Con un deca

Domenica pomeriggio.
Piergiorgio fischietta, scende le scale ed esce dal condominio.
La
luce improvvisa gli fa serrare le palpebre, poi l’ondata di calore lo investe. La mano ancora aggrappata alla maniglia del portone. La sensazione inequivocabile di essere entrati in una sauna da cui non si può scappare.

Domenica pomeriggio, 38 gradi all’ombra.
Il problema è l’umidità.
Come nella sauna, appunto. Quante volte avrebbe voluto picchiare l’esibizionista di turno, che, appena entrato nella cabina, aggiungeva acqua sulle pietre laviche, con l’igrometro che già segnava 30% di umidità. E lì, al calore infernale che già scendeva dalle narici a infiammare i polmoni, si aggiungeva il sudore che bruciava la pelle da fuori. La sauna si mascherava da bagno turco e ti stringeva in un abbraccio senza scampo.

Domenica pomeriggio, 38 gradi all’ombra, 80% di umidità.
La differenza è che nella sauna si sta nudi. Ma Piergiorgio non è nudo. Ha una camicia di lino. Perché d’estate il lino è il miglior amico dell’uomo che vuol rimanere elegante, nonostante tutto. Ma la camicia è già tutt’uno con la schiena, incementata alla pelle con la malta del sudore. Un disperato tentativo del corpo di abbassare la temperatura; non diverso dall’usare un secchiello per buttare fuori l’acqua dal Titanic mentre cola a picco.
Piergiorgio ormai quella sensazione non la combatte, non può vincere, si arrende al suo corpo madido. Come tutti quelli che si arrischiano a metter piede fuori, quando il sole accarezza la testa, dall’alto, con il suo bacio infuocato.
Ma
il frinire continuo delle cicale, quello no, è una tortura senza scuse. Un manifesto al mondo di cosa provi tutto l’anno chi ha l’acufene. Come Piergiorgio. Che però ora, oltre all’acufene, deve sorbirsi anche le cicale.

Domenica pomeriggio, 38 gradi all’ombra, 80% di umidità, concerto di cicale.
Piergiorgio si fa scudo dal sole con la mano. Cerca l’auto, non ricorda da che lato del palazzo sia parcheggiata. Ovviamente è sotto il sole, che tutto picchia e tutto cuoce. 
Se fuori la situazione era critica, l’ingresso in macchina lo porta dentro un inferno onirico. 
Ha i pantaloncini, Piergiorgio, quelli corti che fanno stare freschi. Se ne ricorda nel momento in cui la coscia rimbalza contro la pelle arroventata del sedile. Quando la ripoggia, prova un piacere masochista, mentre le punte scottate dei peli si arricciano come code di maiali bruciati.

Parte in retromarcia, il braccio destro che abbraccia il poggiatesta del lato passeggero, come si faceva quando non c’erano le telecamere. Uno sguardo a destra e sinistra. Abbassa i finestrini, ingrana la prima e va.

L’aria fluisce dal finestrino come un fon puntato contro la faccia. Il cervello si inganna, fingendo che l’aria ferma e posticcia della macchina infuocata venga spazzata via. Caldo umido in movimento meglio di caldo umido e immobile.

Piergiorgio va avanti, scappa dall’afa, a bordo della causa del problema.

Accende la radio. La voce di Jim Morrison, calda anche lei, scandisce il suo ipnotico ritornello Break on through, to the other side e Piergiorgio viaggia, con la sua auto e con la mente, seguendo la strada senza meta.

Gli piace questa sensazione. La città decadente, l’incertezza. Lui avanza, nel bollore della domenica pomeriggio, nel deserto della città che cerca riparo dietro i muri cappottati delle case. La musica, il vento in faccia, gli scricchiolii della plastica arsa dal sole della sua vecchia Renault.

Dietro la curva, il benzinaio. Piergiorgio caccia la freccia. Il ticchettio dell’indicatore cade in un raro momento di pausa tra una pubblicità e il prossimo pezzo rock.

Piergiorgio accosta, scende. Lascia lo sportello aperto e si guarda intorno.

La collina spoglia dietro il benzinaio, cemento e asfalto davanti. Il bar chiuso. Un paletto ammaccato vicino al parcheggio.

E lì, in quel momento di grazia, arriva. Quando fa più male, nella sua forma più stupida e banale.

***

Il braccio destro che abbraccia il poggiatesta del lato passeggero, la sciarpetta bianconera al collo, gli occhi che guardano dietro, oltre i due giovani passeggeri.

«La vedete quella?» Accenna a una donna con la testa. «Quando ero ragazzo…»

Sorride, lo sguardo sognante, perso in un momento nel passato, ben prima che Piergiorgio cominciasse a scrivere il suo, di passato.
La
retromarcia, il paletto, l’urto.

