Clan in guerra

L’uomo colpì il gong con la mazza.

Nell’aria risuonò il rumore, che quasi sembrò voler possedere tutto il mondo.

Gli autisti parcheggiarono le BMW e i passeggeri scesero tutti. Si guardarono l’un l’altro, come se volessero scannarsi, ma Fabio sapeva che poco ci mancava che sarebbe successo.

Erano tutti lì, con gli sguardi sfuggenti e gelidi. Qualcuno aveva in tasca la pistola, altri dei coltelli, ma all’ingresso della villa dovettero deporre tutto ed entrarono. Non c’era molta voglia di parlare, tutti provavano rancore e astio perché troppa gente era morta.

Ludovico Esposito, per esempio, aveva perso tre fratelli in quella faida, mentre Andrea De Gennaro aveva visto sua moglie essere sbriciolata in un’autobomba – forse destinata a lui.

E poi c’erano tutti gli altri che avevano sepolto i parenti anche se spesso erano delle bare vuote oppure neanche questo, era successo che alcuni loro famigliari erano spariti nel nulla. Colate di cemento, gettati in mare o ai maiali… Fabio sapeva che con quella gente non si scherzava.

Gli uomini si radunarono nella sala principale. C’erano tanti tavoli, messi a ferro di cavallo. Gli Esposito a sinistra, i De Gennaro a destra, al centro nessuno e si sedettero così.

«Cari amici, siamo oggi tutti qui per parlare di pace». La voce di Ludovico Esposito suonava falsa e melliflua, ma forse più che altro era fredda. «I nostri affari si sono spesso ostacolati… è stata tutta una concorrenza deleteria, anche nefasta. Abbiamo perso molti cari, ma noi non siamo bestie, è anche un nostro diritto ottenere la pace».

«Dici bene, tu, ma sei stato proprio te a sparare a mio cugino!» borbottò Andrea De Gennaro.

Mise le braccia conserte, Ludovico Esposito. «Non l’avessi fatto io, il giorno dopo avrei subito la stessa sorte». Allargò le braccia, a quel punto, era un vero affabulatore. «Coraggio, non facciamo gli ipocriti. Siamo businessman e il nostro dovere è far prosperare gli affari… a qualunque mezzo».

Si sollevò un brusio fra gli astanti.

«Cosa vorreste fare, allora? Restare qui a scannarci, oppure fare la pace, unirci in un business e fare di questa connection un grande sodalizio, eh?». Era sorridente, meno gelido, forse addirittura meno falso.

I De Gennaro annuirono, ma uno dei loro guardaspalle puntò a Fabio. «E tu chi sei? Cosa vuoi?».

Fabio balbettò e sapendo che non avrebbe fatto una bella fine, abbandonò videocamera e treppiede e fece per scappare, ma quel tipo lo inseguì e riuscì a placcarlo neanche fosse un rugbysta – o forse lo era. Il guardaspalle picchiò Fabio, poi lo trascinò dentro la villa, davanti agli astanti di quella conferenza. Si rivolse ai De Gennaro. «C’era questo qua… vi spiava…».

I De Gennaro persero le staffe. «L’avete mandato voi per farci fare una brutta figura!».

«Ma no, non è vero» si difesero gli Esposito, ma invece Fabio ebbe un’idea. Disse: «Sì, mi hanno mandato loro».

Subito gli animi si accesero. I De Gennaro saltarono oltre i tavoli e aggredirono a calci e pugni gli Esposito, i quali reagirono con la stessa moneta. A quella zuffa si unì il guardaspalle che aveva acciuffato Fabio, il quale si ritirò in buon ordine.

Si era salvato la vita.

Ma aveva fatto scoppiare di nuovo la faida tra quei due clan.

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Discussioni

    1. Ciao Alessandro! Eh, sì, hai letto decine di miei librick e lo sai ormai quali sono i miei leitmotiv. Grazie per il tuo commento! 🙂