“Combattere a tutti i costi”

Serie: Ettore Fieramosca


Come lupi famelici i soldati correvano dalle vie adiacenti armati di tutto punto e si facevano strada fra la folla in maniera brutale. Colpivano e abbattevano chiunque si ponesse loro davanti. Qualche barlettano tentò pure di ostacolarli ma venne facilmente sopraffatto. Gli altri invece, colti completamente alla sprovvista, si abbandonarono a un fuggi fuggi generale. Degli uomini rimasero a terra in un lago di sangue, alcuni si misero in salvo strisciando. Il Gran Capitano smise subito di parlare e quando i suoi uomini gli furono vicini impose loro di fermarsi. Quindi con ordini rapidi e precisi e utilizzando anche i soldati già presenti circondò i cavalieri italiani. Più di duecento fanti con spade, scudi, lance e archibugi spianati oltre a quelli sulle mura e sui bastioni. Una mossa falsa e li avrebbe annientati. Dopodiché, accarezzando la criniera del suo andaluso, fissò in modo enigmatico Fieramosca che, liberatosi della lancia, aveva sguainato la spada in groppa al suo destriero.

— Quanto denaro volete per rinunciare? — gli domandò, avvicinandosi di nuovo.

— Voi mi offendete, Eccellenza.

— Siete proprio disposto a morire?

— Sì, lo sono. Ma risparmiate il popolo, vi prego.

— Morire per l’onore di una patria inesistente… non è stupido?

— No, Eccellenza, non lo è. Saremo d’esempio, d’esempio per giorni più fortunati, per italiani migliori di noi.

— Ditemi, Fieramosca da Capua… cosa vi fa pensare che gli uomini che guidate siano davvero disposti a subire la vostra stessa sorte?

— Cavalieri, compagni, fratelli… siete con me?

— Lo siamo!

Non c’era scampo, non c’era nessuna possibilità eppure… il loro coraggio… il loro coraggio era incredibile, era qualcosa di straordinario soprattutto per dei mercenari. Non li temevano, non avevano paura di morire e pareva sul serio che fossero disposti a tutto, pensava il Gran Capitano mentre ritornava dai suoi. Leali… da quando li aveva assoldati e per quanto la situazione fosse stata critica quei cavalieri si erano sempre dimostrati leali. I loro sforzi e le numerose perdite subite della compagnia di ventura avevano aiutato la città di Barletta a resistere. Se l’Italia avesse avuto altri combattenti come quelli sarebbe tornata grande, prima o poi sì, questo sarebbe accaduto. Guerrieri senza onore che si battevano per onore era questo il paradosso, guerrieri senza patria ma ugualmente disposti a dare la vita per essa, nel nome di una remota utopia. Guerrieri abituati a servire potenze straniere che tuttavia non rinunciavano alla dignità e alla libertà. Che non piegavano la testa, che forse un giorno sarebbero stati davvero d’esempio a generazioni più fortunate. Uomini di tal fatta erano certamente pericolosi, ma meritevoli di rispetto. Uomini così dimostravano, seppure in maniera approssimativa, che la cavalleria non era ancora morta. E lui aveva sempre creduto nella cavalleria… che gli stava succedendo ora? Perché quello che avrebbe concesso in Spagna non lo concedeva qui in Italia? Perché aveva usato del sarcasmo parlando dell’onore degli italiani? Offesi… dal nobile francese Guy de la Motte… e la vendetta sarebbe stata sul campo… vittoria o morte, lo avevano giurato e lui adesso che poteva fare? Poteva davvero negare loro questo diritto? Poteva davvero tollerare l’ennesimo sopruso, l’ennesimo oltraggio di un nemico superbo e arrogante? Non sarebbe stato forse più giusto, anzi no, sacrosanto, rimandare di qualche ora l’attacco? Spesso nella storia le imprese più temerarie non solo hanno senso ma anche fascino, e vengono decise dalle virtù di uomini d’eccezione, continuava il Gran Capitano nelle sue riflessioni. Permettere a questi pazzi senza bandiera… permettergli di uscire da quella porta alle sue spalle… al Conte Ettore Fieramosca e ai suoi dodici cavalieri che nell’Anno Domini 1503, dopo aver sconfitto ripetutamente i francesi in battaglia avrebbero impartito loro un’ultima lezione. Ma se invece fossero stati battuti? Ma se invece fosse stato un azzardo? Un’azione avventata, una sola, e il piano sarebbe andato in fumo insieme alla possibilità di vittoria. La città era allo stremo… voleva davvero correre il rischio? La sua parola di gentiluomo data agli italiani valeva così tanto? Non pensava alle conseguenze? Alla sua stessa vita?

— Quali sono gli ordini, Eccellenza? — chiese il comandante dei rinforzi, un sergente

calvo e basso che si trovava a pochi passi da lui.

— Quei bastardi si stanno disponendo in linea, vogliono venirci addosso! — disse uno

dei luogotenenti, un uomo biondo e paffuto di circa vent’anni. Era teso come la corda di

un violino e non riusciva a nascondere la paura nonostante l’evidente disparità di forze.

Anche i soldati comunque parevano confusi, perché non si aspettavano un epilogo simile. Gli italiani combattevano bene, ucciderli sarebbe stato un errore.

Fieramosca intanto aveva completato lo schieramento e dopo aver raggiunto Brancaleone, lanciò il grido di battaglia della compagnia di ventura.

— Si Deus pro nobis, quis contra nos?

— Nemo! — risposero in coro i cavalieri.

— Eccellenza, hanno le armi in pugno, stanno per attaccare… Quali sono gli ordini? — ripeté con foga il sergente.

