
Compleanno (parte prima)
I soldati scozzesi in gonna e ruvide calze al ginocchio, suonavano le cornamuse marciando. Si avvicinavano al campo seguendo il dorso delle colline. Tutti giorni, all’alba. Il suono crescente faceva da sveglia ai soldati. Il lamento acido delle cinque canne si gonfiava come un temporale lontano e scendeva inesorabile verso le tende. Così raccontava il colonnello scozzese Terence Ruper-Colbehn, secondo marito di mia madre.
Le mie cornamuse sono gli echi di televisori e piatti tra i palazzi a picco sul cortile. Liquido dormiveglia di palpebre e persiane socchiuse. Sento l’odore umido di una mattina d’estate.
Sono sveglio dalle cinque e ventitré. La radiosveglia scatta alle sette e quarantasei. Non cinque, non quattro. Sveglia digitale: senza denti, ingranaggi e corone. E finita l’epoca delle sveglie meccaniche. Ora – cosa sono? – elettroni, protoni, elefantoni. Ineluttabili e precisi. Pendolari indaffarati lungo capelli di rame.
La scienza ha chiamato certe particelle quark. In tedesco vuole dire ricotta. L’universo è fatto di infinite atomiche parti di ricotta. Ma la radiosveglia che mi sveglia mi trova sveglio. Questa e la mia prima vittoria della giornata.
Osservo allo specchio la mia immagine riflessa. Come ogni mattino raddrizzo la schiena e reprimo la pancia per poi rilassarla sconfitto. Con gli anni il mio corpo è diventato carne. Vent’anni fa non era ossa, ghiandole, pezzi: era un corpo. Ora sono un panorama di pelle: queste colline senesi tra lo sterno e le gambe, questi muscoli affogati, questi capelli grigi, queste macchie brune sulle nocche, queste cicatrici ricordo di battaglie a coltellate contro i miei organi. Generale, abbiamo ricacciato l’ernia, eliminato l’appendice! Allarmi si sfalda un menisco!
Organi. Organi che reclamano la loro esistenza, si ostacolano a vicenda, si annunciano come se temessero di essere scordati. Quello che cederà per primo renderà tutti gli altri inutili e patetici. A che serve un rene senza cuore, un intestino senza cervello?
Come la mia sveglia che sveglia chi è sveglio. Le piccole parti di ricotta dei miei organi.
Il tempo si agita come un discolo irrequieto. Di fatto non passa, resta, solo un po’ più in là. Io non voglio che il tempo si arresti, ma solo che le cose non lo seguano sempre. Desidero una lista da cui spuntare certe irritazioni e scordarle. Se compro una giacca, se questa giacca ha un bottone, vorrei che restasse nella mia vita come un fatto. Ma il bottone cade, la stoffa si sdrucisce.
Forza! Bisogna scuotersi Mettersi il panciotto e la cravatta rossa e le scarpe nuove. Oggi è un giorno diverso. È il mio compleanno e non voglio pensare.
Farò le scale a balzi sberlottando la ringhiera, centrifugandomi intorno ai pianerottoli, arrivando pesante a piedi uniti davanti alle porte. Pam!
Mi piace immaginare che ogni piano sia abitato da un ricordo.
Pam! Qui abita mia madre. E’ morta, ma non ha voluto andare via. Sul campanello ha scritto Laura Che-è-morta-nell’ottantaquattro: l’ha scritto per me che non mi ricordo mai le date. Per aiutarmi.
Vive in un appartamento molto grande. Le stanze sono una dentro l’altra come certe bambole russe, così visitandone una le visita tutte. Una volta ci teneva i suoi mariti, ma per rispetto a me non ci volle mai mio padre, né mi disse chi fosse. Mia madre non mi permette di entrare. Mi accoglie sulla porta e io cerco di sbirciare all’interno, oltre le sue spalle. Sento l’odore delle stanze, mi ricorda quello del letto grande, la domenica da bambino. Mia madre fu molto distratta o forse aveva dei pensieri. Si dimenticò di dirmi che dovevo crescere. Le mie giacche avevano tutte i bottoni che non sembravano cadere mai.
Sono allegro, ma penso che devo avere scordato qualcosa che se me lo ricordassi sarei triste. Basta non pensarci. Basta chiudere gli occhi e guardare attraverso le palpebre il sole. Tendere i sensi ai rumori, agli odori.
…
Ai tempi di mia madre c’era la servitù che è una bella parola, ma serva no. C’era l’Ofelia che voleva sposare il muratore e mia madre diceva che peccato, era brava. Il muratore mi costruì un vasca per la sabbia sul balcone. Qualche hanno dopo sono caduto e mi sono rotto la testa sul bordo di mattoni. Ma l’Ofelia non c’era già più.
