso fisico, la stanza era anzi leggermente fredda. Era la sensazione di essere in una stanza dove molto è successo e niente è stato detto, dove il silenzio ha uno spessore diverso dal silenzio ordinario perché è fatto di parole non dette invece che di assenza di parole.

Continua...

Serie: L’Angelo


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi piace molto come lo stai tenendo “a terra”: date, odori, treno, indirizzo, quella normalità minuta che rende tutto più inquietante perché sembra vero prima ancora di essere “svelato”.

  2. Sono piacevolmente colpito della completezza del tuo scrivere: nulla è fuori posto! Un casinaro come me resta sgomento, come un pittore per diletto davanti a “Colazione dei canottieri” di Renoir (lo cito perché, quando ho avuto modo di ammirarlo, al Mart di Rovereto, non mi riusciva di lasciare la sala, ma io non dipingo). Un piacere, vero e intenso, grazie Antonio.

  3. «Non so se quello che sto per raccontare sia una storia vera o la storia di una verità. So che la differenza, alla fine, conta meno di quanto pensassi.» Forse perché una storia vera può essere fatta di falsità e suggestioni, così come il racconto della verità cambia forma a seconda del punto di vista. Promette bene questa serie.