Come è nato il libro (prologo 1/2)

Serie: La Finestra in via dei matti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Arrivati alla conclusione della vicenda, ovvero all'inizio della nuova vi

I giorni passavano, ma il telefono persisteva nel suo silenzio più totale.

Fabio, come promesso, mi aveva fissato appuntamenti con le case editrici che si rivolgevano a lui su base regolare per la pubblicità dei loro romanzi.

“C’è un solo problema” gli dissi al telefono una volta finita la lista dei posti dove andare e le rispettive date.

“E quale sarebbe?” mi chiese Fabio.

“Io ho un solo manoscritto” dissi dubbioso “come faccio a presentarlo a tutte queste case editrici con così poco tempo tra un appuntamento e l’altro? Non credo che possano ridarmelo in giornata…”

Fabio ci mise un po’ a rispondermi, talmente tanto che controllai sullo schermo del cellulare che non fosse caduta la linea. Stavo per chiedergli se mi sentiva ancora, ma mi precedette chiedendomi con voce improvvisamente grave:

“Vuoi dirmi che il manoscritto che Irina mi ha lasciato è l’unica copia esistente del tuo libro?”

Il mio “Sì” uscì pieno di timore perché avevo già sentito quel tono da diverse persone ed era generalmente il preludio ad un’eruzione di improperi. Fabio non fece eccezione dal momento che per aiutare me ci stava mettendo anche lui la faccia. Credo che se i suoi clienti avessero sentito quella telefonata si sarebbero fatti delle domande sulle effettive doti comunicative del loro agente pubblicitario, ma non mi sembrava il caso di farglielo notare visto che era già abbastanza alterato.

“Perché non lo hai scritto anche al computer?” mi chiese finito di sfogarsi.

“Perché non ho un computer” risposi.

“Esistono le biblioteche, gli internet point… Santo cielo Tommaso! Ma pensi di poter presentare un manoscritto scritto davvero a mano ad un editore?” Fabio sembrava incredulo.

“Non dimostra ancora di più l’impegno messo per scrivere ogni singola parola?” dissi nel tentativo di mascherare il fatto che usare un computer pubblico non mi era manco passato per la testa. “Vabbé, non importa.” continuai “se mi riporti il manoscritto lo fotocopio un paio di volte così ho copie da lasciare agli editori”

“FOTOCOPIE?!?!?” in quel momento gli stava per partire un embolo, ne sono certo. Lo sentii sospirare per calmarsi e mi venne in mente la prima impressione che mi aveva fatto alla porta: forse avrebbe davvero finito per uccidermi.

“Tommaso” riprese parlando con calma estremamente innaturale “se mai ti ridarò il manoscritto sarà sotto tuo giuramento di recarti immediatamente in un qualunque posto tu possa trovare computer e stampante per poter creare una copia digitale del tuo libro e diverse copie cartacee ma impaginate come si deve.”

“Ma vuol dire riscriverlo tutto!”

“NE HAI PURE SCRITTO META’ IN BLU E META’ IN VERDE!” urlò Fabio.

“Mi era finita la penna…”

Altro sospiro “Tommaso, tu riscrivi quel libro come si deve, ad un computer. Dovessi farti usare il mio dell’ufficio…”

“Accetto l’offerta grazie!” risposi prima che finisse la frase. Mi stupii di me stesso per la prontezza a cogliere la palla al balzo.

“No, aspetta, era un modo di dire…” provava a dire Fabio dall’altra parte del telefono, ma io facevo finta di non sentirlo.

“Solo che finisco di lavorare tardi, vuol dire che mi devi dare le chiavi così posso entrare una volta finito il lavoro in pizzeria. Il tuo ufficio dove si trova?”

“Ti presto il mio portatile, per carità” si rassegnò Fabio “ e fai i complimenti ad Irina da parte mia: ti ha insegnato molto bene.”