Dopo venne la Nina da Trieste. Il figlio le era partito emigrante per Australia. La Nina aveva una faccia lunga e triangolare con un mento infinito. Non ho più visto un mento così fino a quando mia madre non sposò il colonnello scozzese.
La Nina mi portava al parco e c’era un bambino con una bicicletta. Io gli dissi: sei brutto! e lui corse via piangendo. Scappai, perché temevo di essere sgridato, ma avevo tastato i confini della cattiveria.
Nina ci lasciò quando suo marito le disse di tornare e mia madre non era d’accordo perché quello se ne approfitta. La Nina portò il suo mento a Trieste e io non ricordo come e quando partì, né se mi mancasse. Ne vennero altre. A una dissi sei brutta e mi diede una sberla. Allora capii che per essere cattivi con successo bisogna essere i più forti.
Un’altra mi chiamo bastardo. Il ché, col senno di poi, era vero. Ma non sapendo cosa voleva dire, la denunciai all’autorità competente, che era un signore che girava per casa in quel tempo. Il quale si adirò molto e la minacciò di non so quale provvedimento. Reazione logica, considerando che era davvero mio padre e lo sapevano solo lui e mia madre. Comunque la ragazza si scusò con me ad occhi bassi. Così imparai che essere i più forti è questione di appoggi.
Il tempo fuori è cambiato. Il cielo si è fatto grigio e pesante come una grande pancia di elefante tesa fra i comignoli. La luce batte di sbieco sui muri che si stagliano bianchi, gialli e rosati con ombre dense.
Si leva il vento a singhiozzo. Brevi folate interrotte dal silenzio.
La strada è deserta. C’è aria d’attesa in furtive mani che chiudono imposte.
In fondo alla strada come ritagli di film inseriti in una scena, figure nere si infilano rapide nei portoni o attraversano la strada con il capo chino.
A Trieste molti anni fa, dal balcone dell’Hotel Excelsior guardavo le automobili parcheggiate lungo le banchine del porto scivolare sul ghiaccio spinte dalla Bora. I rimorchiatori neri, con il muso di gomena, ricadevano dalle creste in avvallamenti di spuma. Grandi navi bianche imbarcavano immigranti per l’Australia: prelevavano figli in cambio di speranze. Anche il figlio della Nina era partito su una di quelle navi per cercare lavoro in Australia, ma non scriveva mai.
Il mare era vero, il vento era vero. Si tendevano corde lungo i marciapiedi, ma la gente scivolava per il vento gelido imprecando. Dal largo giungeva la flotta americana. Noi si andava a visitare estasiati le plance, i cannoni e le sale macchina delle navi attraccate al Molo Audace. Marinai abbronzati dai capelli a spazzola e l’odore di dopobarba, giocavano come burattini bianchi per la vie del centro. All’orizzonte si vedeva a volte l’imbuto flessuoso delle trombe d’acqua.
Ma qui il vento stanco agita cartacce negli angoli. Alza la polvere di aiuole malate. Disegna volute con gli scarichi dei diesel.
Il mare e solo uno sciabordio unto d’olio contro i seni di donne grasse.
A scuola mi ci portavano e si convergeva dalle strade private e dai palazzi, passando di fronte alla scuola pubblica e all’edicola che vendeva il Corriere dei Piccoli. Correvo beccheggiando con la cartella sulle spalle che mi sbilanciava, il grembiule nero, e il fiocco azzurro al collo. Correvo. Tutte le mattine, verso quei preti arcigni, sorretti dalla fila di bottoni di raso e la fascia lucida alla vita.
Don Cristoforo, prete pittore, che alcuni di noi li portava a fargli da modelli nel suo studio in soffitta per vestirli da angeli e guardarli e non ci volli mai andare senza sapere perché, e Don Carlo che ci elencava i peccati con una mano enorme e le cinque dita tese. Il dorso della mano rivolto a noi inginocchiati in mistica unione. La splendente aritmetica della salvezza: i dieci comandamenti, i cinque peccati capitali, le tre avemarie, i due padrenostro. Purificate le nostre anime, si occupava dei corpi quale istruttore di ginnastica, su e giù per le pertiche e saltare una corda che è un miracolo se non siamo cresciuti rachitici.
C’era l’aula di scienze che odorava di formalina e vecchie piume, in cui entravano solo quelli più grandi ma anche noi per le lezioni di canto.
Il cortile era di terra battuta e cinto da un muro. Entravo correndo al mattino attraverso il portone e non ho mai sognato di saltare quel muro. Non sapevo nemmeno che avevo diritto di sognare quel salto.
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Narrativa pura, a quanto sembra