Come mio padre 

Lui mi guarda con gli occhi bassi e lo so che vorrebbe abbracciarmi, davanti a noi le case sono come nidi giganti di gabbiani sul mare, le onde si infrangono a pochi passi da nostri piedi, nel tramonto estivo non c’è quasi più nessuno che fa il bagno, noi da quell’allegria di spruzzi e sabbia lanciata in aria come monetine dei desideri, stiamo distanti a guardare da lontano tutti gli altri, quelle persone che come noi sotto gli strati di creme abbronzanti avranno sogni e speranze, infranti o appena nati, covati in spazi remoti e annegati in quei tuffi di giugno che segnano ora la fine della scuola, e non vorrei tornare bambina, neppure un po’, non vorrei ritornare nelle aule, il peso dello zaino sulle spalle, i voti da appiccarsi sul viso come in un gara di matematica con i cuori umani.

Intanto lui continua a guardarmi, il suo silenzio si incaglia con il baracchino che vende le ostriche e tutto sa di sale, pizzica le narici e si appiccica ai capelli facendo nodi di vento grinzosi, l’odore del fritto raggiunge invece i vestiti, la sua camicia di lino più azzurra del cielo, il mio vestito di pizzo bianco più frastagliato della battigia.

Gli aquiloni volano gonfissimi nel cielo, squarci colorati di presagi infantili e ilari nel mezzo della cornice di noi, indefiniti e passivi contro le vacanze altrui, noi abitanti di quel porto, l’insoddisfazione di restare e la paura di partire, scagliati nel pomeriggio come palline di un flipper ormai in disuso mentre gli estetici jukebox vengono sostituti da schermi lucidi e canzoni veloci.

Il suo petto bellissimo è una fessura calda nella camicia che sa di fresco, piena della brezza che ci viene addosso, la mia mano chiude quell’apertura, le vibrazioni del suo cuore racchiuse nel mio palmo, la certezza che lo amo, il suo profumo trasportato dentro di me, infisso su una bacheca di vecchi ricordi che non verranno più sbiaditi.

Si accende una sigaretta, lo fa sempre lungo lo spiaggia, dice che non dovrebbe farlo ma lo fa, lo fa perché è nervoso e non sa capirmi o perché abbiamo appena litigato e non sa come bloccarsi la bocca, allora aspira il fumo, spinge la cenere con la mano, ci gioca piano, gonfia i polmoni e al posto di chiedermi qualcosa di cui ha paura, di nuovo aspira e butta fuori il fumo al posto delle parole, io allora gli prendo il braccio, come a dirgli di farsi coraggio, poi arriccio il naso, infastidita, e il cuore mi brucia, la gola anche, e allora la spegne e mi sorride e annulla la distanza tra le nostre spalle, si fa piccolo, anche se non lo è e si tranquillizza.

Qualcuno grida “cocco bello” e noi ci mettiamo a ridere, quando lui lo fa, i capelli gli si spostano sul lato destro e le guance si strizzano come vestiti inzuppati, quando lo faccio io, non lo so come sia, cerco di non vedermi mai dal mio esterno, come avessi paura di perdermi nel mio riflesso.

Il sorriso è solo un attimo, come gli aquiloni, sono passeggerei momentanei in affitto nel cielo e noi adesso, sul nostro viso, dobbiamo cambiare pensiero, provare ad aprire quelle labbra che di baciarsi non hanno mai ostacoli e che a parlarsi trovano barriere contro cui il suono si fa scudo muto.

“Ogni volta che me ne vado succede questo. Hai paura che non torno?”

“Può essere.”

“Ma perché?”

Intanto gli ambulanti ritirano sciarpe e foulard in enormi sacchetti di plastica neri, qualcuno prova a venderci un paio di occhiali mentre noi, contro il viola scuro del tramonto, abbiamo abbandonato i nostri in tasche di borsetta o in tasche di pantalone.

“Per tutte le volte che ci siamo lasciati, per le volte che hai detto che tornavi e non l’hai fatto, io so cosa sia l’abbandono e quando lo sai lo soffri sempre, lo fiuti, lo riconosci e vorresti scappare più lontano di chi ti ha abbandonato.”

Le mamme coprono i neonati con capelli di paglia più grossi di loro mentre quelle con il pancione sono un piccolo spicchio abbronzato contro la rotondità piena del sole.

“Chi?”

“Cosa?

“Chi ti ha abbandonato? Voglio dire oltre io, i nostri finti arrivederci e che ogni tanto sono stato via più del dovuto, chi ti ha abbandonato? Non mi hai mai detto nulla.”

“Mio padre.”

“Quello stesso padre con cui mangio quasi tutte le sere? Mi sembra strano.”

“Perché tu ci vai d’accordo.”

“Perché, tu no?”

“Non è che non vado d’accordo con mio padre, semplicemente viviamo di silenzi, non abbiamo il coraggio di affrontarci.”

I bagnini chiudono i lettini e nella sabbia imprimono con rastrelli la perfezione liscia che al mattino seguente verrà infranta dai nuovi villeggianti.

Le donne si asciugano i capelli e si spruzzano capelli con lozioni che sono come ammorbidenti per la lavatrice, c’è profumo di lavanda contro la salsedine persistente della sera.

Adesso vorrei dirgli tutto, ogni cosa fuori posto in me, ma il blocco più che in bocca è nella gola, dove ogni gesto di fiato si interrompe prima di arrivare al cervello per poter parlare.

Quando ero bambina al posto che andare a scuola me ne stavo in un letto e mia madre, sola, restava a piangere disperata, a tirarmi pugni pur di svegliarmi, mentre io incosciente di tutto sembravo piombata in una coma emotivo.

