
Città in fiamme
Serie: Lettere dal passato
- Episodio 1: L’Operazione Saturno
- Episodio 2: Sotto assiduo controllo
- Episodio 3: Impromptu
- Episodio 4: Città in fiamme
- Episodio 5: I giorni di Saturno
STAGIONE 1
La sua voce mi fece rabbrividire: era perfettamente decontestualizzata dal momento in cui sentivo spari, sirene, droni ed urla fuori dalla finestra.
Lei mi accarezzò ancora, poi chiuse la valigia semi piena, chiuse di fretta le scure delle finestre e con delicatezza, prese il telefono dalla mia mano.
Ricordo che ancora faticavo a parlare e ad avere un respiro regolare, ma sapevo che il mio cervello stesse facendo tutto il possibile per far passare quell’attacco di panico perché sapeva che mi sarebbero servite tutte le dosi disponibili di raziocinio per scappare da quella casa con Nandù cercando di restare vive.
– Chiamo io tuo fratello. Metto il vivavoce, va bene? Così potrai sentirlo e sapere che sta bene.
Lei mi sorrise ed io semplicemente annuii, con le mani tremanti e gli occhi terrorizzati.
Nandù prese il mio telefono, iniziò la chiamata con mio fratello e…
Respira, Ady.
Respira.
Lui non è morto.
No…
Inspira.
Espira.
“Comunicazione governativa: utente non abilitato ad ogni tipo di corrispondenza. Tutti gli account dell’utente sono momentaneamente sospesi. Seguiranno aggiornamenti. Tenere lo smartphone con sé per completare il processo di identificazione. Non sono tollerate diserzioni come previsto dalla legge. Il Partito prenderà le prossime decisioni in merito al nuovo stato di guerra del Paese”.
La chiamata finì automaticamente, senza il bisogno di premere sul touchscreen la cornetta rossa.
Nandù non si azzardò a toccarmi, forse avendo paura di una mia reazione spropositata, ma cercò subito di rendersi utile provando a richiamare ancora il numero del mio unico parente stretto: anche se aveva tolto il vivavoce, era comunque facile poter ascoltare la voce femminile del messaggio automatico. La cosa che più mi faceva ridere, era il fatto che nonostante ci stesse praticamente dicendo che il nostro paese fosse ufficialmente entrato in guerra, il nostro governo avesse comunque scelto una voce calma e suadente, come se anche in quelle circostanze, fosse più importante mantenere una parvenza di normalità che correre ai ripari.
Martedì, circa mezzogiorno
Non ho altre reminiscenze di quella notte.
Ricordo solo che ad un certo punto, persi i sensi e crollai a terra come un sacco di patate.
Ricordo che da quel momento in poi, la mia vita iniziò ad essere fatta di disperazione, di rabbia, di frustrazione, di voglia di uccidermi.
Verso ora di pranzo, i militari ci vennero a sequestrare in un bosco: non ricordo perché ci trovassimo lì, ma con tutta probabilità, nella notte antecedente ero scappata con la mia migliore amica, con Nandù.
Arrivarono in tre su una jeep e ci sbatterono dentro al veicolo come si fa col pesce marcio gettato nei rifiuti.
Nandù insultò uno di loro e in tutta risposta, si beccò il calcio della mitraglietta sui denti e lo stesso destino toccò a me dal momento in cui provai a difenderla a voce: eravamo state entrambe legate da delle manette di quelle che avevano fornito alla polizia qualche anno fa. Sono fatte in acciaio, ma si illuminano di rosso quando il fuorilegge prova a liberarsene e stringono sempre di più la presa in modo automatico. La novità è che ora le manette misurano il battito cardiaco e se superano una certa soglia, sbuca fuori un ago che – facendo un piccolo buco sulla pelle, inietta quello che credo sia propanolo.
Inutile dirlo, io e Nandù riuscimmo ad avere una dose gratuita di quel calmante a forza di divincolarci e di cercare di scappare.
Ricordo che eravamo entrambe sui sedili posteriori della jeep: il farmaco stava facendo effetto ed avevamo le teste appoggiate ai finestrini ed i polsi che facevano male a causa di quegli apparecchi di acciaio che ci stringevano i polsi.
Uno spettacolo inquietante si palesò dinnanzi ai miei occhi quando il veicolo attraversò parte della città per arrivare chissà dove.
La città bruciava in ogni senso possibile: sugli schermi dei palazzi più grandi, la figura di una donna in abiti eleganti invitava alla calma e proseguiva poi a dare delle informazioni che non riuscivo a capire dal momento in cui il caos era predominante. I suoni delle sirene della polizia provenivano da ogni angolo della città mentre i droni da ricognizione avevano lo scopo di illuminare ragazzi e ragazze da prelevare che tentavano di nascondersi, terrorizzati, mentre i droni da caccia, sparavano ai dissidenti.
I militari avevano bloccato tutte le strade, chiudendo ogni via di uscita e di ingresso, recintando quindi, i migliaia di giovani che cercavano di scappare vivi da quel folle reclutamento improvviso.
La jeep proseguiva lenta, perciò cercai di focalizzare lo sguardo su punti precisi dove la folla di disertori era meno ampia per cercare di scrutare un volto in particolare tra tutta quella gente: c’erano madri che tiravano le braccia dei loro figli o che se li stringevano al petto, che non lasciavano andare la loro prole, le forze dell’ordine che puntavano loro contro i fucili, le sirene che suonavano e lampeggiavano, i vetri rotti, le razzie di negozi, scoppi e spari vicini e lontani, bombe di lacrimogeni lanciate in ogni strada, urla disumane, supermercati presi d’assalto, bidoni incendiati piazzati in mezzo alle strade per evitare l’avanzata della polizia, il fumo nero che si innalzava e del quale riuscivo a sentire la puzza anche se il finestrino attraverso il quale stavo osservando quelle scene, era sigillato…
Di strada in strada, di metro in metro, il caos era prevalente, così come la disperazione sui volti delle genti.
Ed il volto di mio fratello non riuscivo a vederlo.
Respira.
È lì da qualche parte.
Combatte e devi farlo anche tu.
Respira, Adylia.
Ricordo che in quel momento, il panico si impossessò nuovamente di me e sebbene stessi facendo di tutto per mantenere il controllo, non fui abbastanza brava.
Mi voltai versò Nandù e caso vuole che in quell’esatto momento, anche lei si voltò per incrociare il mio sguardo.
Il suo viso era rigato dalle lacrime.
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