«Ma porco! Chi glielo spiega a vostra zia adesso?»

Piergiorgio era felice, nonostante il piccolo incidente. Rideva con suo fratello sul sedile posteriore, mentre suo zio controllava il danno e invocava tutti i santi, consapevole di esserselo meritato.

***

Il tempo annacqua le parole, rendendole meno colorite di come fossero davvero.
Anche quella del ricordo era una domenica pomeriggio, c’era la partita dell’Ascoli. C’era sempre di mezzo l’Ascoli quando si parlava di suo zio. Non faceva caldo, non era agosto, ma anche negli agosti di trent’anni fa non faceva così caldo.
«Fanculo!»
Adesso si insinua anche sotto i ricordi, il cambiamento climatico.

Una folata d’aria gli attraversa la camicia, regalandogli un momento di sollievo, prima che il lino torni a fare comunione con la schiena. Il sudore per un istante suona freddo sulla pelle. Piergiorgio si avvicina alla cassa automatica del distributore, inserisce 10 euro.
Non bastano per andare da nessuna parte; è un rito, non una necessità. La benzina c’era già.
Il rumore della pompa che spinge la benzina nel serbatorio fa da sfondo sporco al finale di Comfortably numb dei Pink Floyd.
È un momento suo, bello e romantico, nonostante l’afa e il mondo in malora.

Una moto accelera, egoista, distruggendo quell’equilibrio perfetto.
Piergiorgio gli augura quello che si augura a tutti i motociclisti che sgasano.
La
pompa aveva finito da un pezzo di iniettare il suo inebriante fluido velenoso. Piergiorgio la rimette a posto. Sale in macchina, lo sportello ancora aperto.

Si sarebbe acceso una sigaretta adesso. Chissà cosa avrebbe pensato di tutto questo casino? Chissà se sarei stato davvero a sentirlo, se fosse stato ancora vivo.

Chiude lo sportello. Ci sono i Led Zeppelin adesso.
Piergiorgio accende l’auto e riparte.

 

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Discussioni

  1. “È un momento suo, bello e romantico, nonostante l’afa e il mondo in malora.”
    Un momento romantico che non può durare a lungo. Un flusso di pensieri e ricordi che la temperatura rende ancora più appiccicosi

  2. La semplicità è spesso sottovalutata e non va scambiata con uno stile sciatto e banale (che non ho trovato nella tua storia). Mi è piaciuto questo racconto perché trasmetti benissimo e in modo articolato l’incubo del caldo, mescolandolo a una scena di quotidianità. Non succede nulla di che, ma riesci comunque a tenere l’attenzione. La parte del ricordo si inserisce in modo meno naturale, sbalza fuori dal flusso di lettura. Però è un racconto gradevole, bravo!

    1. Ciao Melania, ti ringrazio.
      Volevo proprio trasmettere il modo in cui il caldo stia entrando in modo prepotente nella nostra routine quotidiana, infilandosi anche nei ricordi. Per il ricordo dovevo dare più risalto al paletto ammaccato, che è il gancio del ricordo, invece rimane troppo sullo sfondo.

  3. Questo è sicuramente un testo con meno pretese, se vogliamo, rispetto al tuo precedente; e lo si evince da tante cose, a partire dal senso di ordinarietà che trasmette. Chi in Italia non sta avendo a che fare con il caldo, ultimamente? 😅 E chi non ha ricordi nostalgici da rievocare?
    Se c’è una cosa che mi fa storcere un po’ il naso è lo stile eccessivamente paratattico, o come mi piace chiamarlo: “da giornalista col singhiozzo” 😂
    Ma capisco anche che probabilmente hai avuto la necessità di adottare questa modalità per avvicinarti a un flusso di pensieri che si mischia con le azioni meccaniche di tutti i giorni… e poi sono un fan di quei periodi così lunghi che ti fanno dimenticare qual era il filo del discorso, quindi sono di parte 😂