Ripenso alle amanti di mio padre, i loro visi negli occhi di mamma e di quando, con la bicicletta guidata dalla rabbia, sotto la casa di una di loro, Claudia, ho testo il dito verso quel nome piano per poi suonare il citofono più forte che potevo, secondi di attesa e pentimento per scoprire che la casa era ormai vuota. Claudia aveva un bambino suo, mio padre una volta lo prese in braccio davanti a me, un gesto solo e unico mentre sorrideva a entrambi, io non sapevo più cosa provare per quella figura che anche in quel momento rimaneva mio padre, io che da lì a qualche giorno non l’avrei più rivisto per mesi.

Mi tornano in mente tutte le bugie raccontate a se stesso e poi a noi, la convinzione che la realtà sia quella che ci costruiamo da soli, nella nostra mentre, senza fare i conti con la realtà esterna, conti che non tornavano nemmeno con i soldi, di tutti quelli che ha buttato via in giochi e cose stupide o in gratta vinci accumulati come vecchi fogli di giornale, fino a quando io e mia madre non avevamo più nulla da mangiare. L’immagine di lui che spariva con la nostra macchina e poi sempre da noi tornava, sempre a noi voleva bene e ancora sapere che quegli addii interrotti dai ricordi, sono dolori mai sepolti.

“Emma, ci sei ancora?”

Edoardo mi fa schioccare le dita davanti agli occhi, due colpi secchi mentre mi sposto i capelli e faccio crollare i pensieri come lo fanno le onde con i castelli di sabbia, senza lasciare traccia.

“Sono qui.”

Lui adesso mi abbraccia completamente ed io, piena di vergogna, non so come dirgli che anche questo è un addio.

“Io non so cosa sia successo con tuo padre, ma quello è il passato, io non sono come lui.”

Si chiudono gli ombrelloni e sembriamo noi come quando abbassiamo le palpebre in segno di pace, nella speranza di una tregua verso il tormento che ad occhi aperti siamo costretti a guardarci addosso.

Vorrei dirgli che è come mio padre, le stesse idee, le stesse voglie e gli stessi stupidi giochi, la poca importanza ai soldi, le bugie a se stesso e poi a me, forse lui non mi tradirebbe mai, non fisicamente, di quello sono certa, ma tutto il resto sarebbe un copione già studiato in cui sentirmi inadatta a poterlo interpretare.

Vorrei dirgli che lo amo come mio padre, senza speranza.

Senza la speranza del futuro, di poter essere amata come vorrei, lo amo perché è lui e gli voglio bene e ci si appartiene, lo amo come mio padre con il senso innato del cuore a vincere sulla ragione e come con mio padre soffro a sapere che un giorno, nelle distanze, potrebbe non esserci ritorno.

Soffro dell’abbandono che avviene quando due persone non danno la stessa importanza al medesimo rapporto, dei silenzi troppo accumulati, come ora, con il tramonto viola che cuce nelle nostre lingue immagini a cui, seduti sulla sabbia, non sappiamo darci alcun rimando.

“Se non mi vuoi parlare di tuo padre, perché siamo qui?”

Lui si accende l’ultima sigaretta del pacchetto allineando la fiamma gialla dell’accedino al sole rosso ormai quasi colmo di mare, si gira a guadarmi, anche gli occhi hanno la loro voce.

Io sono ancora in silenzio e l’accendino è ormai spento.

“Devo partire di nuovo tra qualche giorno, ma ti prego stai tranquilla.”

“Ma torni?”

Come mio padre prende il mozzicone finito e lo spinge via da sé, incastonandolo nella sabbia come un gioiello da quattro soldi montato su qualche ramo derelitto a riva.

“Tu che cosa vuoi?”

“Non lo so.”

Come mio padre mi resta accanto in silenzio, aspettando la sera e il nostro addio.  

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Cara Marta, come sempre in questo tuo racconto la natura, i rumori, i colori e le sensazioni parlano, gridano direi, e accompagnano come un coro greco le vicende drammatiche dei protagonisti, rendendole quasi tridimensionali. Che cosa c’è di drammatico? In fondo niente, dice lui…suo padre condivide la tavola con loro e non l’ha affatto abbandonata. Ma quante sfaccettature ha l’abbandono per una bambina? Per la donna che diventerà? Mi è tornato in mente il senso di sofferenza di Tereza di fronte alla leggerezza insostenibile di Tomáš in Milan Kundera. Qualcosa di impalpabile che ci dice che di fronte all’albero delle infinite possibilità che vi sono nella mente dell’amato, alla sua leggerezza, la sofferenza attende dietro l’angolo. Io ci ho sentito questo 🙂

    1. Cara @isabella sto scoprendo sempre di più che è davvero un privilegio poter essere letta e “analizzata” da te.
      Grazie per il paragone, anche se sono ben lontana dall’essete così brava, ma effettivamente per quello che ci viene narrato all’inizio nulla sembra stonare, soprattutto per la visuale di Edoardo, in cui il padre di Emma, chiaramente presente al momento, se mangia con loro e con il quale ha affinità, non può essere invece la versione drammatica di quello che Emma sa e ha vissuto e che nell’amato vede come un passato pronto a ripetersi, a farsi futuro e da qui l’impossibilità se non di amarsi, comunque del poter stare insieme.
      Sono argomenti che andrebbero tratti più a lungo, non è facile condensarli qui, ma quanto è antico il concetto di ricercare un pò il proprio padre, nell’uomo amato, sopratutto se il primo in qualche modo è mancato?
      Volevo descrivere soprattutto questa visione femminile nel genere maschilie che qualunque cosa faccia, rimane molto amato.