Concessione miniere d’oro, caccia all’avorio territorio sovrano Matabeulano

Primo messaggio << Urgente a Giove reggimenti Matabele ammassati per attaccare  stop donne e bambini inglesi in mano al Tiranno Matabele stop porsi immediatamente in marcia per salvarsi stop e rispondere al più presto! >>.

Secondo messaggio telegrafico ricevuto Fort Victoria 10 Novembre 1893 ritrasmesso per eliografo a Gubulawayo << Per Dottor Jordan Jameson stop Governo Di Sua Maestà rifiuta dichiarare Matabele Colonia Della Corona o metterla sotto la Giurisdizione Dell’ Alto Commissario stop Ministro Degli Esteri Di Sua Maestà si dichiara d’ accordo che la Chartered Company provveda al meccanismo di governo del nuovo territorio stop sia Mashonaland sia Matabeleland ricadono ora sotto Amministrazione BSA Company stop azioni Company quotate otto sterline chiusura Londra stop congratulazioni a lei ed ai suoi ufficiali e uomini da Giove. >>.

Terzo messaggio << Per Jordan Jameson urgente e confidenziale distruggete tutte le copie stop dobbiamo prendere Lobengula stop nessun rischio troppo grande troppo alto da Giove! >>.

Il Dottor J. Jameson aveva già inviato il messaggio al Re e stava sull’ ingresso della sua tenda, guardava oltre il campo delle rovine del Kraal Reale: alto e dritto, biondo, e pur avendo spalle larghe e braccia muscolose, era smilzo e leggero come un ballerino, la sua espressione era dolce come quella di un poeta.

Tornò alla scrivania e lesse dal suo blocco << Ora, per cessare questo inutile massacro, deve tornare immediatamente da me a Gubulawayo: le garantisco salva la vita ed un trattamento dignitoso. >>.

Il Re gli rispose con l’ onore di informarlo di avere ricevuto la sua lettera ed inoltre era al corrente di tutto ciò che lui aveva da dire, così veniva da lui a Gubulawayo.

Il Re si strinse sulle spalle il vecchio cappotto sbrindellato, faceva freddo sotto la pioggia, ma non aveva energia per strisciare sotto la tenda di tela del suo carro e guardò al di là dell’ alveo del fiume: erano accampati sullo Shangani, quasi due centocinquanta chilometri più del posto in cui, alle sorgenti dello stesso fiume, era stata combattuta la prima battaglia di guerra.

Si trovavano in una folta foresta di ” mopani “, così fitta che dovevano tagliarsi la strada in mezzo agli alberi per far passare i carri del Re ed il terreno era piatto; gli unici rilievi erano i nidi di termiti sparsi per la foresta, alcuni grandi come case, altri della misura di una botte di birra, grandi abbastanza da rompere gli assi dei carri.

Il cielo grigio e pesante come il ventre di una scrofa pregna, premeva sulle cime dei ” mopani “: presto sarebbe ripreso a piovere a scrosci abbondanti ed impetuosi, quelle goccie erano solo l’ avvertimento del diluvio che sarebbe seguito e quel rivolo di acqua fangosa dal colore della bile di un alcolizzato, al centro dell’ alveosi sarebbe trasformato di nuovo in un rovinoso torrente nel giro di pochi istanti.

Gli uomini bianchi non l’ avrebbero lasciato in pace finchè non avevano il suo oro: centocinquanta soldati con quei piccoli cannoni a tre gambe sarebbero stati micidiali e bastavano per sterminare i duemila guerrieri del Re, così decise stancamente e sottomesso di mandare il suo oro con la speranza di essere lasciato in pace per sempre.

IL re mandò un guerriero giovane, forte e robusto per portare dieci sacchetti dell’ oro di tela bianca con la stampigliatura in nero, legati insieme a gruppi ed infilati in un sacco di pelle per grano: gli ordinò di fare in fretta, perchè ormai gli erano addosso.

Il Re mandò via tutti e rimase solo col fratellastro, si sentiva un uomo morto, e gli ordinò di alzare la sua lancia contro se stesso e di trapassargli il suo cuore morto : voleva solo pace, voleva solo lasciare al suo spirito libero di volare e di trovare quella pace!