    1. Ciao Gabriele, speravo proprio che venissi a commentare anche questo racconto quando parlavo di “lavori di basso livello” 😀
      Sì, ha meno pretese, non è costruito come l’altro a cui ho dedicato decisamente più tempo e cura. Questo è più un flusso di una notte, corretto la mattina. Uno sfogo contro il caldo e un frammento di un ricordo. Non ci sono archi, non c’è nulla, sembra più un’istantanea. Come a dire: “fammi vedere una giornata tipo del personaggio che vogliamo usare”.
      Sullo stile, credo che il gusto personale influenzi, ma forse solo fino a un certo punto. A me piacciono molto le frasi brevi, a volte ellittiche, soprattutto se parlo di azioni banali che si succedono velocemente. Credo che da una parte diano una buona rappresentazione del ritmo a cui le azioni si susseguono, dall’altro mettano tutte queste azioni allo stesso livello. Di contro, a volte ne abuso. In questo caso c’è una frase che ho eliminato, a questo punto troppo frettolosamente sulla gogna delle 1000 parole, in cui il protagonista entrato in macchina aveva un gran mal di testa e non riusciva più a pensare a nulla. Questa era una premessa sulla difficoltà di riuscire a prendersi i propri tempi anche per pensare dentro il forno dell’auto. E il trucchetto delle congiunzioni a inizio frase (come ho fatto ora) è un vizietto in cui mi piace ricadere quando espongo la mente del protagonista, a volte senza uno scopo ben preciso, solo per gusto personale.
      Ti ringrazio perché mi hai fatto riflettere molto sull’utilizzo di una tecnica, ed era proprio quel tipo di stimolo che mi aspettavo da un tuo commento 😀

      1. Felice di esserti stato utile allora, almeno un po’ 🙂
        Hai detto bene: frasi ellittiche. L’uso che ne fai, ora che mi hai detto perché le adotti, risulta assolutamente legittimo. Ogni strumento è funzionale alla storia in cui è inserito, dopotutto. Rifletto anche sul fatto che le percepisci adatte per descrivere “azioni banali che si succedono velocemente”, e mi trovi perfettamente d’accordo. D’altra parte, se così è, almeno per quanto riguardo il mio personale e opinabile approccio alla scrittura, trovo che le azioni banali, in quanto tali, non vadano proprio inserite. Chiaramente, serve sempre contestualizzare che cosa stiamo andando a scrivere: in questo tuo testo specifico, la mia convinzione sarebbe priva di senso.
        E le congiunzioni a inizio frase in realtà sono anch’esse legittime in realtà: pure a me piacciono un sacco ahaha

        1. Ma insomma, non puoi fare marcia indietro ora! 😀
          Sono d’accordo, le azioni banali solitamente non vanno messe: appesantiscono inutilmente la lettura. È come quando nei film c’è una telefonata e tagliano tutta la parte dei convenevoli iniziali e dei saluti iniziali. Non ci interessa, lo sappiamo. Se Sir Grifongiggio deve correre in soccorso di madamigella Enrica Ceramica, è inutile mettere in scena tutto, sarebbe noioso. Ad esempio:
          Girò la testa in avanti. Il piede destro scattò, seguito dal sinistro. Il fodero della spada rimbalzava sull’armatura. Il topo Fernando osservava mangiando il suo formaggio. Sir Grifongiggio spostò la spada sulla mano sinistra. Prese la maniglia con la mano destra. Esercitò una pressione verso il basso. La spinse. La porta si aprì, rivelando a topo Fernando un mondo di cui non immaginava l’esistenza. Sir Grifongiggio riprese la spada con la mano destra. Con la sinistra accostò la porta, senza distogliere lo sguardo davanti a sé. Riprese la corsa partendo dal piede destro, seguito dal sinistro.

          Comunque, dicevo: l’azione banale va messa in scena se vuoi trasmettere un senso di banalità, routine, o di pesantezza. Qui volevo fare qualcosa di simile. Anche i titoli “Domenica pomeriggio, ecc” sono ripetitivi, per trasmettere la fatica di affrontare il caldo, e trasporla nella lettura, fingono di aumentare sempre più la posta in gioco con il peggioramento del contesto. Ma non credo sia stato un esperimento riuscito questa parte.
          Insomma, in conclusione, voglio scrivere la storia del topo Fernando.

      2. Hai descritto esattamente la versione “da giornalista col singhiozzo” che più non sopporto 😆 ma il tuo testo è scritto sicuramente meglio della storia del topo Fernando, pur conservandone magari la modalità. Ogni elemento dovrebbe essere funzionale al tono e all’impressione che vogliamo trasmettere. Eccetto alcune cose forse, non si può dire vi siano modalità sbagliate in toto. E tu hai usato uno stile perfettamente coerente col tono che volevi passasse. Spero di iniziare presto anche una delle tue due serie, ma con quelle faccio più fatica perché non riesco a seguire più di una, massimo due allo stesso tempo qui su Open, e poi c’è anche la mia lettura su carta che sto trascurando da qualche giorno… Spero che Raskolnikov di Delitto e Castigo non ce l’abbia con me, non vorrei che gli venisse in mente qualche strana idea..

        1. Lascia perdere le mie serie: quella del bagno ha solo 3 episodi, ma a detta di tutti ne sarebbe servito un quarto. Mentre Segnali Prostatici l’ho iniziata per gioco, pensando facesse schifo, ci troveresti un tono completamente diverso da tutti i miei racconti che hai letto finora. Completamente. Ed è ben lungi dall’essere finita.