Certi treni non dovrebbero mai arrivare 

Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Mattia propone a Chiara di fare volontariato in un centro di recupero per tossicodipendenti, così da indagare sul passato dell’operatrice peer Linda Biondi e del suo ex fidanzato Luca, morto presumibilmente suicida.

«Sì, è ora.»

​Linda prese il vassoio con il pranzo e andò a sedersi nel giardino del centro. Chiara la seguì.

​«Ti dispiace se mi siedo accanto a te?»

​«No, perché? Magari ci vengono altre idee per ‘sto cavolo di murales.»

​«Infatti. Pensavo che hai ragione tu per la zattera: fa troppo eco a dipinti famosi. E per i treni anche, tra l’altro non sono un buon simbolo: arrivano sempre in ritardo.»

​«Se non arrivassero mai sarebbe anche meglio.»

​«In che senso?»

​«Hai capito benissimo. Non farla tanto lunga: hai sentito qualcuno, qui dentro, parlare del mio passato e di Luca. Cosa vuoi sapere?»

​«Io non voglio sapere niente e non ho sentito niente. Sono arrivata da pochi giorni.»

​«Guarda che non è un mistero. Io stessa a volte ne ho parlato ai ragazzi, sperando che un episodio di vita vissuta sia più convincente di tante prediche.»

​«E allora, se vuoi, racconta. Così non farò più gaffe.»

​Linda annuì e ripose forchetta e coltello.

​«Ero poco più di una ragazzina quando me la fecero provare… un sabato sera, in una discoteca. Ero insieme ad amici e tra loro c’era Luca. Poi diventò una consuetudine incontrarci tutte le settimane, sempre nello stesso posto. Ci piaceva quell’euforia, quello stordimento. Dopo, Luca e io ci appartavamo per fare sesso… non era ancora amore e forse non era neanche una vera attrazione fisica, ma solo un modo per sballare tutti i sensi. Non ci volle molto tempo per diventare dipendenti e farci tutti i giorni. Naturalmente ci volevano soldi per procurarci quella roba, soldi che rubavamo ai nostri genitori. Soprattutto io, che ero più piccola di lui di qualche anno. E quella fu la mia fortuna: i miei erano più vigili, se ne accorsero e mi portarono in una comunità per disintossicarmi. Luca invece continuò a rubare, e non solo ai suoi. Mi mancava… e ho capito che ne ero innamorata. Quando sono uscita l’ho cercato e gliel’ho detto. L’ho supplicato di farsi curare, ma lui si arrabbiava: diceva che era un brutto periodo, che lo avevano licenziato e che la roba lo aiutava, mentre io lo stavo solo esasperando. Così finimmo per lasciarci. Ripresi a studiare. Una mattina ero in stazione e aspettavo il treno locale che non arrivava mai. Ho chiesto il motivo al capostazione e mi ha detto che una tratta era bloccata per accertamenti giudiziari. La sera prima un ragazzo si era ucciso: era Luca.»

​«Mi dispiace, Linda… dev’essere stato tremendo per te.»

​«E come se non bastasse, i suoi genitori dissero che la colpa era mia, perché invece di avere pazienza e stargli vicino, lo avevo stressato e poi abbandonato recitando la parte della fidanzatina offesa.»

​«No, non farti suggestionare. Tu l’hai consigliato per il meglio. Sai com’è: quando si perde una persona cara si tende sempre a dare la colpa a qualcuno, perché provare rabbia dà quella forza per avanti, anche se in modo sbagliato. Ma poi hai saputo perché era così afflitto?»

​«E come potevo? Si faceva vedere una o due volte la settimana per un paio d’ore e se tentavo di aprire il discorso tagliava corto e diceva che doveva incontrare un amico che lo faceva lavorare a ore, in nero. Ma io non l’ho mai visto quel ragazzo.»

​«Forse quell’amico conosceva i problemi di Luca. Con lui avrà parlato… Oppure era un’invenzione per avere la scusa di troncare i discorsi e neanche esisteva.»

​«No, no, esisteva eccome. E doveva anche essere un tipo assillante e prepotente sul lavoro. Una volta ha chiamato e strillava così tanto che lo sentivo anch’io: “Dove cazzo sei finito?” Luca si giustificava: “Aspetta To’, arrivo subito. Non ti arrabbiare”. Però le ultime volte che ci siamo visti era Luca a chiamare questo tizio e a parlargli a muso duro: “Basta To’. Adesso sono io che decido!”, diceva.»

​To’: Tommaso? Tonio? Toto? Troppo poco. Devo tirarle fuori qualcos’altro.

​«Per me il “To’” non era un amico. Chi ti dice che non fosse un pusher? Odio quegli individui. Sono loro che riempiono questi centri e magari, per età, potrebbero essere i genitori di questi ragazzi.»

​«No, con quella gente non puoi dettare legge. Poi, da quel poco che ho sentito, parlavano, anche se vagamente, di lavori da fare, e non aveva una voce e un modo di parlare da uomo maturo: al posto dei punti e delle virgole metteva parolacce e usava il gergo giovanile dell’epoca. Per me, non quanto Luca, ma era giovane.»

​Gli occhi di Linda si fecero lucidi. Abbassò lo sguardo.

​«Qualche anno fa ho incontrato il macchinista di quel treno. Mi riconobbe… e si finì a parlare di quella notte: disse che c’era nebbia, ma i fari la tagliavano e lui vide, con chiarezza, Luca già disteso sui binari, anche se, avvicinandosi, aveva avuto l’impressione che si volesse rialzare. Forse l’assalì la paura, ma non ebbe la forza per scappare, oppure rimase impigliato nei binari. Però, non ne era sicuro. Per questo non ne aveva mai parlato. Ecco perché certi treni non dovrebbero mai arrivare.»

​«Linda, io non credo che Luca abbia avuto un ripensamento… e il macchinista quella confessione poteva andarla a fare in chiesa.»

​Anzi, meglio in questura!

​La sera, Chiara ritornò nel B&B e chiamò Foschi. Sentì un vociare e, prima di parlargli della chiacchierata con Linda, fece una domanda.

​«Ciao, ma stai ancora lavorando? Sento parlare. Disturbo?»

​«Ma no, quale disturbo? Sono da solo in piadineria. Che mi racconti di bello?»

​Uff! Quante recite. Ridacchia pure.

​«Le solite cose: lavoro, colleghe che raccontano sempre dei loro guai. Oggi una mi ha fatto una testa così con la storia del suo ex morto investito.»

​«Povera donna!»

​«Eh sì, poi, dopo tanti anni, chi l’aveva messo sotto le confessò di aver avuto la sensazione che lo sfortunato tentasse disperatamente di salvarsi.»

​«Ah, brutta storia. Ma per così poco hai mal di testa?»

​Così poco? Sei peggio di un terminator!

​«Non solo. Ha continuato dicendo che negli ultimi tempi il fidanzato era molto depresso, non si apriva con nessuno e frequentava solo un certo To’. Al suo posto mi sarei offesa.»

​«Capito…»

​L’ultima era per me.

​La voce di Mattia si fece bassa, diventò quasi un sussurro.

​«Io invece ho bisogno di parlarti… e vederti.»

​Sospirò.

​«Quando torni?»



​

Continua...

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