C’era una volta un’albero

In un tempo lontano ed immobile, c’era una grandissima pianura, piena di cespugli e di fiori e di muschi e funghi e tanti alberi. 

Uno tra tutti era il più stimato tra tutte le piante: era una grande quercia, la più antica del giardino; rimasta stabile di fronte a tempeste, inondazioni, terremoti ed anche ad una tremenda epidemia che infettò centinaia e centinaia di piante portandole a seccare ed a morire in poco tempo. 

La malattia; dopo aver rinsecchito i fragili steli dei fiori, raggrinzito i rami degli arbusti ed ingiallito l’erba alta; ha intaccato parte delle radici della grande quercia, il suo orrido artiglio ha risalito lungo un lato del tronco ed avvelenato una parte della folta chioma, ma la quercia ha resistito, ferma e immobile, mentre un paio di rami rinsecchivano lasciando cadere le foglie ingiallite e le ghiande appena nate.

Tutt’ora, quel lato raggrinzito sopravvive ai piedi di una chioma sempre più grande su un albero sempre immobile; l’unico essere in un intero giardino a non essere cambiato, in un mondo che non si muove mai davvero.

Il fiume può gonfiarsi e trascinare via ogni cosa, la tempesta può far cadere qualche ramo o sfogliare qualche fiore, che poi ricrescerà; il terremoto può spezzare la terra che poi verrà riempita ed anche l’epidemia può distruggere qualcosa che poi si ricrea con il tempo. 

Di fatto intorno alla grande Quercia niente cambia, sempre gli stessi cespugli, fiori, alberi, muschi e rampicanti che muoiono e rinascono e ricrescono in un ordine fisso ed imprescindibile.

Finché, un giorno, qualcosa cambiò. 

Un vento forte cominciò a scuotere l’intero giardino, non il tipico vento che sfoglia i fiori, porta via le foglie secche, scuote gli arbusti e piega gli steli dell’erba; un vento con una forza mai vista prima; un vento che piega gli steli, spezza gli arbusti, si porta via muschi e rampicanti, e sradica alberi.

Nessuno si aspettava che la grande quercia non avrebbe resistito ancora, la quercia stessa stringeva forte le sue radici al terreno mentre il vento lo scuoteva da ogni parte creando una tromba d’aria inferocita intorno ai suoi rami. 

Era rimasto stabile ad ogni cosa ma non aveva mai affrontato un uragano e, mentre la tromba si portava via ogni cosa e gonfiava la chioma della quercia e faceva scricchiolare i vecchi rami rinsecchiti; la quercia sentiva le sue radici diventare sempre più deboli, muoversi pezzo per pezzo fuori dalla terra sempre più fragile. 

Poi, non la sentì più.

E così l’uragano se lo portò via. 

Il giardino si faceva sempre più piccolo, sempre più lontano. 

Il mondo si muoveva sotto di lui: passò oltre grandi foreste nere, con alberi appuntiti e con le foglie molto piccole; paludi con piante molli, dondolanti che crescevano dall’acqua aprendosi in bellissimi fiori rosa galleggianti; deserti incontaminati in cui non c’era l’ombra di una pianta se non qualche esemplare tozzo e pieno di aghi.

Quel pezzo di terra che la quercia si portava ancora attaccato alle salde radici cominciò a disintegrarsi. 

Poi il vento si fece più debole, la quercia diventò pesante e il telo d’aria che l’aveva sostenuto lo porto su una distesa di colline alberate.

E così cadde; sempre più forte: raggiunse il pendio di una collinetta; batté il fianco avvelenato su un roveto; rimbalzò nell’acqua fresca di un fiume e si trascinò fino ad una sponda, incastrandosi tra due massi.

E lì rimase: immobile, fermo e stanco. 

Le radici per metà fuori e per metà immerse nell’acqua che si trascinava via quel che restava della sua vecchia terra; pieno di rami spezzati, foglie che ingiallivano ed i muschi che mangiavano ogni parte di lui.

“Non posso morire qui” si disse “non posso rimanere fermo qui. Devo muovermi. Devo muovermi!”

Mai aveva desiderato così tanto potersi muovere. 

L’unica cosa di cui si era preoccupato era di avere radici abbastanza forti da rimanere immune a qualsiasi cosa ed ora, proprio quella forza lo sta condannando.

Provò a muovere le radici, a girare il tronco rigido e dopo molto tempo, scoprì di esserne capace. 

Le radici cambiavano posizione, affondavano nel letto del fiume scavando nella terra mobile, scalano sul fianco, passo dopo passo. 

Il suo tronco gli sembrava più agile, più morbido, la chioma non era più così pesante e, dopo poco, toccò di nuovo l’erba.

Appena vide le proprie radici toccare l’erba si accorse che non lo erano più: era rosa, erano due ed erano gambe. Anche i suoi rami erano cambiati, anche questi erano rosa erano due ed erano braccia. Si afferrò la chioma che era filiforme e liscia. 

Cosa gli stava accadendo? 

Era sempre stato capace di farlo?

Si accorse di riuscire a camminare bene su quelle gambe e, mentre muoveva quei primi passi, davanti ai suoi nuovi occhi, un ciliegio cominciò a contorcersi: la chioma si ritirò nel tronco, il tronco divenne più curvo e fine, le radici si estrassero dal terreno e si trasformò nello stesso essere in cui la grande quercia si era trasformata. 

Allora non era l’unica! 

«Cosa sei tu?»

La figura, con la chioma rossa come le ciliegie che portava rispose: «una ninfa, come te». 

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Discussioni

    1. Grazie, sono alberi che crescono nell’acqua giusto? bellissimi! ma ho ritenuto migliore usare la ninfa come simbologia perché è un’essere che può trasformarsi in albero ed in essere umano. Felice che ti sia piaciuta 🙂