Cinque telefoni

Rimandava quel momento da settimane. Non lo faceva apposta, se ne dimenticava. Quando se ne rammentava, dopo qualche minuto, le passava di mente. Memoria fugit…un piccolo motto di spirito per sdrammatizzare la situazione, non era stato d’aiuto. Due sere prima, presa dallo sconforto, aveva anche appeso un post-it sulla porta del frigo, uno di quelli gialli fosforescenti, scaricando la responsabilità della sua memoria su un misero pezzettino di carta. Il vigliacco si era inspiegabilmente scollato ed era scivolato sotto il mobile della cucina, insozzandosi di polvere, cadaveri di moscerini e briciole rinsecchite di pane e altri mangimi.

Oggi era il giorno. Lo sapeva, avrebbe dovuto farlo per forza. 

Finì il caffè nella tazza con una lentezza inusuale. Guardò per un bel po’ fuori dalla finestra: nulla, dormivano ancora tutti, nessuna distrazione a portata di mano.

Si tolse il pigiama di raso grigio e lo appoggiò sulla sedia beige, vicino all’entrata.

Aprì la porta del ripostiglio e indossò gli abiti da lavoro: un vecchio pantalone a righe e una maglia bianca a girocollo, larga e sfilacciata, che le stava malissimo, ma non le impediva i movimenti. Si legò i capelli e si tolse le calze.

Attraversò il lungo corridoio in penombra. Trascinava i piedi nudi sul parquet di noce tirato a lucido con la vana speranza di inciampare in qualche dislivello formatosi come per magia durante la notte.

Dai ritratti di famiglia appesi alle pareti, volti in bianco e nero la seguivano con lo sguardo. Sagome alte e austere si alternavano a paesaggi ormai scoloriti, che non visitava da anni.

Quando mise la mano sulla maniglia dell’ultima porta in fondo, un rumore stridulo di ferraglia rimbombò in tutta la casa. Spinse. Non poté far altro che varcare.

Le narici si strinsero per l’odore stantio. Gli occhi esplorarono cautamente. L’enorme armadio color avorio dominava l’ambiente come un grosso elefante nella savana. Le ante ai lati erano rimaste spalancate e i raccoglitori in cartone per i traslochi giacevano sul pavimento, pronti da chissà quanto.

Stette immobile e osservò.

Dentro, appesi come corpi dopo l’impiccagione, tutti i vestiti. Vecchissimi, fuori moda. Gonne, pantaloni, giacche, sciarpe, cravatte. Il profumo di sua madre, l’odore della sua pelle, si mischiava al dopobarba del nonno e alla lavanda selvatica raccolta nei campi dalla nonna. Nei capi più semplici, li poteva vedere ancora tutti, mentre uscivano dal portone per andare a lavorare, mentre in quelli più eleganti li vedeva prepararsi per andare a messa o a fare shopping. A volte ridevano, altre no.

Abbassò lo sguardo.

Nell’angolo di sinistra, vicino allo specchio, la poltrona cremisi pareva vuota.

Si avvicinò alla finestra, tirò su la tapparella e aprì le imposte.

La luce penetrò tagliando il buio come una lama obliqua. In quel cono luminoso, l’aria immobile della stanza rivelò una vita segreta: un pulviscolo fittissimo si accese di colpo, trasformandosi in una galassia di minuscoli granelli.

Si voltò.

All’estremità destra, sul fondo dell’armadio una scatola azzurro elettrico brillava come una luce da discoteca.

Esitò.

Poi fece qualche passo, si chinò e l’aprì.

Accovacciata sulla moquette impolverata li guardò: cinque cellulari, messi in fila sul fondo come lapidi del cimitero. Vecchi, desueti, ma funzionanti. Almeno lo erano quando erano stati abbandonati.

Cinque capsule del tempo dormienti nel buio, piene di numeri di telefono che non esistevano più, messaggi mai cancellati e conversazioni interrotte all’improvviso, congelate nell’esatto istante in cui la vita era andata avanti.

Tirò fuori gli apparecchi e anche i caricatori che erano stati riposti in un sacchetto nero.

Il più vecchio era un Motorola M760.

Lo guardò a lungo, poi passò la mano sullo schermo piccolissimo e sui tasti. Inserì lo spinotto e lo mise in carica.

Il piccolo display verde, in grado di contenere solo qualche parola e un numero limitato di funzioni, s’illuminò dopo pochi istanti.

Un lungo sospiro.

Lo accese.

Loading, please wait.

La bustina dei messaggi, come la chiamava sua madre, si scurì per prima.

Quasi sorrise. Poi l’aprì.

26.05.1995, venerdì

“Dove sei?”

“Ricordati il pane.”

“Arrivo.”

03.06.1995, sabato

“Perché non rispondi?”

21.06.1995 mercoledì

“Gianni chiede se andiamo al mare con loro Domenica?”

08.07.1995 sabato

“Tutto bene?”

“Chiama appena arrivi in albergo.”

10.07.1995 lunedì

“Ritira la roba in lavanderia. Grazie.”

01.08.1995, martedì

“Passa dal dottore, mi serve la ricetta.”

01.09.1995, venerdì

Chiama.

Il display s’illuminò di nuovo, questa volta in modo del tutto inaspettato. Ci fu anche il vecchio beep dell’avviso di ricezione. La sua mano tremò. Poteva sentire il cuore nelle orecchie e il respiro nelle tempie. Il dito si mosse da solo, aprì il messaggio.

05.09.1995, martedì

Servizio di segreteria: hai 3 nuovi messaggi. Chiama il 42020 per ascoltarli.

Mollò il telefono. Scivolò all’indietro.

Tirò via anche i piedi e raccolse le ginocchia dentro la maglia sformata.

Fissava il display con aria attonita.

Le domande si arrotolavano nel cervello, veloci e convulse come i treni delle montagne russe. Una goccia di sudore scivolò sulla fronte.

E adesso? Di chi erano quei messaggi mai ascoltati? Chi li aveva lasciati?

La segreteria funzionava ancora? E chi aveva pagato il canone per tutti quegli anni?

Sicuramente qualcuno con qualche ossessione, frutto di una dipendenza o di qualche malattia mentale. 

Oppure un’amante?

Magari era successo qualcosa che lei non sapeva?

Ma perché poi era così spaventata?

Doveva calmarsi. Ragionare.

Si sedette sulla poltrona, quella che pareva vuota, e la risposta arrivò da sola.

Ora quei vestiti, appesi come corpi dopo l’impiccagione, avevano una voce.

E lei? 

Voleva ascoltare?

Un’altra goccia di sudore.

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