Fu un omaggio. Un omaggio all’audacia, al valore, all’antico spirito cavalleresco che alberga solo nel cuore dei prodi. Che non conosce onta né inganno. Che quegli italiani, si ribadì, nonostante tutto rappresentavano. Perciò il Gran Capitano prese la sua decisione, l’unica possibile per un uomo della sua tempra, sgretolando l’incertezza e il timore che lo attanagliavano. Vittoria o morte avevano giurato e vittoria sarebbe stata, perfino sul destino… ma con la benedizione spagnola, naturalmente.

— Ritirata.

— Come?

— Ritirate subito tutti gli uomini, mi avete sentito. Anche voi — disse il gentiluomo, rivolgendosi a quelli che lo avevano seguito — ritiratevi, andate via!

— Ma siamo in pericolo! — intervenne di nuovo il luogotenente biondo.

— Anche voi Pedro, potete andare. E pure voi Miguel, andate, tornate nei vostri alloggiamenti… è un ordine!

— Eccellenza…

— Osate disubbidirmi?

Sotto lo sguardo incredulo degli italiani gli spagnoli si dileguarono come neve al sole. Rimase solo il Gran Capitano che, dopo aver ordinato a quelli sulle mura di non intervenire, si mosse ancora una volta verso Fieramosca. Il condottiero fece la stessa cosa e i due si incontrano a breve distanza dai cavalieri schierati.

— Avete preso la decisione giusta, Eccellenza.

— Sapete Fieramosca, la verità è che per i miei due giovani attendenti e per la maggior parte dei nobili spagnoli come loro i francesi hanno ragione. E voi italiani siete soltanto… bè, lo immaginate…

— Permetteteci di dimostrare il contrario, Eccellenza — rispose Fieramosca.

— Tuttavia io riconosco il valore quando lo incontro, e vi assicuro che uomini come voi sono merce rara al giorno d’oggi. Sta bene, vi concedo il permesso di battervi contro i francesi e vi offro quello che posso: due ore.

— Vi ringrazio, Eccellenza — disse Fieramosca.

— Inoltre sarò felice di essere con voi sul campo quale secondo giudice di gara, se me lo concederete.

— Sarà un onore, Eccellenza.

— No, Signore, l’onore sarà mio — rispose il Gran Capitano, — ¡abrid la puerta!

I cavalieri francesi procedevano in fila silenziosi. Ormai, però, erano quasi arrivati nel punto in cui, nella pianura fra Andria e Corato, si sarebbe svolta la sfida. Issati sopra dei superbi bretoni, tenevano le lance da giostra in posizione verticale e osservavano gli italiani a meno di un miglio che, pur avendoli preceduti, li avrebbero fatti entrare per primi sul campo come concordato. Armature e scudi brillavano al sole mentre un vento pungente penetrava nelle ossa e piegava i cimieri.

Il barone francese Guy de la Motte era davvero impaziente di combattere. Lui era l’artefice della sfida, lui aveva accusato i soldati italiani di codardia, durante il banchetto del generale de Cordoba nella Cantina del Sole. E lui aveva scelto il giorno e il numero dei duellanti. Adesso era giunto il momento di fare sul serio e di provare che aveva ragione. Gli italiani da soli non valevano niente e presto lo avrebbe dimostrato.

Lo scontro era all’ultimo sangue: lancia e spada poi mazza e ogni altro tipo di arma di offesa fino alla morte sul campo o alla resa a discrezione. Ma lui la resa agli italiani non l’avrebbe mai concessa. No, c’era un solo modo di trattare i vigliacchi ed era quello di trafiggerli con la punta acuminata della lancia o con quella della spada. Poi avrebbe espugnato Barletta e sconfitto definitivamente gli spagnoli. La Francia aveva ormai la vittoria in pugno e non se la sarebbe lasciata scappare. Di questo era certo come dell’aria che respirava.

— Basterà un vento più debole di questo per farli cadere — sentenziò, a voce alta.

— Aspettate a cantare vittoria la Motte, prima di vendere la pelle dell’orso bisogna ammazzarlo — rispose il nobile la Fontaine che lo precedeva.

— Ma io non vedo nessun orso, vedo solo un branco di caproni!

Tutti risero, mentre la Motte abbassò la visiera dell’elmo per proteggersi dal freddo. La preoccupazione per lo scontro imminente era insignificante ma lui era pronto. Avrebbe vinto, si ripeté, perché era il migliore, perché aveva accanto i cavalieri più valorosi del mondo e non sarebbero stati certo dei mercenari senza gloria a impensierirli. Perciò si mise a canticchiare, sicuro che non c’erano stregonerie o miracoli che potessero sovvertire un verdetto già scritto in partenza. E mentre cantava gli venne in mente che non aveva ancora fatto colazione e che aveva fame.

Serie: Ettore Fieramosca


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Discussioni

  1. ” Guerrieri senza onore che si battevano per onore era questo il paradosso, guerrieri senza patria ma ugualmente disposti a dare la vita per essa, nel nome di una remota utopia.”
    ❤️

  2. Bello anche questo capitolo, l’esaltazione dello spirito cavallersco, del valore dell’onore è chiara. Ma quando sono i nostri, che si accingono a fare il mazzo ai borosi cugini transalpini…eh 😉

  3. “Guerrieri senza onore che si battevano per onore era questo il paradosso, guerrieri senza patria ma ugualmente disposti a dare la vita per essa, nel nome di una remota utopia”
    ❤️

    1. Una ventata nazionalistica dovuta ai recenti trionfi sportivi. Quando ci vuole ci vuole.
      E come sempre grazie per il tuo commento.