Combattimenti in Magna Grecia

733 a.C.

«Mi domando se sia quello che interessava a me». Davo andò a sedersi su una pietra che sporgeva dal terreno, ce n’erano tante intorno, sembravano le ossa di Gea. «Ho lasciato Atene… per questo».

Gli altri opliti gli si avvicinarono. «Davo» si espresse Menandro. «Non dire stupidaggini, noi qui lottiamo per Siracusa».

«Credevo che ci saremmo lasciati la guerra in Grecia, invece pure qui, su quest’isola, si combatte» si lamentò, agitando le braccia come avrebbe dovuto fare Icaro.

«Si combatte ovunque e…». Tacque perché un sasso l’aveva quasi colpito ed era andato a rimbalzare davanti a lui.

Tutti gli opliti si misero dietro gli scudi, le pietre rintoccarono sul metallo.

Dalla montagna erano in arrivo dei frombolieri italici. A loro si unirono i fanti leggeri, sembravano peltasti, se non fosse stato che indossavano pelli di capra ed erano mezzi nudi. A Davo ricordarono Eracle.

Corse a riunirsi nella falange, strinse la dory, la spianò davanti a sé, e gli Italici raggiunsero il prato in cui si trovava il reparto siracusano.

Magna Grecia.

Era venuto in Grecia fino in Sicilia augurandosi una vita migliore, invece pure lì si combatteva. Genti barbare, però, molto più barbare di Traci e Persiani.

I fanti leggeri li assalirono con dei giavellotti che si spezzarono contro gli scudi, intanto i frombolieri continuavano a tirare.

La formazione di fanteria pesante esplose, ognuno gettò a terra la dory e, assicurandosi di lasciarsela alle spalle senza che nessun italico la rubasse, sguainarono gli xiphos o misero mano alle scuri e li inseguirono.

Se Menandro lo faceva con foga, e in meno di un minuto già aveva squartato un paio di Italici, Davo era indeciso, non se la sentiva di versare sangue, lasciava che le pietre colpissero lo scudo che raffigurava una lettera alfa.

All’improvviso sentì un bruciore alla schiena, si girò e vide che un italico, grosso modo della sua età, aveva la mano sprovvista di qualcosa: Davo capì che l’aveva pugnalato.

Sconvolto da un dolore che gli si irradiava fino al collo le cui vene pulsavano mentre i piedi stavano per cedere, Davo si arrese al dio Ares: volteggiò lo xiphos e spiccò la testa al suo coetaneo, poi crollò in ginocchio. «Medico!» udì Menandro gridare.

Qualcuno doveva averlo notato.

Davo non perse conoscenza: Io sono un duro.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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