Rimasi quasi scioccato da quella espressione, ma Fabio aveva ragione: in quel momento avevo davvero fatto la “Irina” della situazione. 

“Sono fiera di te!” mi disse poi Irina entrando da Valerio ridendo di gusto. Io rimasi a guardarla in silenzio, inginocchiato a caricare le bottiglie d’acqua nel frigo della sala.

“Ho appena parlato con Fabio, stai proprio diventando come me!” disse continuando a ridere “Ti comprerò cappello a punta e scopa in pendant con i miei, giovane apprendista stregone” e sparì in cucina a salutare Valerio prima di mettersi il grembiule.

Quella sera stessa Fabio venne da Valerio a cenare con la sua fidanzata. Lui non era per niente basso, ma lei lo superava di cinque buoni centimetri, anche senza tacchi. Una vera e propria modella nel pieno del suo splendore, appena trentenne forse, palesemente tinta. Infatti, non c’è problema per le vere bionde se gli sfugge il contorno della caviglia quando si depilano, ma per le more non esiste nessuna pietà.

Vi parrà strano visto il tipo che sono, ma certi dettagli non mi sfuggono mai anche se non so nemmeno io perché.

Peli della fidanzata a parte, finito di cenare Fabio mi chiese di seguirlo fuori un attimo e prese il portatile dalla macchina. 

“Ma è Apple!” dissi io. Fabio mi sorrise pensando che lo avrei ringraziato per il fatto che mi prestava un computer così professionale e costoso. Rimase molto deluso quando gli dissi “Non lo voglio! Non ho idea di come usarlo!”

A denti stretti Fabio mi disse di prendere quello ‘stramaledetto computer’ e vedere di mettere insieme due neuroni per capire come usarlo. Non osai ribattere.

Dopo qualche tentativo capii come accenderlo, quale programma aprire per scrivere e come salvare. Qualche santo in paradiso ha rischiato di scivolare dalla sua nuvoletta per gli improperi che ho tirato al cielo, ma alla fine ce l’ho fatta. Passai le successive mattinate alzandomi alle 6 per ricopiare il manoscritto al computer fino all’orario in cui io e Bruno prendevamo il caffè insieme.

Finii di scrivere tutto la notte precedente all’appuntamento con la prima casa editrice. Fabio mi avrebbe fatto usare la sua stampante solo per una delle copie e solo perché non c’era tempo. Finimmo di stampare l’ultimo foglio a venti minuti dall’appuntamento e per arrivare alla sede della casa editrice ce ne volevano altrettanti se non qualcuno in più.

Vi risparmio la descrizione della guida di Fabio. Vi dico solo che siamo arrivati in anticipo di 5 minuti buoni.

Il colloquio praticamente è stato tra l’editore e Fabio, io sembravo solo uno dei tanti cuscini che c’erano su quel divano stravagante e fuori luogo. Tenevo il mio libro stretto al petto come uno scolaretto tiene la sua cartella il primo giorno di scuola e li guardavo parlare di tutto tranne che di me e cosa ci facessi lì. Alla fine, l’editore mi disse di lasciargli il plico e di attendere una sua chiamata.

La seconda casa editrice in cui mi ha portato Fabio il giorno dopo invece era tutt’altra storia. L’editore era sempre un uomo, sulla cinquantina, un paio di occhiali da vista sul naso e un altro paio (probabilmente da lettura) sulla fronte. La cosa divertente era che entrambi gli occhiali avevano le cordicelle per tenerli appesi al collo, ma a furia di cambiarli di posizione era diventata una corda unica.

Giancarlo, così si chiamava, mi riempì di domande e le mie risposte erano quasi sempre inventate sul momento. Devo averne sbagliate un paio, perché ho visto Fabio cambiare convulsamente posizione sulla poltrona diverse volte. Alla fine, Giancarlo si tolse entrambi gli occhiali di dosso e iniziò a sciogliere il legame tra le due corde.