I nobili tratti di suo fratello erano tesi come granito, ma quando sedette accanto al corpo del Re le lacrime gli corsero giù per le guance e bagnarono il petto con le tante cicatrici riportate in battaglia; una montagna era caduta, un’ era era passata e quando la mattina seguente si mise in viaggio, si voltò a guardare e vide ciò che era rimasto della Nazione Matabele arrancare dietro di lui. Non più un grande popolo guerriero, ma una moltitudine stupefatta e disordinata.

Nella primavera del 1896 sulle sponde di un lago vicino all’ estremità meridionale della Rift Valley, quella possente che divide lo Scudo Continentale Africano come un colpo d’ ascia, vi fu una strana cosa: le enormi uova di ” Schistocerca Gregaria “, la locusta del deserto, sepolte nel terreno lungo i bordi del lago, rilasciarono innumerevoli motitudini di ninfe incapaci di volare e nonostante il territorio di cento chilometri quadrati non potè contenere una così vasta covata delle femmine di locusta costrette a strisciare l’ una sul dorso dell’ altra.

Erano entrate nella fase gregaria del ciclo vitale e quando alla fine mutarono per l’ ultima volta , sembravano un mostruoso organismo, e con le loro ali appena spuntate ed appena asciugate l’ intero sciame si levò spotaneamente in cielo.

Si levavano in una nube così densa che il suono delle loro ali era come il ruggito di un vento di tempesta, per nutrirsi si lasciarono dietro alberi completamente spogli del tenero fogliame di primavera e quando passavano in alto eclissavano il sole di mezzogiorno, un’ ombra profonda cadeva sulla terra per il loro abnorme ed enorme corpo: erano dirette a sud, verso il fiume Zambesi.

Dal Grande Sud, dove il Nilo appena nato avanza serpeggiando tra le impenetrabili paludi di fluttuanti papiri, giù per le selvagge savane dell’ Africa orientale e centrale, giù fino allo Zambesi ed oltre, vagavano branchi di bufali: le distese d’ erba nereggiavano per i grossi e neri bovini.

Indeboliti dalla loro stessa moltitudine, erano dunque maturi per la pestilenza che venne dal nord: era la stessa piaga che il Dio di Mosé aveva inflitto al Faraone D’ Egitto, la peste bovina, una malattia da virus che attacca il bestiame e tutti gli altri ruminanti e contaminavano i pascoli infettando gli altri animali che seguivano; presto, portata dagli avvoltoi e dai branchi confusi e mugghianti, la peste dilagò verso sud, verso lo Zambesi.

Sulle sponde di quell’ imponente fiume il Dottor Jordan Jameson stava in piedi davanti ad un altro fuoco e ripeteva la profezia di ” Umlino ” << Quando il sole di mezzogiorno é scuro per le ali e gli alberi sono spogli delle foglie di primavera…… Quando il bestiame giace con la testa girata per toccarsi il fianco e non può rialzarsi……>>.

Così declamava, e la gente di Matabele ascoltava, si faceva animo e guardava il suo acciaio.

Demichelis Domenico in Arte Falco Hawk.

Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Domenico Demichelis Post author

    Grazie di cuore Tiz, grazie come sempre per i tuoi commenti talmenti belli che mi portano sempre alla commozione. Aspetto sereno sempre questi momenti e mi piace tantissimo quando la prima lacrima scende sulla mia guancia, poi sulle mie labbra, giù sul mio collo e poi ancora più giù sul mio torso!
    Sei un uomo molto colto, sei un mio vero e caro amico: ti voglio bene Tiz!
    Sinceramente ed alla prox!
    Demichelis Domenico in Arte Falco Hawk.

  2. Tiziano Pitisci

    Domenico mi domando come fai a descrivere queste terre lontane con la confidenza di chi sembra le abbia calpestate davvero. Ammiro la tua fantasia e la tua capacità di catapultarci in mille avventure sempre diverse e piene di azione.