Cicale

Cicale nel cervello. Il sole lo aveva sorpreso, il marmo iniziava a scottargli sotto le scapole. Il sudore rancido gli scorreva sulla schiena e bruciava gli occhi. Scostò il sacco a pelo fradicio. Si alzò lentamente, stordito. Le gambe rigide, i piedi gonfi. Mario faticò a infilare le grosse scarpe rattoppate. Gli alti pioppi del viale immobili.

Raccolse la bottiglia di plastica rattrappita dal calore. Ancora un dito di vino ormai marrone. Lo mandò giù con un sorso secco, veloce. Acido lungo la gola. Quando si voltò per cercare il suo compagno di portico vide solo la sagoma lasciata dai suoi stracci. Lo stomaco gli si contrasse. «Bastardo.»

Si gettò sul pesante zaino di tela. Ne estrasse il piumino logoro, le mutande e i calzini puliti. E poi rovesciò tutte le sue cose al suolo. Niente. Il barattolo di tabacco era sparito.

Raccolse le sue cose bestemmiando. Raggiunse il carrello della spesa incatenato lì vicino e vi gettò tutto dentro, senza cura. Si avviò verso la piazza. Sotto l’imponente monumento bronzeo di Mazzini appoggiò sulla ghiaia il primo barattolo delle mance e il cartello con le istruzioni. Sistemò il secondo dall’altra parte della piazza.

Prese il piccolo rastrello e la paletta. Ammucchiò le foglie cadute dalle due grandi magnolie. Gesti lenti. Si accucciò e infilò in tasca i mozziconi di sigaretta.

«Buongiorno Mario».

«Buongiorno, signora Bellini», disse Mario asciugandosi il sudore che gli colava sul viso.

«Al lavoro con questo caldo?» La signora rimase a qualche metro da lui.

«Le magnolie con il caldo perdono più foglie», rispose l’uomo.

«Almeno uno che tiene pulito», disse la vecchina spostando lo sguardo infastidito sul bengalese steso sulla panchina poco distante. Appoggiò al suolo il sacchetto che teneva in mano e si allontanò senza dire altro.

Mario lo raccolse. Il solito filone di pane stantio.

Finì il suo lavoro con calma. Svuotò i barattoli raccogliendo i pochi euro e si avviò con il suo carrello. Si fermò dopo pochi metri. Le gambe gonfie. Si osservò le mani attraversate da un tremore sempre più insistente.

«Ancora qualche metro», si disse.

Lentamente raggiunse l’ombra dei portici di via Tasso. Si piazzò davanti alla porta dell’osteria. Dopo pochi minuti uscì un uomo con un lungo grembiule nero.

«Ciao Mario», gli disse allungando una bottiglia di plastica piena di vino rosso.

«Ciao Oreste», rispose porgendogli le poche monete che aveva raccolto.

Quando fu solo aprì la bottiglia e buttò giù un lungo sorso. Un leggero sorriso di sollievo gli increspò il viso.

Raggiunse la fine del portico. Ispezionò il cestino lì accanto. Raccolse qualche altro mozzicone e poi si lasciò scivolare lungo il ruvido muro di pietra sedendosi al suolo. Il barattolo delle offerte al suo fianco. Sguardo basso. Qualche sorso di vino. Le mani, adesso più ferme, a sbriciolare il tabacco delle cicche in un nuovo barattolo. Dalla tasca estrasse un foglio di giornale piegato. Ne strappò un pezzo e si girò la prima sigaretta della giornata. Sapore acre. Puzza di fumo freddo.

Quando la bottiglia fu più leggera si alzò. Il caldo di mezzogiorno picchiava duro. Rifece il percorso al contrario. Le gambe più leggere. Si lasciò la piazza sulla sinistra e passò dritto. Cercò riparo camminando sotto i portici dei palazzoni di Piazza De Gasperi. Nascose il carrello tra un cassonetto e un’alta siepe. Prese il pesante zaino. Arrivato a pochi metri dalle cucine popolari si mise in fila rispettando le gerarchie.

«Niente doccia stamattina Mario?»

La voce lo colse alle spalle. Mario sobbalzò e alzò gli occhi.

«No, madre», rispose alla suora che gli si era piazzata a fianco «Il sonno mi ha fregato».

«So io cosa ti ha fregato» disse sarcastica la religiosa.

«Ognuno è devoto al proprio Dio» rispose con lo stesso tono Mario ormai all’ingresso.

Quando entrò nello stanzone della mensa lo riconobbe subito, seduto in mezzo alla sala. Solo. Il vuoto attorno. Mangiava rapido, gli occhi giovani spalancati. Lo sguardo nervoso scattava a ogni movimento.

«Non dura una settimana» pensò.

Mario prese il vassoio e tre buste di posate. Si fece servire il pasto completo e si avviò nell’angolo più lontano della sala. Quello giusto.

Quando alzò gli occhi dal pasto il ragazzo non era più al suo posto. Avvolse la fetta di prosciutto avanzata in una salvietta e la mise nello zaino assieme a tutto quello che poteva servire. Raccolse il gettone per il caffè e si avviò al distributore.

Dopo aver salutato suor Anna con un cenno del capo andò a recuperare il carrello che spinse sotto i vicini portici, all’ombra. Rollò la seconda sigaretta e con un unico sorso vuotò la bottiglia. Recuperò i tre coltelli di plastica. Li legò con un elastico e iniziò a deformarne le punte con l’accendino prima di plasmarle sul selciato. Odore acre. Gesti rapidi. Ripetuti finché il risultato non lo soddisfò. Avrebbe voluto chiudere un po’ gli occhi ma sapeva che non avrebbe avuto molto tempo.

Quando varcò il cancello dei Giardini non ci mise molto ad individuarlo. In piedi, intento a stendere un cartone all’ombra di un grande olmo.

Mario si guardò attorno. Abbandonò il rumoroso carrello e si avviò verso il ragazzo con il grezzo coltello di plastica in mano.

Lo sorprese alle spalle. La mano sinistra a cingergli la bocca. Caricò il braccio destro e colpì il ragazzo una prima volta sul retro della coscia. Affondò un secondo colpo, torcendo il polso.

Un lamento strozzato uscì dalla bocca del ragazzo. Lo accompagnò lentamente a terra. Gli montò a cavalcioni sulla schiena, il coltello puntato sul collo.

«Dovresti ringraziarmi» gli sussurrò all’orecchio «Almeno una settimana al fresco in ospedale. Tre pasti al giorno».

«Spero tu abbia imparato la lezione» continuò Mario mentre si alzava lasciandolo piangente al suolo.

Rovistò nel piccolo zaino del ragazzo e recuperò il suo barattolo di tabacco ormai semivuoto e una banconota da cinque euro.

Si avviò senza voltarsi, il cigolio delle ruote del carrello sull’asfalto. Oreste lo aspettava. 

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