“Sei certo che nessuno dei tuoi personaggi possa risalire a sé stesso o che i nomi siano fasulli? Ormai con questa storia della privacy siamo sempre sul chi va là quando ci arrivano storie basate su fatti davvero accaduti. Non vorrei arrivare a pubblicare il libro per poi beccarmi una denuncia da questo… Carmelo.”

“Da Carmelo sicuramente no” dissi ridacchiando nervosamente “Si chiama Bruno ed è perfettamente a conoscenza dell’esistenza del libro”.

Altro cambio di posizione di Fabio con tanto di schiarimento di voce.

“Quello che intende dire Tommaso, mio caro Giancarlo” intervenne Fabio “è che è molto sicuro che non ci siano rischi. Tranne Carmelo, o Bruno, come vogliamo chiamarlo, gli altri personaggi non sono entrati a stretto contatto con lui, non si sono nemmeno accorti di essere stati osservati e non sanno del libro”.

“A dir il vero anche Irina lo sa” puntualizzai io alzando un dito. In quel momento potei visualizzare perfettamente il mio neurone che si metteva la mano sulla fronte dopo essersi reso conto che quella era stata un’uscita infelice. Non osai guardare Fabio, messo palesemente in imbarazzo per esser stato sbugiardato così.

Nonostante tutto, sotto giuramento che nessuno, davvero nessun altro, sapeva del libro, Giancarlo accettò di dargli un’occhiata.

Dopo di lui passammo per altre tre case editrici, ma il telefono non suonava. 

Mi sedetti sul letto, un po’ sconsolato. Le cose sembravano aver preso una piega positiva, avevo trovato persone disposte ad aiutarmi, volenti o nolenti, e sembrava davvero che questo libro fosse destinato a sbocciare. Tutto inutile.

Ad un certo punto Oliver saltò sul letto di fianco a me. Io non mi mossi, quasi nemmeno mi ero accorto di lui, ma questo per un gatto che prende l’iniziativa di venire da te non è accettabile. Iniziò a strusciarsi contro la mia schiena e poi mi mise una zampina sulla mano e lanciò un breve miagolio. Gli grattai la testa e lui iniziò a fare le fusa, sempre più forte. Ad un certo punto mi resi conto che non era Oliver a fare tutto quel rumore, ma il mio cellulare.

“Sei un deficiente” sentii Fabio dirmi dall’altra parte del telefono, con voce calma ma felice “Non hai lasciato il tuo numero. Giancarlo ha dovuto richiamare me: ti pubblica.”

Serie: La Finestra in via dei matti


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi sono riconosciuta in Tommaso: quando ho iniziato la mia avventura di autrice non ero pratica di pc e programmi, spesso e volentieri perdevo il lavoro di ore perchè non avevo salvato il file e magicamente succedeva qualcosa (tipo andava via la corrente)… La tua serie mi fa sorridere e trasmette delle bellissime sensazioni: è benaugurante e permette anche a me di sognare 😀

  2. Wow! Finale che lascia ben sperare tutti gli aspiranti scrittori, più o meno imbranati con la tecnologia (e siamo in tanti, me compresa), che, però sono disposti ad impegnarsi tanto per non dover rinunciare a questa bella passione-aspirazione.
    Ho apprezzato il tono ironico dell’ intero racconto. Mi mancava la metafora molto simpatica di sembrare come uno dei cuscini sul divano, mentre Fabio parlava con l’ editore.

    1. Ti ringrazio!
      Spesso le situazioni d’ansia, se prese con ironia, sembrano più leggere. E qui di ansia ce n’è davvero tanta, sia in Tommaso che in Fabio (forse soprattutto per Fabio!)

  3. Esilarante!!! Questo episodio forse è quello più ironico, ho riso dall’inizio alla fine! Tommaso mi ha ricordato tremendamente un mio amico e per certi versi io mi sono immedesimato in Fabio stavolta, però, non vedo l’ora di leggere il seguito!